Il corso biblico

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1. Sesta Lezione - Il Levitico, i Numeri, il Deuteronomio

Con questa lezione terminano gli ultimi tre libri della Torah, o Pentateuco, chiamata anche la "Legge" dagli Ebrei. Il libro dell’Esodo ha raccontato la storia dell’uscita degli Israeliti dall’Egitto. Questi tre ultimi libri della Legge terminano subito dopo la loro entrata in Palestina con la morte di Mosè.

1.1. Il Levitico

Questo libro è indigesto e superato. Tuttavia bisogna conoscerlo per acquisire una buona formazione biblica, ma senza fermarsi agli strani riti che vi sono prescritti. Tutto questo è oggi superato. Leggi questo libro senza dilungarti poi riprendi la lettura del corso.

Il Levitico è stato scritto dagli scribi e dai sacerdoti leviti, da qui il suo nome. Interrompe il racconto degli avvenimenti dell’Esodo, presentando un insieme di riti prescritti per i sacerdoti nel loro interesse. Per dare importanza a questi riti, i sacerdoti li attribuirono a Dio. È Egli che avrebbe chiesto a Mosè e ad Aronne di applicare il rituale dei sacrifici (Levitico 1-7), le cerimonie d’investitura dei sacerdoti ed i vantaggi materiali di cui beneficiarono (Levitico 8-10), le regole relative al puro ed all’impuro, ecc…

Per capire il senso del Levitico, bisogna tenere a mente che sono i sacerdoti che scrivono per salvaguardare il loro interesse materiale e la loro egemonia spirituale e psicologica sulla comunità. Questo comportamento si constata oggi in tutto il clero che monopolizza, in nome di Dio, "l’economia" spirituale.

I capitoli 1-7 ostentano la varietà dei prodotti offerti "a Dio", cioè ai sacerdoti. Vi distinguiamo:

I sacrifici di animali, che sono offerti in olocausto (la vittima è completamente consumata dal fuoco, non resta nulla per il sacerdote) ed il sacrificio per il peccato (i sacerdoti prelevano delle parti della vittima per loro) o ancora i sacrifici di lodi o di comunione per compiere un voto (la carne della vittima spetta al sacerdote sacrificatore ed il grasso bruciato per Dio…).

L’oblazione, che consiste nell’offrire un pugno di prodotti della terra a Dio, ma il resto "torna ad Aronne ed ai suoi figli, parte molto santa delle oblazioni di Yahvè" (Levitico 2,1-3). Attraverso l’offerta si distinguono le cose sante e le cose molto sante. Queste ultime purificano tutti quelli che le toccano (Esodo 29,37).

Ho già segnalato che il profeta Geremia aveva denunciato queste pratiche fraudolente come non prescritte da Dio, ma dagli scribi (Geremia 7,22). Altri profeti hanno segnalato la loro inutilità (Osea 6,6 / Amos 5,21-24). Il salmo 51 (50),18-19 dice ancora: "O Dio. Poiché non gradisci il sacrificio e, se offro olocausti, non li accetti… Uno spirito contrito (dal pentimento) è sacrificio a Dio, un cuore affranto ed umiliato tu, o Dio, non disprezzi". Gesù ci ricorda ancora che Dio "desidera la misericordia e non il sacrificio (di animali)" (Matteo 12,7).

I capitoli 8-10 parlano dei riti di investitura dei sacerdoti. Questi cerimoniali, antichi e ridicoli, sono ispirati al paganesimo (soprattutto egiziano) e sono impregnati di gesti superstiziosi. Non hanno nulla di divino. Il vestito di un sacerdote è interiore e, nell’era apocalittica, siamo tutti chiamati ad essere sacerdoti con fede e compassione… senza riti teatrali di investitura (Apocalisse 1,6 / 5,9-10).

I capitoli da 11 a 27 espongono in dettaglio minuzioso diverse raccomandazioni riguardanti il culto. Tra queste, ciò che, agli occhi degli scribi e dei sacerdoti leviti, è puro o impuro, mettendo in guardia contro la violazione del sabato (Levitico 19,2 / 19,30 / 26,2). Questo è già stato prescritto in Esodo 20,8-11 / 35,1-3. I credenti erano oppressi da molti precetti falsamente attribuiti a Dio. Tutte queste leggi non hanno nulla di santificante e di salutare. Al contrario, come rivelato dai profeti prima, da Gesù e dai suoi Apostoli poi, sono ostacoli pericolosi per l’evoluzione spirituale. Fanno inciampare coloro che li praticano "precetto su precetto, precetto su precetto, norma su norma, norma su norma, un po’ di qua ed un po’ di là, perché camminando cadano all’indietro, si producano fratture, siano presi e fatti prigionieri" sotto il peso della legge, come si esprime Isaia (Isaia 28,13). Anche Gesù ha messo in guardia contro gli scribi ed il clero, i quali "legano, infatti, pesanti fardelli e li impongono sulle spalle della gente…" (Matteo 23,4). "Ascoltate ed intendete, non quello che entra nella bocca rende impuro l’uomo" aveva anche insegnato Gesù e questo aveva sconvolto gli Ebrei (Matteo 15,10-12).

La messa in guardia contro la violazione del sabato è ripetuta solennemente nei libri della Legge. In caso di infrazione, il castigo è la lapidazione a morte (Esodo 35,1-3). Il libro dei Numeri riporta il caso di un uomo che osò raccogliere legna di sabato. Fu semplicemente lapidato (Numeri 15,32-36). Il Vangelo rivela che gli Ebrei si infuriarono contro gli Apostoli che coglievano delle spighe di sabato (Matteo 12,1-8). Gesù fu ancora perseguitato perché operava delle guarigioni di sabato (Giovanni 5,16-18). Per i fanatici questo rappresentava lavoro, quindi la pena di morte. Furono ancora più irritati contro di Lui sentendolo dire che Egli era "maestro del sabato" (Matteo 12,8) e che "il sabato è fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato" (Marco 2,27).

Mosè non poté dare la giusta immagine di Dio. Con gli omicidi che decretò in nome di Yahvè, sfigurò il vero Volto del Creatore. Successivamente, gli scribi ed i sacerdoti appannarono ancora di più il Volto divino. Non compresero il suo Spirito.

Conoscere Dio è capire Dio. Solo Gesù ci rivela il vero Volto del Padre. Solo attraverso di Lui arriviamo a penetrare lo Spirito divino totalmente opposto allo spirito della Legge (Torah).

Dio è il Padre di ogni razza. Apre le sue braccia a tutti gli uomini dal cuore puro, non solamente agli Israeliti. Ecco perché Giovanni scrive: "Perché la Legge fu data per mezzo di Mosè, la grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù, il Messia. Dio nessuno l’ha mai visto: proprio il Figlio unigenito, che è nel seno del Padre, lui lo ha rivelato" (Giovanni 1,17-18). Mosè dunque non ha visto né compreso Dio. Altrimenti non avrebbe prescritto omicidi in suo Nome. La Legge che prescrive non è stata ispirata da Dio.

È Mosè che nel Santo Nome prescrisse tutta questa Legge o furono gli scribi ed i sacerdoti? Certamente Mosè ha scritto qualcosa, ma il resto è stato aggiunto dagli scribi e dai sacerdoti leviti. E le due parti sono enormi, ed enormemente gravi. E gravi sono le conseguenze durante i secoli fino ai nostri giorni…

Il libro degli Atti degli Apostoli riporta le lotte amare fatte dagli Apostoli per dimostrare l’inutilità della Legge. Nelle sue lettere ai Romani ed ai Galati, Paolo spiega che la salvezza si ottiene con la fede in Gesù; la Legge è inefficace per la Vita Eterna essendo lettera morta. (Leggere Romani 3,28-30 / Galati 3,10-24 / Efesini 2,14-16 / Ebrei 10,10).

Il Libro del Levitico contiene alcuni insegnamenti di valore attuale, che fanno parte dell’oro nascosto nei libri dell’Antico Testamento.

1.1.1. Lo Spiritismo

Questa pratica nefasta è un tentativo umano di contattare l’Aldilà con mezzi materiali diversi. Essa fu condannata: "Non praticherete alcuna sorta di divinazione o di magia (Levitico 19,26)… Se un uomo si rivolge ai negromanti ed agli indovini per darsi alle superstizioni dietro a loro, io volgerò la faccia contro quella persona e la eliminerò dal suo popolo (Levitico 20,6)… Se un uomo o donna in mezzo a voi eserciteranno la negromanzia o la divinazione, dovranno essere messi a morte" (Levitico 20,27). Questo dimostra che lo spiritismo era praticato da lungo tempo, com’è testimoniato ancora nella Bibbia, dove si racconta la storia di re Saul con la negromante che invoca per lui Samuele (1 Samuele 28).

Diffuso nel mondo ancora oggi, lo spiritismo inganna molti. L’esplicita condanna biblica di questa pratica rimane sempre valida, perché vi si invocano spiriti buoni (angeli, santi), ma si presentano spiriti cattivi, spiriti o anime attaccate alla terra. Dio non interviene, perché gli adepti che vi si donano non hanno spesso la sete spirituale, né il desiderio profondo di cercare la Verità divina per sottomettersi. Cercano risposte di ordine temporale, affettivo od economico. O ancora, fanno domande di curiosità chiedendo le intimità degli altri. Ecco la ragione per la quale Dio si è disinteressato e permette agli spiriti cattivi di intervenire in queste riunioni. San Pietro dice: "Siate temperanti, vigilate. Il vostro nemico, il diavolo, come leone ruggente va in giro, cercando chi divorare" (1 Pietro 5,8).

Al contrario, capita che Dio stesso prenda l’iniziativa di contattare le persone da Lui scelte, che Egli vede assetate di Luce e di Verità. Si manifesta a questi cuori che desiderano sinceramente conoscerLo, pronti a rinunciare a tutto pur di seguirLo. In questi casi il risultato è sempre positivo, perché l’intervento proviene da parte di Dio, non dell’uomo e solo per ragioni d’interesse spirituale, non materiale. Questo contatto celeste viene fatto da Dio Stesso o tramite uno dei suoi inviati (angeli o santi).

Dio ed i suoi inviati si manifestano in sogni o visioni (Gioele 3,1-2) o anche allo stato di veglia totale: le apparizioni del Cristo risuscitato ai suoi Apostoli (Luca 24) e della Vergine Maria a Lourdes, La Salette e Fatima.

La Bibbia è ricca di interventi divini, in sogni, in visioni ed in apparizioni. Il messaggio celeste può essere comunicato in uno stile simbolico o chiaro.

In sogno (durante il sonno): il sogno di Giuseppe (Genesi 37,5 ecc…), del coppiere e del panettiere (Genesi 40,5 ecc…), del Faraone (Genesi 41,1 ecc…), di Nabucodonosor (Daniele 2,1 ecc…), di Daniele (Daniele 7,1 ecc…), di Giuseppe, lo sposo di Maria, (Matteo 1,20 / 2,13-22), della sposa di Pilato (Matteo 27,19).

In visioni (durate il sonno o nello stato di semi-coscienza): Abramo (Genesi 15,1), Samuele (1 Samuele 3), il centurione e Pietro (Atti 10), Giovanni per l’Apocalisse, le visioni di Isaia (Isaia 6) ecc…

In apparizioni (allo stato di veglia): Abramo (Genesi 18), Zaccaria (Luca 1,11), la Vergine Maria (Luca 1,26), gli Apostoli (Luca 24 / Giovanni 20 / Giovanni 21 / Atti 1,3-9), Paolo (Atti 9), ecc…

D’altronde le apparizioni della Vergine Maria a La Salette, a Lourdes e a Fatima ecc… sono dei segni biblici della fine dei tempi annunciati da Gesù: "Ci saranno nel cielo segni grandi" (Luca 21,11), "Un segno grandioso apparve nel cielo: una donna…" (Apocalisse 12,1 ecc…).

Meditazione ispirata dal libro di Giobbe: per raddrizzare l’uomo "Dio gli parla in un modo poi in un altro discretamente… con sogni e visioni notturne… perché cambi le sue opere e metta fine al suo orgoglio per preservare la sua anima dalla fossa…" (Giobbe 33,14-18). Queste sono le ragioni per le quali Dio contatta l’uomo.

D’altronde Gesù aveva promesso di manifestarsi a coloro che lo amano: "…Colui che mi ama sarà amato dal Padre mio ed io lo amerò e mi manifesterò a lui… se uno mi ama osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui" (Giovanni 14,21-23).

Se Dio dunque vuole manifestarsi a noi, perché non ci mettiamo nella condizione che Egli esige? Perché alcuni chiamano degli spiriti quando lo Spirito Santo ci chiede di chiamarLo? Perché andare da servitori incerti quando il Maestro ti chiama?

Se l’invocazione degli spiriti è condannata, l’invocazione dello Spirito Santo, invece, è raccomandata. Bisogna contattare Dio per delle ragioni soprannaturali. Questo legame divino-umano è una necessità inscritta nella natura umana, una sete che alcuni hanno soffocato rimpiazzandola con lo spiritismo che è solo un "ersatz" (brutta copia) pericolosa della realtà, una "falsa moneta" che le anime avvisate riconoscono e non vogliono cambiare con il tesoro celeste che è la manifestazione di Dio e del suo Messia, Gesù, in noi.

Con il raccoglimento e la preghiera possiamo contattare i nostri pii defunti. Possiamo ricorrere a loro per averne sostegno nel combattimento spirituale quotidiano. Le anime dei santi e gli spiriti degli angeli ardono per il desiderio di contattarci per sostenerci spiritualmente. Santa Teresa di Lisieux diceva: "In cielo passerò il mio tempo a fare del bene sulla terra". Dobbiamo quindi essere recettivi alle sollecitazioni celesti: questo è il contrario dello spiritismo. Crediamo alla potenza dell’intercessione delle anime celesti ed alla loro complicità.

1.1.2. L’omosessualità

L’omosessualità è esplicitamente condannata. Questo dimostra che questa deviazione sessuale è antica come si constata nella storia di Sodoma e Gomorra (Genesi 18,20 / 19,25).

"Non avrai col maschio relazioni come si fanno con le donne. È abominio" (Levitico 18,22).

"Se uno ha rapporti con un uomo come con una donna, entrambi hanno commesso un abominio…" (Levitico 20,13).

Nella lettera ai Romani, Paolo riprende questa condanna, applicandola anche a relazioni sessuali tra donne: "…Per questo Dio li ha abbandonati a passioni infami. Le loro donne hanno cambiato i rapporti naturali in rapporti contro natura, egualmente anche gli uomini…" (Romani 1,24-32).

Nel ventesimo secolo, il nostro, si sono verificati movimenti di sostegno all’omosessualità, reclamando, in nome della libertà (?), che siano ammesse come normali e naturali queste pratiche, che la natura ripugna e rigetta come contrarie al suo slancio vitale ed evolutivo verso la sublimazione. Con Paolo ci ricordiamo che queste "passioni infami sono dei rapporti contro natura" (Romani 1,26). Non possiamo considerare naturale ciò che è contro natura, perché con Isaia proclamiamo: "Guai a coloro che chiamano il bene male ed il male bene, che cambiano le tenebre in luce e la luce in tenebre" (Isaia 5,20).

In nome del Creatore, in nome della libertà reale e responsabile, in nome della natura e della sua grandezza, biasimiamo coloro che sostengono un preteso diritto naturale, addirittura morale, all’omosessualità. Certi "religiosi", detti Cristiani, sono arrivati fino a "sposare" degli omosessuali, dimenticando che la Bibbia denuncia e condanna queste pratiche, "coloro che le approvano e coloro che le commettono" (Romani 1,32).

1.1.3. L’incesto

Questa deviazione sessuale, sotto tutte le sue forme, è conosciuta dall’antichità. Il "complesso d’Edipo" non è appannaggio dei tempi moderni, come testimonia il Levitico: "…Non recherai oltraggio a tuo padre avendo rapporti con tua madre. È tua madre: non scoprirai la sua nudità" (Levitico 18,7).

L’incesto paterno non è esplicitamente citato. Questa carie morale, spesso presente nelle famiglie con le distruzioni psicologiche che comporta, è indirettamente ed implicitamente denunciata, perché troviamo scritto: "Nessuno si accosterà ad una sua consanguinea per avere rapporti con lei. Io sono il Signore" (Levitico 18,6). Bisogna allontanarsi dai "consanguinei", a maggior ragione quando si tratta della figlia, tanto più che risulta maggiormente esplicito: "Non scoprirai la nudità della figlia di tuo figlio o quella della figlia di tua figlia, perché è la tua propria nudità" (Levitico 18,10).

L’incesto fraterno, altra pratica subdola che colpisce segretamente milioni di vittime, è condannato: "Non scoprirai la nudità di tua sorella, figlia di tuo padre o figlia di tua madre (sorellastra)" (Levitico 18,9). Uguali deviazioni furono condannate dal Levitico a causa della loro pratica in mezzo alla comunità israelita, come testimonia la storia di Amnon e della sua sorellastra Tamar (2 Samuele 13) così come quella di Ruben con la concubina di suo padre Giacobbe (Genesi 35,22).

L’incesto fraterno si estendeva alla sposa del fratello: "Non scoprirai la nudità di tua cognata: è la nudità di tuo fratello" (Levitico 18,16). Forte di questo principio altamente morale, Giovanni Battista condanna il re Erode (Matteo 14,3-4).

1.1.4. I sacrifici umani

Questo culto pagano era largamente praticato dalla comunità israelita seppure monoteista "perché i figli di Giuda hanno commesso ciò che è male ai miei occhi. Oracolo del Signore… hanno costruito l’altare di Tofet nella valle di Ben-Hinnom per bruciare nel fuoco i figli e le figlie (a Baal), cosa che io non ho mai comandato e non mi è mai venuto in mente", dichiara Dio tramite Geremia (Geremia 7,30-31 / 19,5 / 32,34).

I sacrifici umani sono esplicitamente citati in 1 Re 16,34: "Nei suoi giorni Chiel di Betel ricostruì Gerico; gettò le fondamenta sopra Abiram suo primogenito (cioè sacrificandolo) e ne innalzò le porte sopra Segub, suo ultimogenito". Il re Acaz stesso "fece passare suo figlio per il fuoco" per scongiurare la sorte (2 Re 16,3).

È in un tale clima di paganesimo che i sacerdoti leviti prescrivono nel Levitico: "Non lascerai passare nessuno dei tuoi figli a Moloch (passare per il fuoco)…" (Levitico 18,21). "Chiunque tra gli Israeliti o tra i forestieri che soggiornano in Israele (i Palestinesi erano considerati come stranieri) darà qualcuno dei suoi figli a Moloch, dovrà essere messo a morte…" (Levitico 20,1-5).

Si constata con rincrescimento che gli Israeliti si lasciarono contaminare dai costumi pagani, invece di illuminare gli altri con la fede nel Dio unico.

1.1.5. Gli impedimenti al sacerdozio ebreo

Le tare fisiche erano e sono ancora un impedimento al sacerdozio levita: "Parla ad Aronne e digli: nelle generazioni future nessun uomo della sua stirpe che abbia qualche deformità potrà accostarsi ad offrire il pane del suo Dio, perché nessun uomo che abbia qualche deformità potrà accostarsi: né il cieco, né lo zoppo, né chi abbia il viso deforme per difetto o per eccesso, né chi abbia una frattura al piede o alla mano, né un gobbo, né un nano, né chi abbia una macchia nell’occhio o la scabbia o piaghe purulente o sia eunuco. Nessun uomo della stirpe del sacerdote Aronne, con qualche deformità, si accosterà ad offrire i sacrifici consumati dal fuoco in onore del Signore… non potrà accostarsi all’altare…" (Levitico 21,16-24).

La legge mosaica confonde tra infermità del corpo e sporcizia morale. Gli handicappati non devono sporcare gli oggetti di culto. L’uomo sporco è il peccatore. Se il peccatore, però, si pente è purificato con la grazia divina. La grazia è più potente della sporcizia e, secondo le parole di Paolo: "Laddove è abbondato il peccato, ha sovrabbondato la grazia" (Romani 5,20).

Gli impedimenti fisici al sacerdozio levita sono stati adottati dalle chiese cristiane. Queste rifiutarono di ordinare preti gli handicappati fisici ma sani di spirito. Per di più negano al sacerdote il diritto al matrimonio. Facendo questo considerano l’unione matrimoniale come sporca. Invece il matrimonio è un sacramento che purifica l’anima.

L’impedimento al matrimonio dei preti cade sotto una condanna divina rivelata da San Paolo in 1 Timoteo 4,1-3. Il sesso femminile è ancora di per sé un impedimento al sacerdozio levita. Gli uomini di chiesa sono attaccati a questi precetti umani, ma non esitano ahimè ad ordinare preti dei deformi dal punto di vista psicologico, degli infermi morali e degli amputati d’amore, senza cuore né compassione per gli uomini. Le parole di Gesù, indirizzate una volta ai farisei, sono applicabili oggi al clero cristiano di ogni confessione, i cui culti sono vani quanto quelli dei loro predecessori leviti. (Vedere Matteo 15,1-20).

Il sacerdozio apocalittico rifugge fortunatamente da tutte queste considerazioni giudeo-cristiane. Cristo stesso, vivente fra di noi (Emmanuele), ci ha scelto come primizie del suo nuovo popolo sacerdotale. Tutti coloro che "aprono la porta per cenare con lui" (Apocalisse 3,20) fanno parte di questo popolo sacerdotale. Le persone con infermità corporee possono anch’esse farne parte, se lo vogliono, formando così il Tempio Apocalittico vivente, invisibile agli uomini. Questo Tempio divino è privo di infermità e tare spirituali perché "non entrerà in esso nulla di impuro né chi commette abominio o falsità, ma solo quelli che sono scritti nel libro della vita dell’Agnello" (Apocalisse 21,27). In questo libro sono scritti coloro che avranno riconosciuto e combattuto la bestia apocalittica (Apocalittica 13,8 / 13,18 / 20,12).

Nella parabola del banchetto nuziale, Gesù dice ai suoi servi: "Il banchetto nuziale è pronto ma gli invitati non ne erano degni; andate ora ai crocicchi delle strade e tutti quelli che troverete, chiamateli alle nozze" (Matteo 22,7-10). In questa fine dei tempi, i servi di Gesù (che siamo noi) hanno realizzato, con amarezza e tristezza, quanto siano indegni i cosiddetti preti ecclesiastici. Pionieri dell’Alleanza apocalittica, noi siamo stati raccolti ai crocicchi delle strade. Eravamo all’incrocio delle strade che portano alla vita soprannaturale, alla ricerca di una via di uscita. La mano di Dio ci prese là, per una nuova nascita. Pionieri di un nuovo cammino, abbiamo cominciato l’edificazione del "Cielo nuovo e della Terra nuova" visti da Pietro (2 Pietro 3,13) e Giovanni (Apocalisse 21,1). Con noi Gesù trascina "i poveri, gli storpi, gli zoppi ed i ciechi" secondo il mondo (Luca 14,21) per confondere coloro che rifiutano questi "infermi" dal loro sacerdozio umano inefficace per la salvezza dell’anima. Come segno della nostra nuova partenza verso la costruzione della nuova società divina sulla terra, le donne, assieme agli "infermi", fanno parte del Sacerdozio di Gesù, coscienti del fatto che "nel Regno di Dio non c’è né uomo né donna" (Galati 3,28).

Secondo la legge mosaica, Gesù, non essendo della tribù di Levi, non è considerato prete (Ebrei 8,4). Al contrario, secondo lo Spirito divino Egli è "il Grande Sacerdote" della Nuova Alleanza (Ebrei 4,14 fino a 5,10 / 9,11 ecc…). Anche voi, uomini e donne Apostoli e sacerdoti dell’Alleanza Apocalittica, non siete riconosciuti sacerdoti di Dio né dalla sinagoga, né dalla Chiesa. Secondo lo Spirito divino, invece, voi siete veramente il "regno dei sacerdoti" fondato da Gesù "per il suo Dio e Padre", che è anche nostro Padre (Apocalisse 1,5-6).

Il Sacerdozio apocalittico non conosce che un solo impedimento: la sporcizia dell’anima con la malafede (Apocalisse 21,27). L’infermità del corpo, invece, non è un impedimento.

Beati e santi coloro che partecipano alla prima resurrezione! Saranno "sacerdoti di Dio e del Cristo" (Apocalisse 20,6). La conclusione logica della nostra fede è che noi siamo questi sacerdoti. La nostra fede nel messaggio apocalittico è la testimonianza e la garanzia della nostra partecipazione alla prima resurrezione e al sacerdozio di Dio e del suo Cristo, Gesù. Una testimonianza ed una garanzia si trovano anche in queste parole di Paolo: "Con Lui (Gesù) Dio ha dato vita anche a voi, che eravate morti per i vostri peccati… e vi ha resuscitato dai morti (la prima resurrezione) per la vostra fede…" (Colossesi 2,12-13). "È venuto il momento, ed è questo, in cui i morti udranno la voce del Figlio di Dio e quelli che l’avranno ascoltata vivranno" (Giovanni 5,25). Noi abbiamo udito questa voce divina una prima volta nel Vangelo per rivelarci il volto di Cristo ed una seconda volta nell’Apocalisse per rivelare il volto dell’Anticristo. Noi abbiamo creduto all’una ed all’altra voce! Questa fede ci ha trasformati subito da morti in sacerdoti viventi, come Lazzaro uscito dal suo sepolcro alla voce del Figlio dell’uomo (Giovanni 11). Il fulmine divino vivificante si è abbattuto su di noi per resuscitarci e, nel tempo di un lampo, abbiamo ripreso vita: "Come il lampo… così sarà il Ritorno del Figlio dell’uomo" (Matteo 24,27). Questo lampo "parte dall’Oriente per brillare fino ad Occidente" lanciato dall’Angelo che sale dall’Oriente (Apocalisse 7,2).
Preti, lo siamo, per preparare questo ritorno di Gesù annunciandolo … a noi stessi innanzitutto e accogliendo questo grande "Redivivo" in noi, affinché Egli ci lanci dall’incrocio, dall’inizio del cammino in cui siamo, verso ciò a cui Egli ci destina, per "togliere le castagne dal fuoco", salvando chi può essere ancora salvato fra questa miserabile umanità.

"Siate simili a coloro che aspettano il Padrone quando torna dalle nozze, per aprirgli subito, appena arriva e bussa. Beati quei servi… In verità vi dico, si cingerà le sue vesti, li farà mettere a tavola e passerà a servirli" (Luca 12,35-37). Confermo queste parole del Cristo dicendo: "Beati coloro che gli hanno aperto la porta con sollecitudine, amore e semplicità, senza appesantirsi da riti, in questi tempi apocalittici del ventesimo secolo. Ci ha messo tutti alla sua Tavola per cenare con Lui e Lui con noi" (Apocalisse 3,20). L’Apocalisse conferma così ciò che aveva già annunciato il Vangelo. Tutto gira attorno al sacerdozio apocalittico, il cui livello spirituale non può essere paragonato al sacerdozio levita ed ecclesiastico… tutti e due lontani dal cuore dei veri credenti che cenano nell’intimità, senza culto teatrale, con lo Sposo.

Noi siamo preti, ma il nostro sacerdozio è nascosto al mondo, perché "la nostra vita è ormai nascosta con il Cristo in Dio" (Colossesi 3,3) e con il Cristo in noi. Poiché "la Stella del mattino" si è già alzata, radiosa, nei nostri cuori scaldati dal suo splendore divino, che come il "lampo", ha ridato vita alle nostre anime ferite" (2 Pietro 1,19 / Apocalisse 2,28 e 22,16).

1.1.6. La giustizia

Il Levitico non ha trascurato i principi della giustizia sociale. Tuttavia, questa è una giustizia relativa che mira a privilegiare gli Ebrei a scapito degli altri, mettendoli al di sopra delle altre nazioni. La Giustizia divina, al contrario, mette tutti gli uomini, tutte le nazioni, tutte le razze allo stesso livello.

È vero che è detto: "Non opprimerai il tuo prossimo… Il salario del bracciante al tuo servizio non resti la notte presso di te fino al mattino dopo" (Levitico 19,13). Chi è il prossimo? La questione è tutta lì.

Secondo il Levitico, l’Ebreo deve avere un riguardo speciale verso il suo prossimo, Ebreo come lui, gli altri abitanti del paese (i Palestinesi) sono considerati "stranieri" o cittadini di seconda classe, com’è ancora oggi in Israele: "Non coverai nel tuo cuore odio contro tuo fratello; rimprovera apertamente il tuo prossimo (ebreo), così non ti caricherai di un peccato per lui. Non ti vendicherai e non serberai rancore contro i figli del tuo popolo, ma amerai il tuo prossimo come te stesso" (Levitico 19,17-18). Questo "prossimo" è l’Ebreo; i non Ebrei (i Palestinesi ed i "goyim") sono considerati stranieri.

Esiste però un versetto solo a favore dello straniero: "Quando uno straniero dimorerà presso di voi nel vostro paese, non gli farete torto. Il forestiero dimorante fra di voi lo tratterete come colui che è nato tra di voi, tu l’amerai come te stesso…" (Levitico 19,33-34). Bisogna sottolineare che lo straniero in questione non è altri che l’abitante originale del paese espropriato dai coloni Ebrei.

I profeti Ebrei andarono contro lo sciovinismo dei loro co-religiosi. Denunciarono le vessazioni ingiustificate contro lo straniero proclamando che la vera giustizia consisteva nel "non maltrattare gli stranieri, l’orfano e la vedova" (Geremia 22,3). Ezechiele dice ancora: "Gli abitanti della campagna commettono violenze… calpestano il forestiero contro ogni diritto" (Ezechiele 22,29). Questo si applica ancora all’Israele moderno che priva i Palestinesi dei loro diritti elementari.

Anche Gesù si è sollevato contro le ingiustizie israeliane: "Avete inteso che fu detto: amerai il tuo prossimo (ebreo) ed odierai il tuo nemico (tutti i non Ebrei; precetto citato nella tradizione talmudica, non nella Bibbia). Ma Io vi dico: amate i vostri nemici, pregate per i vostri persecutori (chiamati oggi "terroristi". Amateli perché sono loro che hanno ragione, non voi!…). Infatti se amate quelli che vi amano, quale merito ne avete? Non fanno così anche i pubblicani? E se voi date il saluto solo ai vostri fratelli (ebrei), che cosa fate di straordinario? Non fanno così anche i pagani?" (Matteo 5,43-47). Il Cristo indirizza le sue parole a tutte le folle fanatiche, ma non ai suoi discepoli: "Ma a voi che ascoltate io dico: amate i vostri nemici … ecc…" (Luca 6,27). Quelli che Lo ascoltavano erano dei nazionalisti desiderosi di proclamarLo re politico d’Israele (vedere Giovanni 6,15). Essi non compresero il suo "pacifismo" nei confronti degli stranieri, i non Ebrei che abitavano in Palestina.

La giustizia insegnata da Gesù si trova nel sermone della montagna (Matteo 5-7). Invita a superare la concezione discriminatoria degli scribi: "Se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel Regno dei Cieli" (Matteo 5,20). Gesù lega indissolubilmente la giustizia e l’amore del prossimo (Luca 10,27); ci dà come esempio del prossimo, non un levita, non un sacerdote, né un Ebreo, ma un Samaritano, considerato come un nemico degli Ebrei (Luca 10,29-37). Egli sapeva bene che "gli Ebrei odiavano i Samaritani e non avevano relazioni con loro" (Giovanni 4,9). Con questa parabola confonde lo sciovinismo e tenta di raddrizzare ciò che, in nome della legge mosaica, gli scribi ed i farisei hanno reso tortuoso: "Non pensate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non sono venuto per abolire, ma per dare compimento" (Matteo 5,17). Questo compimento si opera con l’apertura ad ogni uomo di buona volontà, fosse anche straniero al "mio" popolo, e con il rigetto di tutti gli uomini di malafede, anche se appartengono al mio popolo.

1.1.7. Per essere vostro Dio

Dopo quattro secoli in Egitto gli Israeliti dimenticarono Colui che si era rivelato ad Abramo. Circondati dagli idoli e dai culti faraonici, si abbandonarono all’idolatria. Il piano messianico di Dio era così in pericolo. Dio quindi fece uscire gli Ebrei dall’Egitto per riportarli a Lui: "Io sono il Signore, sono Io che vi ho fatto uscire dal paese d’Egitto al fine di essere vostro Dio" (Levitico 22,33 / 25,38).

Gli Ebrei interpretarono egoisticamente l’espressione "vostro Dio", vedendovi una possessione esclusiva di Dio. Credettero di essere privilegiati, adulati e i soli eletti da Lui. Gelosi di questo possesso, vollero Dio solo per loro. Non doveva essere anche il Dio degli altri popoli. L’intenzione divina, invece, era di strappare agli Ebrei gli idoli per proseguire nel suo piano messianico.

Avevano ricevuto la conoscenza del Dio unico. Avevano la missione di farLo conoscere agli altri popoli, rivelando loro il piano divino dell’invio del Messia. Uscendo dall’Egitto, essi si considerarono i soli chiamati. Il Messia viene a correggere questa deviazione, insegnando che molti verranno a Dio dai quattro punti della terra, ma che gli Ebrei, a causa del loro fanatismo, saranno respinti da Colui che li fece uscire dall’Egitto: "Molti verranno dall’oriente e dall’occidente e siederanno a mensa con Abramo, Isacco e Giacobbe nel regno dei Cieli, mentre i figli del regno (d’Israele) saranno cacciati fuori nelle tenebre" (Matteo 8,11). Il Cristo rivelò questo fatto sconvolgente ai suoi discepoli, chiedendo di annunciarlo a loro volta. Ecco perché Pietro, dopo la risurrezione di Cristo, proclamò davanti agli Ebrei: "…Dio che conosce i cuori… ha donato ai Pagani lo Spirito Santo come a noi. Non ha fatto nessuna distinzione tra noi e loro…" (Atti 15,7-9). "Forse Dio è soltanto Dio dei Giudei? Non lo è anche dei Pagani?…"scrive ancora Paolo (Romani 3,29).

Dio fece uscire gli Ebrei dall’Egitto non per la gloria d’Israele, ma per poter inviare il Messia che Lo farà conoscere al mondo intero. Il profeta Ezechiele scrive: "Così dice il signore Dio: Io agisco non per riguardo a voi, gente d’Israele, ma per amore del mio Nome santo che voi avete disonorato" (Ezechiele 36,22). Ugualmente Dio proclama tramite Isaia: "Ascoltate ciò, casa di Giacobbe, voi che siete chiamati Israele… invocate il Dio d’Israele ma senza sincerità e senza rettitudine… sapevo che sei davvero perfido e che ti si chiama sleale fin dal seno materno. Per il mio Nome rinvierò il mio sdegno, per il mio onore lo frenerò al tuo riguardo per non annientarti… per riguardo a Me, per riguardo a Me solo lo faccio; come potrei lasciar profanare il mio Nome? Non cederò ad altri la mia gloria" (Isaia 48,1-11).

Se gli Ebrei fossero rimasti in Egitto, avrebbero continuato a praticare i culti Egiziani e la dimenticanza di Dio sarebbe stata totale. Il piano universale di Dio, cominciato con Abramo, non avrebbe potuto compiersi per arrivare fino a noi. Il Messia non poteva che essere inviato attraverso una comunità che conoscesse Dio ed il suo piano messianico. Senza questa comunità, le profezie riguardanti il Messia non avrebbero mai potuto essere rivelate perché non ci sarebbero stati dei profeti ai quali Dio avesse potuto affidarle. Ci voleva una base, anche imperfetta, per accogliere il Messia. È sul suo piano che Dio vegliava facendo uscire la comunità ebraica dall’Egitto. Il suo piano si concretizzò nel Messia, non in un popolo o in uno Stato israeliano.

Il Messia è già venuto 2000 anni fa. Egli si è indirizzato e si indirizza ancora oggi al mondo intero: "Gesù, levatosi in piedi, esclamò ad alta voce: chi ha sete (Ebreo o altro) venga a me e beva… Questo egli disse riferendosi allo Spirito che avrebbero ricevuto i credenti in Lui" (Giovanni 7,37-39). Tutti coloro che sono alla ricerca, che si trovano ad un "crocevia del loro cammino" spirituale e lo scoprono, ricevono questo Spirito divino. Ricevendolo, riprendono Vita e diventano figli di Dio (Giovanni 1,12). Questa è la prima resurrezione (Giovanni 5,25 / Apocalisse 20,6), il ritorno dell’anima alla Vita. È un’esperienza meravigliosa che conoscono solamente coloro che la provano. Noi dobbiamo la nostra fede in Dio e nel Cristo all’uscita degli Ebrei dall’Egitto nel XIII secolo a.C., Dio li fece uscire per essere il Dio di tutti i credenti, per essere nostro Dio e nostro Padre.

Dobbiamo essere ben coscienti del legame intimo che esiste tra "l’Uscita" dall’Egitto e noi. L’Esodo, con Mosè, non è solamente il passaggio da un paese ad un altro, ma costituisce il simbolo di un cambiamento da uno stato d’animo ad un altro, l’uscita dall’ignoranza alla conoscenza di Dio. Questa conoscenza ridona la vita alle nostre anime con la riscoperta della vita eterna: "Questa è la vita eterna, che conoscano Te, unico vero Dio…" (Giovanni 17,3).

Per istituire l’Eucarestia, Gesù sceglie la festa della Pasqua ebraica che celebra "l’Uscita" dall’Egitto (Matteo 26,17). Questo Pane di Vita eterna strappa le nostre anime alla morte: "Chi mangia la mia Carne e beve il mio Sangue ha la vita eterna (in Lui)… egli dimora in me ed io in lui… vivrà in eterno" dice Gesù (Giovanni 6,51-58).
Senza l’uscita dall’Egitto, il piano di Dio sarebbe fallito: non avremmo avuto né il Messia, né la Bibbia, né il Vangelo, né l’Apocalisse. Avremmo ignorato la prima resurrezione che è il Paradiso ritrovato sulla terra. È questa la vera Terra Promessa e non la Palestina geografica, come pensano coloro che hanno il cuore attaccato alla materia ed alla terra.

Con Abramo, questo fu il primo passo verso la prima resurrezione. Il passo seguente fu l’uscita dall’Egitto. Poi vi fu la chiamata lanciata da Gesù, invitando i credenti del mondo intero ad aderirvi. Con l’Apocalisse questa promessa diventa una realtà vissuta, un sacerdozio regale. Dobbiamo il nostro sacerdozio apocalittico all’iniziativa divina di far uscire gli Ebrei dall’Egitto, sottraendo anche noi, per lo stesso motivo, dall’ignoranza spirituale e dalla morte dell’anima. Come ringraziarlo? Con Gesù!

Senza questa uscita dall’Egitto, cosa saremmo? Degli adoratori o dei sacerdoti degli dei Ra, Baal, Giove, Zeus, Diana, o Astarte…!

Riflessione

Tu pensi che siamo salvi per la fede in Gesù o per la pratica della Legge mosaica? (Circoncisione, sabato, puro ed impuro, ecc…)?

Tu pensi che sacrificare animali ed offrirli in olocausto possa riconciliare il peccatore con Dio?

A seconda delle risposte date a queste domande, si è discepoli o nemici di Gesù.

1.2. Il Libro dei Numeri

Questo libro comincia con un censimento degli Israeliti per definire il loro "numero", da questo il suo nome. Non bisogna soffermarsi su queste cifre. In un primo tempo, solo i leviti non sono censiti (Numeri 1,48) per essere iscritti al servizio della "Dimora della Testimonianza". Questa Dimora è la Tenda della Riunione dove sarebbero stati offerti i sacrifici in testimonianza al Dio unico. Aronne ed i suoi figli e nessun altro: "Tu stabilirai Aronne ed i suoi figli, perché custodiscano le funzioni del loro sacerdozio; l’estraneo che vi si accosterà sarà messo a morte" (Numeri 3,10), hanno fatto dire a Yahvè per salvaguardare il diritto dei sacerdoti…

Bisogna leggere rapidamente questo libro per poi tornare al Corso Biblico, nel quale sono rivelati e spiegati i punti più importanti da ricordare.

La storia del trasferimento degli Ebrei nel deserto qui raccontata, fu messa per iscritto all’incirca tre secoli più tardi. Come già spiegato, gli scribi-sacerdoti non mancarono di mettere in evidenza il ruolo incontestabile del culto e del sacerdozio di Aronne e dei suoi discendenti. La comunità passò 40 anni nel deserto, un tempo sufficiente per organizzare un culto intorno alla Dimora della Testimonianza che consideravano il loro Tempio. All’interno si trovava l’Arca dell’Alleanza che conteneva le due pietre dei dieci comandamenti. Questa significava la Presenza di Dio, da qui la sua importanza (Numeri 10,33-35). La marcia di questo popolo si svolgeva come certe processioni religiose moderne precedute dai simboli religiosi.

I leviti avevano un ruolo di servizio durante il culto, il sacerdozio, invece, era riservato ad Aronne e ai suoi figli. Questo privilegio viene ripetuto più volte nella Torah e nei Numeri con insistenza. In Numeri 3,1-4 vengono designati Aronne ed i suoi figli come unici sacerdoti nella tribù levita e tra tutte le altre comunità. Il resto della tribù di Levi non ha che un compito da svolgere nel culto, quello di servire Aronne ed i suoi figli: "Fa avvicinare la tribù di Levi e presentala al sacerdote Aronne perché sia al suo servizio…" (Numeri 3,6 ecc…). In cambio: "Ai figli di Levi io do in possesso tutte le decime in Israele per il servizio che fanno…" (Numeri 18,21). Questa è una somma considerevole. Tuttavia, la decima di questa decima doveva ritornare a Yahvè (Numeri 18,26), cioè cadere nelle tasche del sacerdote Aronne poiché, precisano gli scribi, ciò che è offerto a Dio ritorna al sacerdote: "Così anche voi preleverete un’offerta per il Signore da tutte le decime che riceverete dagli Israeliti e darete al sacerdote Aronne l’offerta che avrete prelevato per il Signore", esigendo inoltre che "di tutto ciò che vi sarà di meglio, preleverete quel tanto che è da consacrare…" (Numeri 18,28-29). Le primizie dei raccolti rappresentavano la parte migliore.

Gli scribi hanno redatto questi testi secoli dopo Aronne; essi stessi erano sacerdoti, discendenti di Aronne. Volevano salvaguardare i loro privilegi; si sono premurati di includere dei versetti in loro favore, attribuendoli a Dio: "Il Signore disse a Mosè: parla ai figli di Israele e riferisci loro: Quando sarete arrivati nel paese dove io vi conduco… preleverete un’offerta da presentare al Signore (cioè per i sacerdoti)… metterete da parte una focaccia… Delle primizie della vostra madia darete al Signore (cioè ai sacerdoti) una parte come offerta che si fa elevandola, di generazione in generazione" (Numeri 15,17-21). Così facendo gli scribi-sacerdoti hanno reso perpetuo il "loro diritto divino" sui discendenti della comunità.

Non crediamo che Dio domandi di fondare un sacerdozio di sfruttamento del meglio del bene altrui; in questo vediamo ancora "la penna menzognera degli scribi" (Geremia 8,8). Vi sono persone del clero, cosiddette cristiane, che cadono nello stesso baratro economico. Nell’Apocalisse, Dio invita i suoi a prendere "gratuitamente" il mare di grazie che Egli riversa su coloro che credono (Apocalisse 21,6 / 22,17). "Voi avete ricevuto gratuitamente, date gratuitamente", raccomanda ancora Gesù (Matteo 10,8 / Luca 9,2).

1.2.1. La messa a morte di due dei figli di Aronne

Il libro dei Numeri racconta laconicamente la morte al Sinai di Nadab e di Abiu, i figli di Aronne, il primogenito e il secondogenito. Il decesso di questi due fratelli è attribuito a Dio. In realtà ci fu una condanna a morte: "Nadab e Abiu morirono davanti al Signore, quando offrirono fuoco profano davanti al Signore nel deserto del Sinai" (Numeri 3,4). Il Levitico è più esplicito: "Ora Nadab e Abiu, figli di Aronne, presero ciascuno un braciere… e offrirono davanti al Signore un fuoco illegittimo… Ma un fuoco si staccò dal Signore e li divorò e morirono così davanti al Signore" (Levitico 10,1-2).

Questi due uomini, leviti e sacerdoti, trovarono la morte lo stesso giorno della loro investitura sacerdotale (Numeri 8,13). Il fuoco che li divorò non è altro che il braccio armato di Mosè e della sua banda. Quale fu il loro crimine? Volevano offrire al Signore, nel loro incensiere fumante d’incenso, un fuoco cosiddetto irregolare, non come prescritto da Mosè. Volevano forse fare l’offerta al posto di Aronne? Avevano comunque suscitato la collera assassina del loro zio Mosè, che decretò la loro morte per "ordine del Signore", secondo la sua abitudine. Mosè inoltre era irritato anche contro gli altri due fratelli superstiti per una controversia di alimenti: "Mosè poi si informò accuratamente circa il capro che era stato bruciato… Perché non avete mangiato la vittima espiatoria nel luogo santo?… Ecco il sangue della vittima non è stato portato dentro il santuario; voi avreste dovuto mangiarla nel santuario, come io vi avevo ordinato". Mosè si calmò solo dopo l’intervento esplicativo e timoroso di Aronne (Levitico 10,16-20).

La morte dei suoi due figli lascia Aronne terrorizzato di fronte a Mosè: davanti alle spiegazioni date a suo fratello "Aronne resta muto", paralizzato per il timore davanti a tanta inattesa violenza. Lo shock provocato dall’esecuzione a sorpresa dei suoi due figli sacerdoti, lo stesso giorno della cerimonia gioiosa, raggela Aronne e gli altri suoi due figli. Mosè vedendo l’angoscia impadronirsi di suo fratello e dei suoi due nipoti, li tranquillizza: "Non vi scarmigliate i capelli del capo e non vi stracciate le vesti perché non moriate (come gli altri due)… Non vi allontanate dall’ingresso della tenda del convegno, così che non moriate" (Levitico 10,6-7). È che all’esterno della tenda è in corso una sommossa popolare, guidata da Mosè, contro tutti quelli che non si piegavano alle esigenze rigorose del culto, come egli esigeva. Aronne ed i suoi due figli superstiti rischiarono di essere linciati.

Se ci fosse stata una fiammata che avesse divorato Nadab e Abiu, avrebbe ridotto in cenere le loro tuniche sacerdotali. Invece: "Essi si avvicinarono e li portarono via con le loro tuniche, fuori dall’accampamento, come Mosè aveva detto" (Levitico 10,5). In realtà la fiamma mortale non può essere che la collera infiammata ed armata di Mosè. Credendosi incaricato da Yahvé di organizzare un culto, non tergiversa, imponendo di "regolare" con la forza della spada. Non dimentichiamo che Mosè fu un uomo violento, capace di uccidere. Non aveva già ucciso un egiziano prima di fuggire dall’Egitto? (Esodo 2,11-15). Non ha forse personalmente ordinato ai capi Israeliti: "Ognuno di voi uccida tra i suoi uomini coloro che hanno aderito al culto di Baal-Peor… Di quel flagello morirono ventiquattromila persone, per placare il Signore"? (Numeri 25,1-9). Ai nostri giorni vengono condannati dei politici in nome dei diritti dell’uomo, per crimini minori! D’altronde l’espressione "una fiammata uscì per divorare…" si chiarisce in Numeri 21,28: "Perché un fuoco uscì da Chesbon, una fiamma dalla città di Sicon divorò Ar-Moab". Questo "fuoco" non è altro che la battaglia nella quale perì Sicon, il re dei moabiti (Numeri 21,21-30).

Tuttavia gli scribi hanno presentato Mosè come "più mansueto di ogni uomo che è sulla Terra" (Numeri 12,3). Questa umiltà è relativa alla violenza dei suoi ammiratori. Se questo è il caso giudiziario del "più umile degli uomini", che sarà di quello più violento? Quale sarà il grado di dolcezza e umiltà di Gesù di Nazareth? Egli aveva ragione nel dire di Giovanni Battista: "Tra i nati da donna non è sorto uno più grande di Giovanni Battista; tuttavia il più piccolo nel Regno dei Cieli è più grande di lui" (Matteo 11,11). La violenza di Mosè lo pone molto indietro rispetto a Giovanni.

1.2.2. Rivolta di Maria ed Aronne contro Mosè

Maria ed Aronne parlarono contro Mosè a causa della donna etiope che aveva sposata… Dissero: "Il Signore ha forse parlato soltanto per mezzo di Mosè? Non ha parlato anche per mezzo nostro?!…" (Numeri 12,1-3). L’irritazione di Maria e di Aronne contro il loro fratello non si spiega solamente col matrimonio che egli aveva fatto con una non ebrea. Essi hanno invece la pretesa di essere, anch’essi, interlocutori di Dio. Questa pretesa è legittima. Bisogna comprendere che Mosè si arrogava il diritto esclusivo di parlare con Dio e di sentirlo. Partendo da questo punto di vista, occorreva fare tutto ciò che diceva Mosè e come lo comandava, altrimenti c’era la condanna a morte decretata da Dio. Così, in nome di Yahvé, si era stabilito un clima di terrore. È per questo che, preso dalla paura, Aronne non sa come nascondersi davanti a Mosè, mendicando la sua pietà per lui e per i suoi due figli rimasti (Numeri 12,4-15).

1.2.3. Rivolta di Core

L’irascibilità di Mosè si nota anche nella rivolta del clan di Core, benché levita. I privilegi materiali eccessivi, accordati da Mosè (non da Dio) a suo fratello Aronne ed ai suoi nipoti, crearono molto malcontento, in quanto non rappresentavano la volontà divina, ma un lucro umano. I leviti stessi si sentirono frustrati per dover cedere ad Aronne ed ai suoi figli "la parte migliore" della decima che essi prelevavano. Anche le altre tribù risentirono negativamente l’effetto di questo sfruttamento abusivo, fatto sotto copertura del nome di Dio. Da qui la rivolta di Core, il levita di alto lignaggio, al quale si erano aggiunti due principi della casa di Ruben, Eliab e Abiram e molti altri. Ribellati a causa dell’appetito divoratore dei sacerdoti, essi insorsero contro Mosè "con 250 figli di Israele, capi della comunità (questi rappresentavano dunque tutta la comunità)… Radunatisi contro Mosè e contro Aronne dissero loro: "Basta! Tutta la comunità, tutti sono santi e il Signore è in mezzo a loro; perché dunque vi innalzate sopra l’assemblea del Signore?" (Numeri 16,1-3). Avevano ragione!

Davanti a questa rivolta, Mosè scelse di dialogare separatamente con Core prima, poi con Datan e Abiram. Questi si rifiutarono con disprezzo di presentarsi davanti a Mosè, fatto che provocò la "collera violenta" di quest’ultimo (Numeri 16,12-15). Mosè rimproverò Core di non accontentarsi dei privilegi dei leviti e di "pretendere anche il sacerdozio!" (Numeri 16,8-10).

Gli scribi si inventarono che la terra si fosse aperta miracolosamente per inghiottire i rivoltosi e che "un fuoco uscisse dalla presenza del Signore e divorasse i 250 uomini che offrivano l’incenso" che li accompagnavano (Numeri 16,28-35). Questo "fuoco" è lo stesso che aveva già ucciso i due figli di Aronne: essi furono uccisi da Mosè e dai suoi uomini.

Perché gli scribi hanno riportato simili storie? È che, scrivendo tre secoli dopo ed essendo essi stessi sacerdoti, discendenti di Aronne, essi tenevano gelosamente alle loro prerogative. Essi hanno scritto questi avvenimenti per "ricordare ai figli di Israele che nessun laico, estraneo alla discendenza di Aronne, si poteva avvicinare per bruciare l’incenso davanti al Signore e abbia la sorte di Core e di quelli che erano con lui", aggiungendo impudentemente che questo fu "come il Signore aveva ordinato per mezzo di Mosè" (Numeri 17,5).

Io non credo alla realtà storica di questo racconto. Non credo che la terra si sia aperta per divorare Core e "il suo gruppo", di cui io faccio parte in spirito. Poiché io credo, come Core, "che i sacerdoti hanno oltrepassato la misura, che questa è la comunità di Dio che è consacrata", che il Nostro Padre celeste sia in mezzo a noi, che noi viviamo l’Emmanuele e che noi pratichiamo il sacerdozio apocalittico voluto da Dio e dal suo Messia, Gesù.

La verità è che Mosè e la sua banda armata volevano la morte di Core e dei suoi. La "terra che si è aperta" per inghiottire questi ultimi e la "fiamma" che ha divorato i due figli di Aronne non sono state che le spade insanguinate della mafia di Mosè. Questo ha provocato la reazione della comunità contro Mosè ed Aronne dopo questa strage: "Il giorno dopo tutta la comunità degli Israeliti mormorò contro Mosè ed Aronne dicendo: voi avete fatto morire il popolo del Signore…" (Numeri 17,6).

Bisogna essere mentalmente deboli per credere indistintamente a tutto ciò che raccontano gli scribi-sacerdoti nei libri storici del Vecchio Testamento. I profeti denunciarono questa debolezza mentale dicendo da parte di Dio: "…Israele non conosce e il mio popolo non comprende…" (Isaia 1,3). E Geremia: "Stolto è il mio popolo, non mi conoscono, sono figli insipienti, senza intelligenza; sono esperti nel fare il male, ma non sanno compiere il bene" (Geremia 4,22).

Questi fatti gravi commessi dai "sacerdoti" Ebrei hanno deformato il vero Volto di Dio, rendendolo irriconoscibile agli uomini. La conoscenza del vero carattere divino sarebbe stata impossibile senza Gesù. Se gli Ebrei, come rivelato dai profeti, furono incapaci di conoscere Dio, con Gesù invece furono ben coscienti di averLo conosciuto veramente: "Padre giusto, il mondo non ti ha conosciuto, ma io ti ho conosciuto" aveva detto loro, aggiungendo: "Io ho fatto conoscere loro il tuo Nome e lo farò conoscere" (Giovanni 17,25-26). È Gesù che ha rivelato il vero Volto di Dio, il suo vero "Nome".

Se abbiamo compreso bene questo punto essenziale della vita spirituale, la preoccupazione principale sarà di pregare come Gesù ci ha insegnato perché in noi "il nome di Dio sia santificato", cioè che conosciamo Dio e che lo facciamo conoscere come è veramente, non come viene presentato da alcuni. Poiché la vita eterna è conoscere Dio: "Questa è la vita eterna, che conoscano te, l’unico vero Dio e il tuo inviato Gesù, il Cristo" (Giovanni 17,3). Questa è la ragione per la quale la prima preghiera insegnata da Gesù è la seguente: "Padre… che sia santificato il tuo Nome". Noi abbiamo per missione di santificare questo santo, questo meraviglioso Nome del Nostro Padre Creatore.

1.2.4. Altri punti importanti

Dono dello Spirito (Numeri 11)

Vedendo lo smarrimento degli Israeliti nel deserto, Mosè si scoraggiò. Pensò che la sua missione fosse troppo pesante. Si rivolse a Dio: "Perché hai trattato così male il tuo servo? Perché non ho trovato grazia ai tuoi occhi, tanto che tu mi hai messo addosso il carico di tutto questo popolo?" (Numeri 11,10-11). Il Signore gli chiese di scegliere 70 tra gli anziani di Israele e degli scribi ai quali avrebbe donato il suo spirito, per aiutarlo nel suo compito. Dopo averli radunati, "lo Spirito si posò su di loro, quelli profetizzarono, ma non lo fecero più in seguito" (Numeri 11,24-25). Perché non lo fecero più? Probabilmente perché Mosè decise in seguito di profetizzare egli solo, cioè di governare da solo in nome di Dio. Profetizzare significa parlare in nome di Dio, essere il suo portavoce, rivelare l’opinione divina sugli avvenimenti. Questo non si può fare senza un’assistenza diretta di Dio. Questa è la ragione per la quale Dio dà il suo Spirito agli uomini che egli sceglie per una missione.

Da notare che due uomini, Eldad e Medad, profetizzarono indipendentemente dai 70 riuniti intorno a Mosè. Giosuè, il servitore di Mosè, voleva impedirlo, ma Mosè lo trattenne dicendo: "Fossero tutti profeti nel popolo del Signore e volesse il Signore dare loro il suo Spirito" (Numeri 11,26-29). Questo non impedì a Mosè di arrabbiarsi contro Aronne e Core per aver detto che Dio aveva loro parlato. Il comportamento di Giosuè è simile a quello di Giovanni nel Vangelo: "Giovanni disse a Gesù: Maestro, abbiamo visto uno che scacciava i demoni nel tuo nome e glielo abbiamo vietato perché non era dei nostri. Ma Gesù disse: Non glielo impedite, perché non c’è nessuno che faccia un miracolo nel mio nome e subito dopo possa parlare male di me. Chi non è contro di noi è per noi" (Marco 9,38-40). Questo caso di dono dello Spirito al di fuori di un quadro tradizionale illustra le parole di Gesù a Nicodemo: "Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai di dove viene e dove va: così è di chiunque è nato dallo Spirito" (Giovanni 3,8).

Lo Spirito di Dio ha parlato spesso a Mosè. Questo è innegabile, ma è anche vero che Mosè prese spesso delle decisioni personali credendole ispirate da Dio. Così, per discernere nei libri dell’Antico Testamento, tra quello che è ispirato da Dio e quello che viene da Mosè, bisogna ricorrere alle luci che Gesù ci ha dato nel Vangelo.

Giosuè

Giosuè viene citato per la prima volta in Esodo 17,9: "Mosè disse a Giosuè: scegli per noi alcuni uomini ed esci in battaglia contro Amalek". Egli fu il solo a salire sulla montagna del Sinai con Mosè (Esodo 24,13). Lo servì fedelmente essendo attaccato al culto e alla Tenda (Esodo 33,11). Il libro dei Numeri ne parla per la prima volta quando egli vuole impedire ai due uomini, Eldad e Medad di profetizzare (Numeri 11,26-29). Questo fatto rivela la sua grande gelosia per Mosè. Egli faceva parte dei dodici uomini inviati da Mosè ad esplorare il Paese di Canaan: egli è quell’"Osea figlio di Nun della tribù di Efraim" (Numeri 13,8) a cui Mosè cambiò il nome in Giosuè (Numeri 13,16). Mosè lo designa come suo successore (Numeri 27,15-23). Il libro di Giosuè, il primo libro dopo il Pentateuco, porta il suo nome e racconta come egli ha introdotto gli Israeliti in Canaan.

Missione di ricognizione in Canaan

Mosè manda 12 illuminati in Canaan, uno per ogni tribù, per esplorare la terra e sondare la popolazione, per vedere come invadere il paese. Giosuè fu uno dei 12. Partirono da Qadesh (Kades), nome da ricordare. Al ritorno dalla loro spedizione dopo quaranta giorni, gli illuminati dichiararono che il paese di Canaan era civilizzato e fortificato: "Dove scorrono ruscelli di latte e miele, ed ecco i loro frutti" (Numeri 13,27). Avevano preso con loro campioni di uva, melograni e fichi. I grappoli erano così grandi che dovettero "portarli in due, su una pertica…" (Numeri 13,23). C’era inoltre un inconveniente maggiore: "Tuttavia il popolo che abita il paese è potente, le città fortificate ed immense…" (Numeri 13,28). Questo fece paura a 10 illuminati che consigliarono di rinunciare all’invasione: "Noi non saremo capaci di andare contro questo popolo perché è più forte di noi… tutta la gente che vi abbiamo notato è gente di alta statura… di fronte ai quali ci sembrava di essere come locuste e così dovevamo sembrare loro" (Numeri 13,31-33). Solo Giosuè e Caleb erano di avviso contrario.

Il popolo si rimette all’opinione della maggioranza degli inviati (Numeri 14,1-4), malgrado l’incoraggiamento di Giosuè e Caleb, e si apprestarono a lapidare Mosè e il suo clan: "Allora tutta la comunità parlò di lapidarli" (Numeri 14,10). Al contrario fu Mosè che finì per mettere a morte "gli uomini che Mosè aveva mandati ad esplorare il paese e che, tornati, avevano fatto mormorare tutta la comunità contro di lui, diffondendo il discredito nel paese, quegli uomini che avevano propagato cattive voci su quel paese, morirono colpiti da un flagello davanti al Signore… rimasero vivi Giosuè e Caleb" (Numeri 14,36-38).

La Palestina dunque non è mai stata il deserto come alcuni pretendono. Da millenni non ha cessato di essere civilizzata e coltivata con ogni tipo di alberi da frutto. Pretendere di trasformare il "deserto palestinese" in "giardino israeliano" è una menzogna che seduce soltanto gli ignoranti.

Di fronte alla potenza dei Cananei, solo Giosuè e Caleb vollero entrare nel paese. Più tardi, anche gli Israeliti decisero di entrare, ma troppo tardi; Dio non era più con loro: "Allora gli Amaleciti ed i Cananei che abitavano su quel monte scesero, li batterono e ne fecero strage" (Numeri 14,45). La morale di questa storia: non bisogna mai esitare ad agire quando è l’ora di Dio e bisogna astenersi sempre dall’intraprendere un’azione, fosse anche buona in apparenza, quando viene compiuta senza Dio. È per questo che Mosè aveva sconsigliato il progetto (Numeri 14,41-42). Gli scribi scrissero che furono battuti perché "né l’Arca dell’Alleanza, né Mosè si mossero dall’accampamento" (Numeri 14,44).

Non potendo entrare per Kades, per la strada più diretta, gli Israeliti aggirarono il territorio di Edom. Il re di Edom, temendo di lasciar passare un così grande numero di persone, rifiutò di farli passare (Numeri 20,14-21). Rinunciarono dunque alla scorciatoia e discesero verso sud, poi risalirono a nord verso Moab, un lunghissimo tragitto, molto difficile e pericoloso, per il quale occorsero 38 anni per compierlo. Molti non entrarono in Palestina; anche Mosè ed Aronne non la videro (Numeri 14,29-38).

Diverse prescrizioni del culto

Il racconto del soggiorno a Kades è interrotto da una serie di prescrizioni del culto descritte nei capitoli 15-19. Ti segnalo le più importanti:

Il sabato

Tutto il lavoro è proibito di sabato. Un uomo raccoglieva legna di sabato e fu considerato colpevole di violazione della legge "divina" sul sabato. L’uomo fu messo a morte "secondo il comando che il Signore aveva dato a Mosè" (Numeri 15,36). Un comportamento così rigido non corrisponde allo Spirito di Dio. Confronta questo con l’atteggiamento di Gesù verso i farisei che criticarono gli Apostoli per avere strappato delle spighe di grano di sabato (Matteo 12,1-8).

I fiocchi

Mosè pretende che sia Dio ad esigere "di generazione in generazione, fiocchi agli angoli delle loro vesti e che mettano al fiocco di ogni angolo un cordone di porpora viola…" (Numeri 15,37). Queste mode "religiose" ridicole sono state seguite dai Cristiani, particolarmente nella Chiesa Cattolica (cardinali e vescovi). Gesù condanna queste usanze relative al vestiario (Matteo 23,5) e insiste sulla fede e la semplicità, non sui vestiti.

La vacca rossa

Secondo una disposizione di Legge prescritta da Dio, la cenere di una vacca rossa mescolata all’acqua dai sacerdoti, è capace di purificare (Numeri 19,1-10). "Un uomo mondo raccoglierà le ceneri della giovenca e le depositerà fuori dal campo in un luogo mondo dove saranno conservate per la comunità degli Israeliti per l’acqua di purificazione: è un rito espiatorio" (Numeri 19,9). Ancora un rito pagano che passa al culto ebraico, con le sue superstizioni. La purificazione morale attraverso l’acqua è una pratica conosciuta nelle religioni antiche. Il suo corrispondente oggi è "l’acqua benedetta" per i Cristiani, le abluzioni per i Mussulmani, il fiume Gange per gli Indù, ecc…

È chiaro che questa "purificazione" è illusoria, essendo materiale e insudiciata dalla stregoneria e dalla superstizione pagana. Pensa all’importanza religiosa data alla vacca "bianca" in India (il colore della vacca è diverso ma non lo spirito del culto). La differenza è che gli scribi attribuirono questo culto a… Dio! La ragione reale è che conveniva ai sacerdoti, perché si pagava molto per farsi purificare, in quanto una vacca "rossa" non era facile da trovare. Da qualche tempo alcuni Israeliani annunciano con gioia che il tempo messianico è vicino perché hanno trovato in Spagna una vacca rossa che, finalmente, corrisponde alle esigenze della Torah…!

Per conoscere la purificazione spirituale attraverso il pentimento, occorreva una nuova tappa evolutiva. È Gesù che, al prezzo del suo sacrificio, ci insegna a purificarci con il sacrificio dei nostri cattivi pensieri e la richiesta del perdono, non tramite un culto esteriore illusorio. È Dio che perdona e purifica l’anima pentita.

L’acqua estratta dalla roccia

Venendo a mancare l’acqua ed il cibo, la comunità si rivoltò ancora una volta contro Mosè. Rimpiansero di avere lasciato l’Egitto per un luogo deserto (Numeri 20,1-5). Dio disse dunque a Mosè: "Prendi il Bastone (quello di Aronne, che era fiorito a danno di quello di Core, al momento della sua rivolta contro Mosè: Numeri 17,21-26) e tu e tuo fratello Aronne convocate la comunità e alla loro presenza parlate a quella roccia, ed essa farà uscire la sua acqua… Mosè alzò la mano, percosse la roccia con il bastone due volte e ne uscì acqua in abbondanza; ne bevvero la comunità e tutto il bestiame" (Numeri 20,6-11). Il luogo della convocazione è contestato, come vedremo più avanti: è stato vicino ad una roccia o ad un pozzo?

Dopo questo miracolo Dio si irritò contro Mosè ed Aronne "poiché non avete avuto fiducia in me per dare gloria al mio santo Nome agli occhi degli Israeliti (di manifestare la mia Onnipotenza), voi non introdurrete questa comunità nel paese che Io le do" (Numeri 20,11-12). In effetti fu Giosuè che li fece entrare in Palestina (Numeri 27,12-22). Quale fu la colpa di Mosè ed Aronne? Perché questa collera divina contro di loro? Una tale reazione da parte di Dio, dopo un tale miracolo, non si concepisce. Mosè colpì la roccia due volte. Avrebbe dovuto colpirla una sola volta con sicurezza, non una seconda volta dopo aver esitato. Egli, al quale Dio aveva parlato, non avrebbe dovuto agire con convinzione e forza sapendo Dio "capace di dare gloria al suo santo Nome" davanti a tutti?

La risposta è nel luogo dove si doveva tenere la "convocazione" per bere l’acqua: era veramente vicino ad una roccia come pretendono gli scribi in Numeri 20,1-13 per far credere al miracolo? Questo luogo è contraddetto in Numeri 21,16-18 in cui viene rivelato che la convocazione si è svolta intorno ad un pozzo: "…Di là andarono a Beer (nome di un luogo che significa pozzo)… Questo è il pozzo di cui il Signore disse a Mosè: Raduna il popolo e Io gli darò l’acqua. Allora Israele cantò questo canto: Sgorga o pozzo, cantatelo! Pozzo che i principi hanno scavato" (Numeri 21,16-18). In ebraico, come in arabo, la parola "beer" significa pozzo. Questo luogo prende il nome dal pozzo che vi si trova.

Così, "la convocazione" per bere si faceva non attorno ad una roccia, ma più semplicemente attorno ad un pozzo. D’altronde, bevendo l’acqua del pozzo, Mosè non rispetta il suo impegno di "non bere l’acqua del pozzo" delle regioni che la comunità attraverserà (Numeri 20,17 / 21,22).

La causa della collera di Dio contro Mosè ed Aronne sarà piuttosto per la loro estrema violenza e l’istituzione di un culto intransigente, che ricalca il paganesimo, non certo prescritto da Dio. E questo in suo Nome!

Morte di Aronne (Numeri 20,14-21)

Abbiamo visto che gli Edomiti impedirono agli Israeliti di attraversare il loro territorio. Questi dovettero quindi costeggiarlo affrontando la lunga e penosa strada per il sud. Aronne morì lungo la strada sul monte "Cor". Eleazaro, suo figlio, gli succedette come grande sacerdote.

Il serpente di bronzo (Numeri 21,4-9)

Fabbricato su richiesta di Dio, questo serpente di bronzo dovrà essere appeso orizzontalmente su una pertica verticale, formando così una croce. Quelli che, morsi dai serpenti nel deserto, avessero guardato questo serpente di bronzo con fede, sarebbero stati guariti fisicamente, perdonati di essersi rivoltati contro Dio.



Il serpente di bronzo

Questa croce prefigura un’altra più importante dove la potenza di guarigione è di ordine spirituale, non fisica, eterna, non temporale. La croce formata dal serpente di bronzo sulla pertica verticale annuncia la messa in croce di Cristo e la guarigione di quelli che credono in Lui. Gesù riprende questa storia attribuendo alla sua crocifissione gli stessi valori vivificanti, ma questa volta sul piano dell’anima. Il serpente di bronzo in croce simboleggia la sua passione: "Come Mosè innalzò il serpente (di bronzo) nel deserto, così bisogna che sia innalzato (sulla croce) il Figlio dell’uomo (il Cristo), perché chiunque crede in Lui abbia la vita eterna", aveva detto Gesù (Giovanni 3,14).

Questo serpente di bronzo fu lungamente venerato dagli Ebrei al punto di adorarlo. È per questo che, 600 anni dopo, il re Ezechia lo distruggerà (2 Re 18,4).

Il rito di "Urim e di Tummim" (Numeri 27,21 - vedere anche Esodo 28,30)

Urim e Tummim erano due sorte di pietre o di dadi che il sacerdote portava sempre con sé per consultare Dio su un problema; il sacerdote gettava Urim e Tummim e, secondo la posizione della loro caduta o delle iscrizioni che avevano, il grande sacerdote interpretava "sì" o "no" come risposta divina al problema posto. È un cattivo sistema di consultare Dio e questo ha spesso dato risultati disastrosi.

Il cibo di Dio destinato ai sacerdoti

Il capitolo 28 ripete ancora prescrizioni della legge mosaica. A proposito dei sacrifici, "Dio" disse al popolo: "Avrete cura di presentarmi l’offerta al tempo stabilito, l’alimento dei miei sacrifici da consumare con il fuoco…" (Numeri 28,1-2). Tutti questi alimenti "offerti a Dio" finivano sulla tavola dei sacerdoti e dei leviti che hanno redatto questi testi (leggi 1 Samuele 2,12-17). Era quindi conveniente per i sacerdoti, gli scribi ed i leviti, avere il più gran numero di sacrifici da offrire a… Dio… che consumavano egli stessi… in nome di Dio!

1.2.5. Balaam e le sue profezie sul Messia (Numeri 22-24)

Il tema più importante nei Numeri è quello delle profezie di Balaam sul Messia, un indovino, non ebreo.

Per entrare in Palestina, gli Israeliani dovevano passare per il paese di Moab (l’attuale Giordania). Balak, il re moabita, voleva impedirlo con la forza, per cui fece appello a Balaam, un indovino della regione. Gli chiese di maledire gli Israeliani per poterli sconfiggere senza difficoltà: "Gli Anziani di Moab e gli Anziani di Madian partirono (verso Balaam) portando in mano il salario dell’indovino" (che doveva fare la maledizione contro gli Ebrei) (Numeri 22,7).

Dio impedì a Balaam di maledirli: "Perché non vi è sortilegio contro Giacobbe e non vi è magia contro Israele" (Numeri 23,23). Perché? Perché dice Balaam l’indovino: "Fluirà l’acqua dalle sue secchie e il suo seme come acqua copiosa. Il suo re sarà più grande di Agag e il suo regno celebrato… (Numeri 24,7) …Io lo vedo, ma non ora, io lo contemplo, ma non da vicino: una Stella spunta da Giacobbe (diventando capo) ed uno scettro sorge da Israele…" (Numeri 24,17).

Così, la sola ragione per cui questo popolo è protetto da Dio, è che per mezzo di Lui verrà il Messia. È Lui questo "seme" che viene dalla sua discendenza e questa "Stella" che Balaam vede venire "ma non ora". In effetti Gesù verrà 13 secoli più tardi. È Lui la "Stella del mattino", come lo chiama l’Apocalisse (Apocalisse 2,28 / 22,16). In quel momento era chiaro che la sola vocazione degli Israeliti era la venuta del Messia. Oggi, dopo la venuta del Messia nella persona di Gesù di Nazareth, ogni Israeliano che lo rinnega, non può più pretendere una qualunque benedizione divina, non più di ogni uomo che volta le spalle a questa "Stella-Seme".

Balaam è una figura da ricordare perché, incapace di maledire gli Ebrei, li spinge in tresche con le prostitute di Moab per attirare la collera divina su di loro (Numeri 25,1-3). Nota che le moabite e le madianite sono entrambe accusate dagli Ebrei (Numeri 25,6-16), ma è Balaam che è il grande responsabile in questa storia di Sittim ed è questa la ragione per la quale gli Israeliti lo uccisero più tardi (Numeri 31,8). L’Apocalisse ci parla ancora di Balaam e paragona gli empi della fine dei tempi a questo: "Balaam, il quale insegnava a Balak a provocare la caduta dei figli di Israele, spingendoli… alla fornicazione" attirando così su di loro la collera divina (Apocalisse 2,14). Questi empi sono i seguaci della Bestia che corrompono i discepoli del Cristo per allontanarli da Dio, come fece Balaam (leggi il libro "I Protocolli dei Savi di Sion").

1.2.6. Le frontiere di Israele

Il libro dei Numeri termina con gli Israeliani alle porte della Palestina ad Est del Giordano, al Monte Nebo posto di fronte alla città palestinese di Gerico (Ariha). Mosè morì là (Deuteronomio 34,1-5).

Secondo gli scribi, le frontiere donate, sempre da Dio, agli Ebrei vanno dal Sinai fino alla città di Amat a Nord della Siria (Numeri 34,8) e terminano ad Est con il Giordano e il Mar Morto (salato) (Numeri 34,12).

Queste frontiere sono fantasiose e non dipendono da Dio, ma dalle mutevoli ambizioni degli scribi Israeliani che, secondo i loro appetiti più o meno voraci, piazzano le frontiere prima dal Sinai al Giordano, come in questo caso, e dopo dal Nilo all’Eufrate, come indicato in Giosuè 1,3-4. Se fosse stato Dio a fissare le frontiere agli Israeliti, queste non sarebbero diverse da uno scriba all’altro. Esse sarebbero stabili, ben definite e soprattutto permanenti storicamente.

Gli Israeliani moderni non sono molto soddisfatti del paese che "Dio" ha dato loro, descritto da Mosè come un paese dove "scorre latte e miele" (Esodo 3,8 / Numeri 13,27). Già altre volte, nel deserto, gli Ebrei rimpiansero "i buoni pesci, i cocomeri, i meloni, le cipolle e l’aglio" che mangiavano "per niente" in Egitto (Numeri 11,5-6). Nel 1977 il defunto Primo Ministro israeliano Golda Meir aveva detto: "Mai Israele perdonerà a Mosè la sua imprevidenza; fece uscire gli Ebrei dall’Egitto e colpì la roccia per dissetarli, ma li fece camminare per 40 anni nel deserto per stabilirli nella sola regione priva di petrolio".

1.3. Il Libro del Deuteronomio

1.3.1. Significato della parola "Deuteronomio"

Questa parola viene dal greco "deftero" che significa "secondo" o "una seconda volta" e "noma" che significa "legge". Deuteronomio significa dunque "Seconda Legge" o "una seconda volta la Legge". Questo libro è così chiamato perché è un riassunto dei quattro libri della Legge (Pentateuco) che lo precedono. È una raccolta, un riassunto o una sintesi della Torah.

1.3.2. Quando e per chi fu scritto?

Il Deuteronomio fu scritto nell’ottavo secolo a.C., circa 200 anni dopo i quattro libri precedenti e 400 anni almeno dopo l’entrata in Palestina degli Israeliti. Fu redatto da un gruppo di scribi e di sacerdoti per raccogliere, in un solo volume, l’essenziale degli insegnamenti di Mosè. Vi aggiunsero quello che avrebbero voluto che Mosè avesse prescritto in loro favore. Per dare maggiore peso ai precetti che vi si trovano, gli autori fanno parlare lo stesso Mosè. I discorsi successivi formano il suo testamento morale. A parte le leggi e le disposizioni, il Deuteronomio contiene i racconti dei principali avvenimenti che si svolsero nel deserto.

La redazione del libro fu fatta dopo l’instaurazione del Regno israeliano. Il suo scopo era quello di evitare per il futuro gli errori commessi nel passato: "Quando sarai entrato nel paese che il Signore tuo Dio ti dona, ne avrai preso possesso e l’abiterai, se dirai: voglio costituire sopra di me un re come tutte le nazioni che mi stanno intorno… Egli (questo re) non dovrà avere un gran numero di mogli (come Davide e Salomone avevano già fatto)… neppure abbia gran quantità di argento e oro. Quando siederà sul trono regale, scriverà per suo uso in un libro una copia di questa Legge (il Deuteronomio) secondo l’esemplare che è presso i sacerdoti leviti… la leggerà tutti i giorni della sua vita…" (Deuteronomio 17,14-20). Da notare l’importanza dei sacerdoti nel redigere i testi biblici. Questo testo deve essere confrontato con 1 Samuele 8,5-19, nel quale gli Ebrei, quando ancora non avevano un regno nel XI secolo a.C., domandarono a Samuele un re: "Dacci un re che ci governi come le altre nazioni". Del resto in 1 Re 10,14-18 e 1 Re 11,1-8, troviamo citato l’oro, i cavalli e le numerose donne di Salomone. Il Deuteronomio voleva evitare il ripetersi degli stessi abusi per l’avvenire. Un intero volume fu scritto per ricordare a tutti, soprattutto ai re, i loro doveri verso Dio: "Sappi dunque e conserva bene nel tuo cuore che il Signore è Dio, lassù nei cieli e quaggiù sulla terra e non ve n’è altro. Osserva dunque le sue leggi ed i suoi comandi che oggi ti do…" (Deuteronomio 4,39-40).

Il Deuteronomio fu per lungo tempo dimenticato dopo la sua redazione. Fu ritrovato sepolto nel Tempio, esso stesso abbandonato, sotto il Re Giosia nel 622 a.C. Questo è "il Libro della Legge trovato nel Tempio di Dio" (2 Re 22,8) e "il Libro di Mosè" al quale si riferisce Neemia 13,1-3.

Per dare più peso alle loro parole, gli scribi leviti si sforzarono, palesemente, di dare l’impressione che Mosè stesso lo avesse scritto ed affidato ai leviti stessi: "Quando Mosè ebbe finito di scrivere su un libro tutte le parole di questa Legge, fino alla fine, Mosè ordinò ai leviti…: Prendete questo libro della Legge… ecc…" (Deuteronomio 31,24-26).

Il testo del Deuteronomio dimostra che non fu Mosè l’autore fino alla fine, in quanto l’ultimo capitolo descrive la sua morte e la sua sepoltura (Deuteronomio 34). Mosè non avrebbe potuto scrivere: "Ecco le parole che Mosè rivolse…" (Deuteronomio 1,1), ma: "Ecco le parole che io ho detto…", e: "In quel tempo Mosè scelse tre città" (Deuteronomio 4,41), ma: "In quel tempo scelsi tre città". Tutto indica che i sacerdoti e gli scribi si impegnarono a scrivere il Deuteronomio sotto il regime monarchico in Israele, prima dell’invasione babilonese del 586 a.C. Nella sua introduzione al Deuteronomio, Andrè Chouraqui, autore della Bibbia francese che porta il suo nome, riconosce che "degli indizi impediscono di vedere in questo libro l’opera del grande Legislatore (Mosè)".

A questo punto bisogna leggere il Deuteronomio per intero, per poi ritornare alle spiegazioni dei punti importanti nel Corso Biblico.

1.3.3. Esproprio

Il dovere di espropriare le nazioni ricorre spesso nel Deuteronomio. Gli Israeliti furono spinti da Mosè, in nome di Dio, a cacciare gli occupanti da Canaan e ad impossessarsi dei loro beni:

"Per scacciare dinanzi a te nazioni più grandi e più potenti di te, per farti entrare nel loro paese e dartelo in possesso" (Deuteronomio 4,38).

"Ascolta Israele! Oggi tu attraverserai il Giordano per andare ad impadronirti di nazioni più grandi e più potenti di te…" (Deuteronomio 9,1).

"Quando il Signore tuo Dio ti avrà fatto entrare nel paese che ha giurato ad Abramo, Isacco e Giacobbe, tuoi padri, di darti; quando ti avrà condotto alle città grandi e belle che tu non hai edificato, alle case piene di ogni bene che tu non hai riempite, alle cisterne scavate ma non da te, alle vigne e agli oliveti che tu non hai piantati, quando avrai mangiato e ti sarai saziato, guardati dal dimenticare il Signore…" (Deuteronomio 6,10-12).

È impressionante il numero delle volte nelle quali è ripetuto il comando di espropriare e di saccheggiare le altre nazioni… in nome di Dio! In un solo versetto questo dovere di espropriazione è ripetuto due volte: "Quando il Signore tuo Dio avrà distrutto davanti a te le nazioni che tu stai per prendere in possesso, quando le avrai conquistate e ti sarai stanziato nel loro paese…" (Deuteronomio 12,29).

Possedere però non è sufficiente: "Quando ti avvicinerai ad una città per attaccarla, le offrirai prima la pace (!!). Se accetta la pace e ti apre le sue porte, tutto il popolo che vi si troverà ti sarà tributario e ti servirà (!!). Ma se non vuole far pace con te e vorrà la guerra, allora l’assedierai. Quando il Signore tuo Dio l’avrà data nelle tue mani, ne colpirai a fil di spada tutti i maschi; ma le donne ed i bambini, il bestiame e quanto sarà nella città, tutto il suo bottino, li prenderai come tua preda; mangerai il bottino dei tuoi nemici… Soltanto nelle città di questi popoli che il Signore tuo Dio ti dà in eredità, non lascerai in vita alcun essere che respiri" (Deuteronomio 20,10-16). Possesso, vandalismo e crimini in nome di Dio. La lista dei testi sarebbe troppo lunga da riportare. È questo che profana il Santo Nome di Dio!

I dieci comandamenti contengono tre precetti chiari: "Non uccidere, non rubare, non desiderare la casa del tuo prossimo, né la moglie, né lo schiavo, né il suo bue, né il suo asino: nulla di ciò che è suo" (Esodo 20,13-17). Per evitare questi comandamenti, gli scribi ed i sacerdoti interpretarono sottilmente il senso della parola "prossimo". Per gli Ebrei il prossimo è l’ebreo. Questi comandamenti erano validi solo per loro. I "goym" erano i nemici che Egli stesso aveva raccomandato di spogliare, anzi di uccidere. Questo comunque non impedì a Mosè di decretare la condanna a morte dei suoi nipoti e di un gran numero di Ebrei. I samaritani stessi erano considerati nemici. I farisei, per insultare Gesù, lo trattavano da samaritano: "Non diciamo con ragione che sei un samaritano e hai un demonio?" dice Giovanni (Giovanni 8,48). Gesù ha corretto l’interpretazione di questi comandamenti, designando un samaritano, nemico tradizionale degli Ebrei, come esempio dell’amore per il prossimo (Luca 10,29-37). Andò anche più lontano lodando il Centurione romano, un Pagano, biasimato dagli Ebrei: "Gesù fu ammirato alle parole del Centurione e disse a quelli che lo seguivano: In verità vi dico, presso nessuno in Israele ho trovato una fede così grande. Ebbene vi dico che molti verranno dall’oriente e dall’occidente e siederanno a mensa con Abramo, Isacco e Giacobbe nel Regno dei Cieli, mentre i figli del Regno (di Israele, gli Ebrei sionisti) saranno cacciati fuori nelle tenebre, ove sarà pianto e stridore di denti" (Matteo 8,10-13). Per questo Gesù ha invitato gli Ebrei ad amare i loro nemici ed a smettere di riservare la loro salvezza solo ai loro fratelli: "Amate i vostri nemici… infatti se amate quelli che vi amano, quale merito ne avete… che cosa fate di straordinario?" (Matteo 5,43-48).

Questa insistenza sul possesso e sull’omicidio chiarisce, senza alcun dubbio, la fonte di questi comandamenti: "Voi che avete per padre il diavolo e volete compiere i desideri del padre vostro. Egli è stato omicida fin dal principio", disse Gesù a coloro che lo rinnegavano (Giovanni 8,44). Questi erano gli ordini dati da Mosè che hanno attirato la divina collera contro di lui. Avendo fatto uscire gli Israeliti dall’Egitto, voleva possedere le nazioni dal Sinai al Libano ed oltre. Davanti alla comunità confessò di aver "chiesto una grazia a Dio: Mio Signore Dio, … Permetti che io passi al di là e veda il bel paese che è oltre il Giordano e questi bei monti e il Libano.", Mosè rimproverò il popolo dicendo, "Ma il Signore si adirò contro di me, per causa vostra, e non mi esaudì. Il Signore mi disse: Basta! Non parlarmi più di questa cosa!" (Deuteronomio 3,23). La collera tagliente di Dio non è dovuta al popolo, come pensa Mosè. Essa mirava a limitare l’appetito di possesso di quest’ultimo (Deuteronomio 4,21).

Nel criticare il comportamento di Mosè, occorreva tenere conto di alcune circostanze attenuanti: la mentalità ed i costumi dell’epoca, la difficoltà della missione, la rudezza del popolo…?

1.3.4. I sovraccarichi

Mosè ha confessato che Dio non ha aggiunto nulla alle parole dei 10 Comandamenti: "Queste parole disse il Signore a tutta la vostra assemblea sul monte… e non aggiunse altro. Le scrisse su due tavole di pietra e me le diede" (Deuteronomio 5,22). Mosè ha scritto ancora: "Non aggiungerete nulla a ciò che io vi comando e non ne toglierete nulla" (Deuteronomio 4,2). È stato aggiunto, in favore del benessere materiale dei sacerdoti, un gran numero di sovraccarichi rituali e di culto. Da dove provengono? Dalla "penna menzognera degli scribi" (Geremia 8,8). Oggi noi siamo in grado di rilevare queste impurità e di esorcizzare la Torah tramite gli insegnamenti di Gesù.

1.3.5. Il "piccolo resto"

In Deuteronomio 4,25-31 Mosè ha profetizzato il tradimento spirituale degli Israeliti: "…di voi non resterà che un piccolo numero…" (Deuteronomio 4,27). Dopo tanto tempo, non c’è che un "piccolo numero", un "piccolo resto" che rimane fedele a Dio e al suo Messia, che riesce nella prova della fede. In effetti questa non è che una piccola minoranza della comunità Israelita che riconosce in Gesù il Messia annunciato ed una piccola minoranza che oggi riconosce l’Anticristo: "Un tale chiese a Gesù: Signore sono pochi quelli che si salvano? Rispose: … molti cercheranno di entrare dalla porta stretta, ma non ci riusciranno" (Luca 13,23-24). Gesù ha detto ancora a questo proposito: "Allora vi consegneranno ai supplizi e vi uccideranno e sarete odiati… l’amore di molti si raffredderà. Ma chi persevererà fino alla fine, sarà salvato" (Matteo 24,9-13). Gesù ha anche chiesto: "Quando il Figlio dell’Uomo tornerà, troverà ancora la fede sulla terra?" (Luca 18,8). Non la troverà che nel cuore di un piccolissimo resto che infiammerà il mondo.

1.3.6. La "nazione" di Israele

Deuteronomio 4,34 presenta Israele come una nazione scelta da Dio: "Ha mai tentato un dio di andare a scegliersi una nazione in mezzo ad un’altra… come fece per voi il Signore vostro Dio in Egitto dinanzi ai vostri occhi?". Ci sono due errori in questa dichiarazione: è falso pretendere che Dio abbia scelto una nazione; la scelta divina si è fissata su un uomo, Abramo. È inoltre falso dire agli Ebrei: "…tutte cose che Dio ha fatto per voi". Abbiamo visto che Dio aveva agito per compiere il suo piano messianico in favore di tutti gli uomini, non esclusivamente per la gloria della comunità ebraica.

1.3.7. Circoncisione del cuore

Abbiamo trovato nel Deuteronomio un’evoluzione nella comprensione della circoncisione secondo lo spirito, non secondo la lettera. Per la prima volta si parla della circoncisione del cuore in Deuteronomio 10,16: "Circoncidete dunque il vostro cuore ostinato e non indurite ancora di più la vostra nuca". Il profeta Geremia ritorna ancora su questa circoncisione spirituale qualche secolo più tardi: "Circoncidetevi per il Signore, circoncidete il vostro cuore" (Geremia 4,4).

Malgrado questo, alcuni insistono sempre sulla circoncisione fisica del prepuzio. Questa pratica è stata la causa di grandi dissensi tra i primi Apostoli di Gesù: "Ora alcuni, venuti dalla Giudea, insegnavano ai fratelli questa dottrina: Se non vi fate circoncidere secondo l’uso di Mosè, non potete essere salvi" (Atti 15,1). La vera circoncisione è quella del cuore, ricorda Paolo: "Giudeo è colui che lo è interiormente e la circoncisione è quella del cuore, nello spirito e non nella lettera" (Romani 2,29).

1.3.8. Scelta tra benedizione e maledizione

Agli Israeliani furono offerte delle benedizioni, se fossero stati fedeli, delle maledizioni, se fossero stati infedeli: "Io pongo oggi davanti a voi una benedizione ed una maledizione…" (Deuteronomio 11,26-30). Sul monte Garizim, in Samaria, è stata posta la benedizione e sul monte Ebal di fronte, fu posta la maledizione (Deuteronomio 11,29). Il monte Garizim, essendo il luogo delle benedizioni, è stato scelto come santuario e luogo di culto per i samaritani. Ancora oggi si trova nello stesso luogo. Quanto agli Ebrei, praticavano il loro culto al Tempio di Gerusalemme (leggi il dialogo tra Gesù e la Samaritana in Giovanni 4,20-24).

1.3.9. Mosè annuncia il Messia

Il soggetto più importante in questo Libro è l’annuncio da parte di Mosè del Messia-Profeta: "Il Signore tuo Dio susciterà per te, in mezzo a te, fra i tuoi fratelli, un profeta pari a me; a lui darete ascolto". Mosè ha aggiunto: "Dio mi ha detto: Io susciterò loro un profeta in mezzo ai loro fratelli e gli porrò in bocca le mie parole ed egli dirà loro quanto Io gli comanderò. Se qualcuno non ascolterà le parole che egli dirà in mio nome, Io gliene domanderò conto" (Deuteronomio 18,15-19).

Bisogna ricordare questa importante profezia messianica alla quale Gesù si riferisce: "Di me egli ha scritto" (Giovanni 5,46). Inoltre è a questo versetto che gli Apostoli si sono riferiti: "Abbiamo trovato colui del quale hanno scritto Mosè nella legge ed i profeti: Gesù…" (Giovanni 1,45). Quando i farisei domandarono a Giovanni Battista se egli fosse il "Profeta", è alla profezia di Mosè che si riferivano (Giovanni 1,21).

Da notare che il profeta annunciato è "simile" a Mosè, anche grande come lui. Quando Gesù è venuto, si è rivelato essere anche più grande di Mosè, come rivela Paolo: "Ma in confronto a Mosè Egli (Gesù) è stato giudicato degno di tanta maggior gloria, quanto l’onore del costruttore della casa supera quello della casa stessa" (Ebrei 3,3).

Il Messia annunciato da Mosè viene per la salvezza di tutti coloro che credono in lui, Ebrei o non Ebrei e per la condanna di tutti quelli che lo rifiutano (Deuteronomio 18,19). Gesù dichiara: "Chi crede in me non è condannato, ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’Unigenito Figlio di Dio" (Giovanni 3,18).

"Vedi, io pongo oggi davanti a te la vita ed il bene, la morte ed il male" dice Dio in Deuteronomio 30,15. La vita è dalla parte del Messia, Gesù. La morte invece è con lo Stato sionista che si contrappone allo Spirito di Dio e del suo Messia. "Nessuno può servire a due padroni" (Matteo 6,24).

1.3.10. Abramo il Siriano

Gli scribi hanno presentato Abramo come ebreo: "Un fuggiasco venne ad avvertire Abramo l’ebreo…" (Genesi 14,13). La loro intenzione è stata quella di lasciar credere che la "razza" ebraica preesisteva alla scelta di Abramo, di cui faceva parte egli stesso. Così, scegliendo Abramo, tutti gli Ebrei sono eletti in lui. Questa è la loro logica, non quella di Dio e neppure la nostra.

Per questo Mosè ha chiesto alla sua comunità: "Pronuncerai queste parole davanti al Signore tuo Dio: mio padre era un arameo errante; scese in Egitto…" (Deuteronomio 26,5). Mosè ha ricordato agli Ebrei che il loro padre Abramo era di origine siriana, non ebraica. Al tempo di Abramo non vi erano Ebrei. Questa precisazione di Mosè ha confuso e denunciato il razzismo sionista.

1.3.11. Promessa divina condizionata

La fedeltà degli Israeliti a Dio era la condizione primaria e indispensabile per possedere la Terra Promessa: "…ma solo se tu camminerai per le sue vie… ma solo se osserverai tutti i suoi comandi…" (Deuteronomio 26,17-18). Questa condizione non è stata rispettata: "questo popolo si alzerà e si prostituirà con gli dei stranieri… mi abbandonerà e spezzerà l’alleanza che io ho stabilito con lui" ha dichiarato Dio a Mosè (Deuteronomio 31,16).

Mosè ha messo in guardia contro i casi di infedeltà, "…perché non avrai obbedito alla voce del Signore tuo Dio… sarete strappati dal suolo che vai a prendere in possesso" (Deuteronomio 28,62-68). Geremia ha denunciato a sua volta l’infedeltà israelita e la rottura dell’Alleanza con Dio: "…un’alleanza che essi hanno violato" ha detto il Signore (Geremia 31,32).

Solo un "piccolo resto" rimarrà fedele (Deuteronomio 28,62) per proseguire il piano di Dio, per poi accogliere il Messia e per introdurre la Nuova Alleanza annunciata dai profeti: "Ecco verranno giorni nei quali con la casa di Israele e con la casa di Giuda io concluderò una Alleanza Nuova. Non come l’alleanza che ho concluso con i loro padri… un’alleanza che essi hanno violato" (Geremia 31,31-32). Con il suo martirio Gesù ha instaurato questa Nuova Alleanza eterna (Matteo 26,28).

La rottura della prima Alleanza ha tolto agli Israeliani del XX secolo tutte le pretese al possesso della Palestina in nome di Dio. La loro infedeltà verso il Creatore, a causa del loro rifiuto di Gesù, li strapperà ancora una volta dalla terra. Se oggi loro sono lì, non è per intervento divino. Il libro dell’Apocalisse ci rivela che vi sono attirati "dai quattro punti della terra dal loro seduttore (il diavolo)" (Apocalisse 20,7-9). Vi sono attirati con intrigante illusione in qualità di popolo eletto di ritorno dai quattro punti del Mondo alla Terra Promessa. Israele è così divenuto, come ha detto Paolo, quell’"empio…", potenza della menzogna che apparirà nel mondo per attirare gli amanti della menzogna, che "il Signore Gesù distruggerà con il soffio della sua bocca ed annienterà all’apparire della sua Venuta…" (2 Tessalonicesi 2,8-12).

1.3.12. Morte di Mosè

La morte di Mosè e di Aronne, avvenuta fuori della Palestina, è il castigo annunciato da Dio (Numeri 20,12). La morte del grande legislatore fuori della "Terra Promessa" significa che la pratica della Legge mosaica è incapace di introdurre nel Regno di Dio, poiché lo stesso suo fondatore non è potuto entrare nella Terra Promessa, simbolo del Cielo.

Riflessioni
La Bibbia è una miniera d’oro. Come tutte le miniere d’oro, contiene, mescolata al Tesoro che racchiude, delle impurità. Occorre poter scoprirle e separarle dall’essenziale.

Le impurità sono i precetti e i culti abominevoli attribuiti a Dio. Coloro che li hanno prescritti hanno profanato il "Santo Nome". Queste azioni ripugnanti sono citate abbondantemente ed unicamente nell’Antico Testamento. Queste furono denunciate dai profeti, da Gesù e dagli Apostoli.

Nell’Antico Testamento, l’oro è la Rivelazione del Dio unico, la caduta dell’uomo e la sua causa, la determinazione divina a salvare l’umanità, l’appello di Abramo, la formazione della prima comunità monoteista, l’annuncio della venuta del Messia attraverso i profeti, ecc…

Nel Nuovo Testamento tutto è oro. È venuto il momento di purificare l’oro biblico nel crogiuolo del messaggio apocalittico, dove il Cristo dice: "Ti consiglio di comperare da me oro purificato dal fuoco per diventare ricco…" (Apocalisse 3,18). Per purificare l’oro, dobbiamo riconoscerlo e separarlo dalle impurità. Sono necessarie la grazia divina e l’esperienza biblica.

1.4. Questionario di ricapitolazione

  1. Disegna una carta della regione includendovi l’Egitto, il Sinai, il Mar Morto, il Giordano, il lago di Tiberiade e traccia il percorso degli Israeliani nel deserto del Sinai. Localizza Madian, Qadesh, Edom, Hor, Sittim, Moab, Nebo, Gerico e il monte Garizim.
  2. In Deuteronomio 33,8-11 Mosè benedice la tribù di Levi. Come comprendi questa benedizione confrontandola con la maledizione che Giacobbe scaglia su Levi? (Genesi 49,5-7)
  3. Perché Balaam è stato ucciso dagli Israeliti (Numeri 31,1-12) e di che cosa egli è simbolo?
  4. Che cosa è successo a Qadesh? (Numeri 13)
  5. Che cosa è successo a Sittim? (Numeri 25,1)
  6. Mosè ed Aronne non hanno meritato di entrare in Palestina. Qual è la loro colpa?
  7. Che cosa sono l’Urim e il Tummin?
  8. Pensi che sia stato Dio ad ispirare letteralmente tutti i punti della legge mosaica? Come interpreti i versetti di Geremia 7,22 e 8,8?
  9. Abramo era ebreo?
  10. Dio ha voluto formare una nazione con Abramo o passare un messaggio universale?
  11. Circoncisione del prepuzio o del cuore? Battesimo del corpo con acqua o dell’anima tramite la conoscenza e la fede? Circoncisione e Battesimo possono santificare o non sono altro che dei simboli superati?
  12. Cos’è la Terra Promessa? A chi fu promessa?
  13. L’Alleanza tra Dio e la comunità israelita è ancora oggi valida? Perché?