Questo articolo è diviso in più pagine:
- Prima Lezione - I libri della Bibbia
- Seconda Lezione - I primi 11 capitoli della Genesi
- Terza Lezione - Da Abramo a Isacco (Genesi da 12 a 24)
- Quarta Lezione - Storia di Isacco e di Giacobbe (da Genesi 25 a 50)
- Quinta Lezione - Il libro dell’Esodo
- Sesta Lezione - Il Levitico, i Numeri, il Deuteronomio
- Settima Lezione - Giosuè, Giudici, Rut, Samuele 1 & 2
- Ottava Lezione - Libri dei Re – Cronache – Esdra – Neemia - Tobia – Giuditta - Ester - Maccabei
- Nona Lezione - I 7 Libri Sapienziali
- Decima Lezione - I 4 Libri Profetici maggiori
- Undicesima Lezione - I 12 Libri Profetici minori
- Dodicesima Lezione - I Libri del Nuovo Testamento
- Tredicesima Lezione - Il Vangelo di Giovanni e le lettere degli Apostoli
- Quattordicesima Lezione – Il libro dell’Apocalisse di Giovanni
- 1. Tredicesima Lezione - Il Vangelo di Giovanni e le lettere degli Apostoli
- 1.1. Presentazione del Vangelo di Giovanni e delle sue lettere
- 1.2. Gli Insegnamenti del Vangelo di Giovanni
- 1.2.1. Edificazione del vero Tempio (Giovanni 2,13-22)
- 1.2.2. Dialogo con Nicodemo (Giovanni 3,1-21)
- 1.2.3. Dialogo con la Samaritana (Giovanni 4,1-42)
- 1.2.4. La Resurrezione Spirituale (Giovanni 5,1-47)
- 1.2.5. Il "Pane" della Vita Eterna (Giovanni 6,1-67)
- 1.2.6. L’Acqua di Vita (Giovanni 7,37-39)
- 1.2.7. Discorso di Gesù al Tempio (Giovanni 7,1-53)
- 1.2.8. Controversia tra Gesù e gli Ebrei (Giovanni 8,12-59)
- 1.2.9. Gli Ebrei vogliono un Cristo nazionalista (Giovanni 10,24)
- 1.2.10. Il Consolatore, la Trinità (Giovanni 14,16-31)
- 1.2.11. Santificare il nome di Dio (Giovanni 17,1-26)
- 1.2.12. "Il mio Regno non è di questo mondo" (Giovanni 18,33-36)
- 1.2.13. Giovanni rimane fino al Ritorno di Gesù (Giovanni 21,22)
- 1.3. Le Lettere di Paolo
1. Tredicesima Lezione - Il Vangelo di Giovanni e le lettere degli Apostoli
1.1. Presentazione del Vangelo di Giovanni e delle sue lettere
Il Vangelo di Giovanni non è una biografia di Gesù come i Vangeli sinottici. Ciò che ha interessato l’evangelista qui non è stata la genealogia umana del Messia atteso, ma un’altra realtà riguardante la sua personalità, molto più profonda e commovente: la sua ascendenza divina. Ha iniziato quindi la sua opera con un prologo magistrale per rivelarci ciò che egli stesso aveva scoperto, cioè la genealogia divina di Gesù, dicendo: "In principio era il Verbo, il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio (Giovanni 1,1) … e il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi" (Giovanni 1,14).
Giovanni non fu uno storico della vita terrena di Cristo come gli altri evangelisti, ma un teologo che ha rivelato la Sua natura divina. I sinottici ci hanno insegnato che Gesù era il Messia atteso. Anche Giovanni ha attestato questa verità, ma andando più lontano, o piuttosto più in alto, per insegnarci ciò che gli altri non hanno rivelato, che questo Messia era il Dio incarnato, il Creatore che ha assunto una forma umana per essere personalmente presente con gli uomini sulla terra, in modo tangibile. È sconvolgente, fulminante quando ci si pensa. È soprattutto vero.
Giovanni è stato l’unico evangelista a darci questa precisa informazione ed è per questo che è stato chiamato "il teologo". Egli è stato rappresentato da un’aquila perché con il suo pensiero è salito in alto.
Solo dopo aver raggiunto i novanta anni Giovanni decise di scrivere il suo Vangelo. Era all’epoca l’unico sopravvissuto tra gli Apostoli. Non aveva ritenuto opportuno scriverlo prima perché esistevano gli altri Vangeli oltre che le tante lettere degli Apostoli per informare i credenti a proposito di Gesù. Cosa lo spinse a scrivere? È importante che tu lo sappia.
Abbiamo visto nella lezione precedente che gli Ebrei anti-Cristo si erano infiltrati nella nascente comunità pro-Cristo per distruggerla dall’interno. Essi turbarono i credenti non soltanto obbligandoli alla pratica del culto ebraico, ma pretendendo che il Messia non fosse Gesù, ma Giovanni Battista; o ancora prendendosela con i Cristiani perché credevano nella divinità del Messia. I fedeli, turbati, si rivolsero dunque a Giovanni cercando presso di lui la luce di cui avevano bisogno. Sapendo che era stato il discepolo beneamato di Gesù potevano quindi avere fiducia nelle sue parole.
Giovanni cominciò quindi il suo Vangelo illuminandoli su questi due punti controversi:
- Gesù è il Messia
Giovanni Battista non è il Messia (la Luce): "Egli venne come testimone per rendere testimonianza alla Luce perchè tutti credessero (al Messia) per mezzo di lui. Egli non era la Luce, ma doveva rendere testimonianza alla Luce. Veniva nel mondo la Luce vera…" (Giovanni 1,6-9).
Gesù, il Verbo di Dio, è dunque anche il Messia. - Gesù è Dio incarnato
Gesù è il Verbo, il Verbo è Dio (Giovanni 1,1) e il Verbo si è fatto carne, ha preso un corpo umano per vivere con gli uomini (Giovanni 1,14). Gesù è dunque veramente Dio incarnato.
Essendo stato discepolo di Giovanni Battista e Apostolo di Gesù (come Andrea: Giovanni 1,35-40), Giovanni era dunque molto adatto a tranquillizzare i fedeli che ricorrevano a lui. Egli corresse gli errori diffusi dai falsi profeti che egli denunciò nelle sue lettere (1 Giovanni 4,1-6; 2 Giovanni 1,7) e nell’Apocalisse (dove li definì falsi Giudei e sinagoga di Satana: Apocalisse 2,9 e Apocalisse 3,9). I "Nicolaiti": Apocalisse 2,6, erano una setta formata da Ebrei, sedicenti convertiti, che negava la divinità di Gesù.
Un buon metodo per studiare il Vangelo di Giovanni è leggerlo stando attenti a scoprirvi:
- i versetti che dimostrano che il Messia è Gesù, non Giovanni Battista;
- le insinuazioni, spesso sottili, nelle discussioni di Gesù, dove Questi si rivela come Dio incarnato.
Leggerai questo meraviglioso libro dopo i chiarimenti dati su ciascuno di questi due punti per aiutare la tua ricerca.
1.1.1. Gesù è il Messia
All’inizio molti Ebrei credettero che Giovanni Battista fosse il Messia. I Vangeli ci hanno informato che egli insistette nel dire loro: "Io vi battezzo con acqua per la conversione; ma colui che viene dopo di me (Gesù) è più potente di me e io non sono degno neanche di portargli i sandali; egli vi battezzerà in Spirito santo e fuoco" (Matteo 3,11). Nondimeno Luca ci insegnò che, molto più tardi, si trovavano ancora ad Efeso degli Ebrei a cui bastava il battesimo di Giovanni Battista (Atti 19,1-7). Ora anche Giovanni si trovava giustamente ad Efeso. Gli Ebrei di questa città erano gli "anti-cristo" più violenti: "… i Giudei della provincia d'Asia, vistolo nel tempio, aizzarono tutta la folla e misero le mani su di lui…" (Atti 21,27).
Nel suo Vangelo Giovanni insistette e ripetè spesso la testimonianza di Giovanni Battista: "Venne un uomo mandato da Dio e il suo nome era Giovanni. Egli venne come testimone per rendere testimonianza alla Luce… Egli non era la Luce, ma doveva rendere testimonianza alla Luce. Veniva nel mondo la Luce vera (Giovanni 1,6-9)… Giovanni gli rende testimonianza e grida: Ecco l’uomo di cui io dissi: Colui che viene dopo di me mi è passato davanti perché era prima di me (Giovanni 1,15)… È questa la testimonianza di Giovanni… Io non sono il Cristo…" (Giovanni 1,19-20). Il giorno seguente vedendo Gesù venirgli incontro gli disse: "Ecco l’Agnello di Dio… Ecco colui del quale io dissi: dopo di me viene un uomo… Ecco l’Agnello di Dio (il Cristo)" (Giovanni 1,29-36). "Voi stessi mi siete testimoni che ho detto: Non sono io il Cristo, ma io sono stato mandato innanzi a lui" (Giovanni 3,26-36).
Così dunque, dal principio, Giovanni tranquillizzò i suoi discepoli: Gesù è veramente il Cristo-Dio. Egli termina il suo Vangelo confermandoli in questo credo dicendo loro di aver riportato tutti questi segni operati da Gesù: "perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome" (Giovanni 20,30-31).
1.1.2. La divinità di Gesù
Giovanni cominciò il suo Vangelo con una parola chiave che ha avuto un grande impatto sulla mentalità ebraica: "In principio", in ebraico "Bereshit" ("Be": in, "reshit": principio). L’importanza di questa parola deriva dal fatto che essa inaugura l’Antico Testamento, la Torah. In effetti, il libro della Genesi comincia così: "In principio (Bereshit) Dio creò il cielo e la terra".
Giovanni lo fece intenzionalmente spinto dal Soffio di Dio e adoperò questa parola per colpire il cuore ebraico e scuoterlo per aprirlo alla comprensione dei libri del Nuovo Testamento. È nello stesso spirito che Giovanni cominciò la sua prima lettera: "Quel che fu dal principio…"
Rispondendo ai fedeli venuti per sollecitarlo, Giovanni volle scrivere una nuova Genesi, un nuovo "Bereshit": "In principio era il Verbo… tutto è stato fatto per mezzo di Lui e senza di Lui niente è stato fatto di tutto ciò che esiste. In Lui era la vita e la vita era la Luce degli uomini… Egli (Giovanni Battista) non era la luce, ma doveva rendere testimonianza alla Luce" (Giovanni 1,1-9).
Con queste parole coraggiose, Giovanni spiegò in profondità ciò che la Genesi aveva detto di Dio, il Creatore del cielo, della terra e della Luce. Questo Creatore non è altri che il Verbo: "Tutto è stato fatto per mezzo di Lui" (Giovanni 1,3) perché "Egli era in principio presso Dio" (Giovanni 1,2) ed "era Dio" stesso (Giovanni 1,1). "E il verbo si fece carne (in Gesù)" (Giovanni 1,14). Quelli che erano ricorsi a Giovanni non potevano sperare in una risposta migliore. Capisci dunque perché Giovanni è stato chiamato "il Teologo".
Lungo tutto il suo Vangelo, Giovanni, si è impegnato a citare fedelmente le parole di Gesù sulle quali basarsi per dire "in principio era il Verbo, il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio". Non Lo aveva sentito dire agli Ebrei: "Prima che Abramo fosse, Io Sono"? (Giovanni 8,58). Non aveva anche sentito il Battista dire davanti a lui, suo discepolo: "Dopo di me viene un uomo che mi è passato avanti perché era prima di me"? (Giovanni 1,30). Ora, Giovanni sapeva che Abramo aveva preceduto Gesù sulla terra di 2000 anni e che Giovanni Battista lo aveva preceduto di sei mesi. Non poteva tacere nel suo Vangelo le conclusioni logiche che aveva dedotto da ciò che aveva sentito. Ci rese la sua testimonianza con amore e precisione affinché coloro che vi credessero fossero salvati.
La credenza nella divinità di Gesù esisteva già prima del Vangelo di Giovanni. Paolo ne fece allusione nelle sue lettere: "Il quale, pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua eguaglianza con Dio…" (Filippesi 2,6). E ancora: "Camminate dunque nel Signore Gesù Cristo… È in Cristo che abita corporalmente tutta la Pienezza della divinità" (Colossesi 2,6-9). Le lettere di Paolo sono state scritte almeno 40 anni prima del Vangelo di Giovanni.
Poiché i Cristiani credevano già nell’incarnazione divina in "tutta la sua Pienezza" nella Persona di Gesù, perché Giovanni aveva scritto per convincere i suoi discepoli di quanto già sapevano? Come ho già detto, è perché essi erano turbati da dei disturbatori che volevano seminare il dubbio e la discordia fra le fila Cristiane. Furono questi disturbatori, provenienti dalla massa ebraica che rinnegava Gesù, che furono chiamati "anti-cristi" da Giovanni: "Come avete udito che deve venire l’Anticristo, di fatto ora molti anticristi sono apparsi… Sono usciti di mezzo a noi (dagli Ebrei), ma non erano dei nostri… Chi è il menzognero se non colui che nega che Gesù è il Cristo? L’Anticristo è colui che nega il Padre e il Figlio", disse a questo proposito (1 Giovanni 2,18-22). A loro ha fatto allusione anche Paolo scrivendo: "Il mistero dell’iniquità è già in atto" mettendo in guardia i primi Ebrei fedeli a Gesù (2 Tessalonicesi 2,7).
1.1.3. I due campi Ebrei
Parlando degli anti-cristi, ne approfitto per parlarti delle 2 categorie di Ebrei create dalla Venuta di Gesù: quelli che furono per Lui pro-Cristo e quelli che si sono schierati contro di Lui, gli anticristo.
Gesù, il Messia spirituale, che non era un nazionalista ebreo, scisse la società ebraica in due campi: "Sorse di nuovo dissenso tra i Giudei per queste parole. Molti di essi dicevano: Ha un demonio ed è fuori di sé; perché lo state ad ascoltare? Altri invece dicevano: Queste parole non sono di un indemoniato" (Giovanni 10,19-21).
Allo stesso modo, Paolo "fomentava continue rivolte fra tutti i Giudei che sono nel mondo" (Atti 24,5) separando "la zizzania dal buon grano", i miscredenti dai credenti. È in questo senso che Gesù aveva detto: "Non sono venuto a portare la pace, ma una spada. Io sono infatti venuto a mettere in discordia il figlio (che non crede in me) col padre (che crede in me)…." (Matteo 10,34-35). Gli Ebrei miscredenti rimproverarono queste parole a Gesù, accusandoLo di rompere l’unità del popolo e della famiglia…
Il campo dei credenti si lasciò convincere, dalle profezie, che il Messia doveva subire la morte perché il messaggio monoteista passasse dagli Ebrei, che lo avevano reso ermetico, ai Pagani (Atti 17,1-4) e che "Ebrei e Greci (Pagani che erano politeisti) rendano gloria a Dio" (Atti 19,17). Tutti questi credettero in Gesù malgrado la resistenza degli Ebrei Israeliani che non videro in Lui questo Cristo nazionalista che illusoriamente si immaginavano. Così dunque "migliaia di Giudei si sono convertiti alla fede" cristiana (Atti 21,20).
Al contrario, gli Ebrei integralisti formarono un campo fanatico esclusivamente ebraico, un "ghetto" violentemente nazionalista. Questo campo, che non aspirava che alla "restaurazione" del regno di Davide in Palestina, si oppose senza pietà al primo. Questa opposizione fu così violenta che portò alla persecuzione dei discepoli di Gesù, che dovettero riunirsi "a porte chiuse, per paura dei Ebrei" miscredenti (Giovanni 20,19).
La scissione fra i due campi fu dunque totale, realizzando esattamente le parole di Gesù: "Non sono venuto a portare la pace, ma una spada". Infatti parecchi Apostoli perirono di "spada", lapidati come Stefano (Atti 7,59) o letteralmente "con la spada" come Giacomo fratello di Giovanni (Atti 12,2).
Per Dio quale di questi due campi rappresenta il vero viso del Giudaismo? Quello degli integralisti rimasti attaccati all’ideale nazionalista, o quello degli Ebrei discepoli di Gesù trasformati in "universalisti", dopo la loro liberazione dai pregiudizi imposti dalla visione limitata e fanatica di un Giudaismo mal compreso?
Gesù rispose a questa domanda dicendo loro: "Non pensate che sia venuto per abolire la legge e i profeti (cioè i libri dell’Antico Testamento): non sono venuto per abolire, ma per dare compimento…. Se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel Regno dei Cieli" (Matteo 5,17-20).
Gesù è dunque la perfezione del Giudaismo ed il vero Ebreo è colui che si fece Suo discepolo: "Se vuoi essere perfetto … vieni e seguimi", disse Gesù al giovane ricco che praticava scrupolosamente alla lettera i precetti della legge mosaica (Matteo 19,21). Avendo compreso questo, Paolo, che era un fariseo praticante, dichiarò agli Ebrei: "E se appartenete a Cristo, allora siete discendenza di Abramo, eredi secondo la promessa" (Galati 3,29).
Così, secondo il Vangelo, il vero Ebreo è colui che è diventato discepolo di Gesù. Quelli che lo rinnegarono non sono dei veri Ebrei, ma sono dei "falsi Giudei", i "falsi fratelli", quegli "intrusi" di cui parla Paolo: quelli "che (vi) turbano e vogliono sovvertire il Vangelo del Cristo" (Galati 1,7). Sono questi falsi Giudei che Giovanni denunciò come "anticristi" e "seduttori" (1 Giovanni 2,18-22; 1 Giovanni 4,2-3), "che non confessano che Gesù Cristo sia venuto nella carne" (2 Giovanni 1,7). "Se qualcuno viene a voi e non porta quest’insegnamento, non ricevetelo in casa e non salutatelo, poiché chi lo saluta partecipa alle sue opere perverse" (2 Giovanni 1,10). L’Apocalisse ci mette in guardia contro la loro riapparizione alla fine dei tempi e li qualifica come "falsi Ebrei", "usurpatori del titolo di Giudei" e come "sinagoga di Satana" (Apocalisse 2,9 e 3,9). Gesù aveva accusato i loro predecessori di avere "per padre il diavolo" non Dio (Giovanni 8,44). Questi falsi Giudei moderni sono i nazionalisti Israeliani.
1.2. Gli Insegnamenti del Vangelo di Giovanni
Ciò che interessò Giovanni non furono tanto le opere di Gesù, quanto i Suoi insegnamenti. Ce li comunicò attraverso la stesura dei dialoghi e delle discussioni che il suo Maestro ebbe con gli uni e gli altri, lasciandoci capire da noi stessi la luce che Gesù venne a donare agli uomini.
Giovanni non ci lasciò quindi una lista di dottrine, ma si rivolse al buon senso di coloro che sapevano leggere tra le righe e trarre gli insegnamenti del Cristo dalle Sue stesse parole nelle diverse discussioni o controversie.
Gesù spesso colse l’occasione di un avvenimento qualunque, talvolta apparentemente banale (ad esempio: il suo dialogo con la Samaritana: Giovanni 4), per rivelare una verità. Talvolta creò persino l’occasione per trarne una discussione utile. Così, i Suoi miracoli ebbero come scopo indiretto e più profondo, quello di suscitare delle discussioni nel corso delle quali, Egli esponeva i Suoi punti di vista, ad esempio sulla Torah, per raddrizzare il deviazionismo nel quale era precipitata la comunità ebraica.
Gesù infatti compì dei miracoli di sabato per dire che in quel giorno non bisognava essere ridotti ad un immobilismo quasi totale, come pensavano gli Ebrei. Guarì dunque un paralitico, un sabato, scandalizzando grandemente gli Ebrei e ne approfittò per replicare loro: "Il Padre mio opera sempre e anch’io opero. Proprio per questo gli Ebrei cercavano ancor più di ucciderlo: perché non soltanto violava il sabato, ma Egli chiamava Dio suo Padre, facendosi uguale a Dio" (Giovanni 5,17-18).
Ciò che Giovanni volle soprattutto donarci fu questa parola di Gesù: "La mia dottrina non è mia, ma di Colui che Mi ha mandato" (Giovanni 7,16). Questa dottrina di Gesù ci fu trasmessa da Giovanni attraverso le seguenti discussioni che Gesù ebbe:
1.2.1. Edificazione del vero Tempio (Giovanni 2,13-22)
Controversia con i Giudei nel Tempio per parlare della sua distruzione e dell’edificazione del vero Tempio, il "santuario del suo corpo" cioè della Sua Persona (vedere Apocalisse 21,22).
1.2.2. Dialogo con Nicodemo (Giovanni 3,1-21)
Gesù vi rivelò la necessità di rinascere in spirito, di decondizionarsi e di liberarsi dai pregiudizi per poter riuscire a vedere la verità e optare oggettivamente per essa, dopo aver spezzato le catene del corpo, perché "ciò che è generato dalla carne è (rimane) carne e ciò che nasce dallo Spirito è spirito" e vivere eternamente.
1.2.3. Dialogo con la Samaritana (Giovanni 4,1-42)
Gesù provocò il dialogo con la Samaritana per tre ragioni:
- Rompere l’odio tra Ebrei e Samaritani, un odio costruito per ostracismo: "Infatti gli Ebrei non mantengono relazioni con i Samaritani", riporta Giovanni (Giovanni 4,9). La parabola del buon Samaritano scioccò gli Ebrei (Luca 10,29-37). Quest’approccio amichevole di Gesù, un Ebreo, stupì dunque la donna: "Come mai tu che sei Giudeo, chiedi da bere a me, che sono una donna samaritana?" (Giovanni 4,9). Gesù compì un passo anti-razzista.
- Rompere i pregiudizi sociali dell’epoca, soprattutto nella mentalità dei Suoi discepoli che si stupirono di vederLo parlare ad una donna (Giovanni 4,27), che soprattutto era Samaritana.
- Rivelare principalmente ai Samaritani che Egli era il Messia (Giovanni 4,25-26 e 4,41-42).
Nota che i Samaritani, come bambini docili e innocenti, credettero in Gesù non perché lo avevano visto compiere miracoli, ma semplicemente per quello che avevano "udito" dalla Samaritana (Giovanni 4,39-42). Invece gli Ebrei si mostrarono reticenti. Gesù stesso aveva dichiarato al Suo ritorno in Galilea due giorni dopo: "… un profeta non riceve onore nella sua patria" (Giovanni 4,44). A Cana Egli disse ancora non senza amarezza: "Se non vedete segni e prodigi, voi non credete!" (Giovanni 4,48)… come credettero in Lui i Samaritani senza vedere miracoli.
1.2.4. La Resurrezione Spirituale (Giovanni 5,1-47)
È la resurrezione dell’anima per aver accolto la Verità proclamata da Gesù. Essa è chiamata la "prima resurrezione" (Apocalisse 20,5-6). Gesù, guarendo un paralitico, ne approfittò per rivelare la Sua filiazione divina, la Sua "uguaglianza a Dio" e "Dio stesso", come avevano detto gli Ebrei scandalizzati (Giovanni 5,17-18; Giovanni 10,33). In quest’occasione Gesù annunciò pure che "i morti udranno la voce del Figlio di Dio e quelli che l’avranno ascoltata, vivranno" (Giovanni 5,25). Ciò significò che i Pagani, considerati morti dagli Ebrei, sarebbero venuti alla vita spirituale grazie alla loro fede in Gesù. Il profeta Baruc aveva detto agli Ebrei in esilio in mezzo ai Babilonesi, che erano considerati come "morti" e che sarebbero "scesi agli inferi": "Perché Israele, perché ti trovi in terra nemica… Perché ti contamini con i cadaveri (i Babilonesi) e sei annoverato fra coloro che scendono negli inferi?" (Baruc 3,10-11).
Questo ritorno dell’anima alla vita è una resurrezione spirituale, quella dell’anima nel corpo vivente da quaggiù sulla terra. Infatti Gesù disse: "È venuto il momento, ed è questo, in cui i morti (i peccatori) udiranno la voce del Figlio di Dio, e quelli che l’avranno ascoltata (i pentiti) vivranno" (Giovanni 5,25). L’Apocalisse chiama questo "la prima resurrezione". (Apocalisse 20,5-6).
Non si tratta dunque della "seconda resurrezione", quella che accadrà alla fine del mondo. Gesù lo spiega: "Ecco l’ora in cui i giusti avranno parte alla Vita Eterna e gli empi conosceranno la morte eterna (cioé l’infelicità eterna: Giovanni 5,28-29). Questa morte definitiva dell’anima è chiamata "seconda morte" da Apocalisse 20,6 (la prima morte è quella fisica, la seconda è la morte dell’anima).
Nota la perseveranza dell’infermo guarito: "Da trentotto anni" si era presentato con ostinazione, ma qualcun altro lo precedeva nell’acqua. Gesù lo guarì perché "sapeva che da molto tempo stava così".
1.2.5. Il "Pane" della Vita Eterna (Giovanni 6,1-67)
Gesù moltiplicò i pani per parlare di un altro "Pane" che dona la Vita all’anima, la Vita Eterna, come quando parlò alla Samaritana dell’ "Acqua" della Vita Eterna a partire dall’acqua del pozzo di Giacobbe (Giovanni 4,13-14).
Prima di operare il miracolo, però, Gesù "sapendo quello che stava per fare", volle "mettere alla prova Filippo", come pure gli altri Apostoli. Disse quindi a Filippo: "Dove possiamo comprare il pane perché costoro abbiano da mangiare?". Osserva che Egli parlò così per metterlo alla prova (Giovanni 6,5-6). Filippo era uno degli Apostoli presenti a Cana quando Gesù aveva moltiplicato il vino (Giovanni 1,43 e 2,1-3). Avrebbe quindi dovuto sapere che Gesù poteva, dare da mangiare a queste migliaia di persone senza problemi. Ora, né Filippo, né Andrea, anch’egli presente a Cana, compresero ciò che il Messia contava di e poteva fare (Giovanni 6,8). Avrebbero dovuto risponderGli: "Ma Tu puoi tutto Signore. Ti basta dire una parola come a Cana e ci sarà pane per tutti!".
Bisogna accostare i due miracoli: quello del vino e quello del pane, questi due prodotti tramite i quali Gesù si dona a noi nella Sua Mensa Spirituale. Non ti ho ancora parlato del miracolo di Cana (Giovanni 2,1-12) per parlartene ora.
Paragona l’attitudine di fede di Maria, la Santa Vergine, a Cana, con quella degli Apostoli qui. A Cana è stata Ella a prendere l'iniziativa di domandare a Gesù la moltiplicazione del vino. I suoi Apostoli, Filippo e Andrea particolarmente, e altri erano stati "pure invitati" (Giovanni 2,2). Nonostante sapessero questo Filippo e Andrea furono lontani dal pensare a ciò che Gesù stava per fare e poteva fare riguardo la moltiplicazione dei pani. A Cana invece Sua Madre aveva spinto Gesù a moltiplicare il vino. Ella ottenne ciò che desiderava per la gioia dei commensali. Maria, a cui Dio non rifiuta niente, riuscì ad anticipare il tempo per Gesù di fare i Suoi miracoli (Giovanni 2,4). Questo avrebbe dovuto ispirare Filippo e Andrea nella loro risposta a Gesù a proposito del pane.
Ti segnalo qui un caso di traduzione inesatta: a Cana Gesù non disse a sua madre: "Che ho da fare con te, o donna?…" come alcune Bibbie traducono, ma "che importa a me e a te, o donna? Non è ancora giunta la mia ora" (Giovanni 2,4). In altri termini a Maria che avvertì Gesù che non c’era più vino, Egli rispose: "Cosa possiamo farci io e te? Non ci riguarda; non sono affari nostri. Non sono né le mie nozze e non è la mia ora! Alle mie nozze il vino non mancherà. Qui nessuno mi ha incaricato di procurare il vino". È in questo spirito che bisogna comprendere e tradurre le parole di Gesù, secondo il testo originale greco. Non bisogna quindi pensare, come alcuni fanno, che nella risposta di Gesù a sua Madre ci fosse una mancanza di rispetto nei suoi confronti,. Ciò non sarebbe stato degno del Messia… Non dimentichiamo inoltre che, Gesù finì per esaudire la richiesta di sua Madre.
Nella sua controversia con gli Ebrei, Gesù disse loro: "Nessuno può venire a me, se non lo attira il Padre che mi ha mandato" (Giovanni 6,44). Disse questo perché molti andavano da Lui credendo che fosse il Messia, dunque il Re Politico d’Israele. Essi non erano dunque attirati dallo Spirito del Padre di Gesù. Questa folla correva dietro Gesù non per motivi spirituali, ma perché erano attirati da Lui, come Giuda, per interessi politici, economici e terreni. Per questo Gesù disse loro: "Procuratevi non il cibo che perisce, ma quello che dura per la vita eterna" (Giovanni 6,27). Parlava del suo Corpo e del suo Sangue, Pane e Vino di Vita Eterna (Giovanni 6,51-58). Soltanto coloro che sono attirati dal Padre sono in grado di cogliere il significato profondo delle parole spirituali di Gesù. Per quelli che andarono da Lui per i beni materiali le Sue parole non ebbero alcun senso ed essi finirono per abbandonarLo, come Giuda fece più tardi (Giovanni 6,60-71).
1.2.6. L’Acqua di Vita (Giovanni 7,37-39)
Quando Gesù parlò alla Samaritana dell’acqua che Egli donava da bere, alludette allo "Spirito che dovevano ricevere i credenti in Lui" (Giovanni 7,39). Per essere abbeverati da questo Spirito che dona la Vita all’anima, bisogna averne sete. I tiepidi sono esclusi. Gesù dà questo stesso Spirito nell’Eucarestia a "tutti coloro che ne hanno sete" (Matteo 26,27-28; Apocalisse 22,17)
1.2.7. Discorso di Gesù al Tempio (Giovanni 7,1-53)
La festa "delle capanne", detta anche "festa del Raccolto" (Esodo 23,16), commemorava il soggiorno di 40 anni nel deserto del Sinai "in capanne" (Levitico 23,42-43). In occasione di questa festa gli Ebrei andavano ogni anno in pellegrinaggio a Gerusalemme per offrire sacrifici al Tempio. Questa festa è celebrata ancora oggi in Israele.
I "fratelli" di Gesù, cioè alcuni abitanti di Nazareth, Gli dissero dunque non senza ironia: "Parti di qui e va’ nella Giudea perché anche i tuoi discepoli vedano le opere che tu fai. Nessuno infatti agisce di nascosto, se vuole venire riconosciuto pubblicamente. Se fai tali cose, manifestati al mondo!" (Giovanni 7,3-4). Giovanni spiegò subito dopo questi versetti che: "Neppure i suoi fratelli infatti credevano in Lui" (Giovanni 7,5).
Perché i concittadini di Gesù lo spinsero ad andare a Gerusalemme per manifestarsi al mondo quando non credevano in Lui? Inoltre sapevano che "gli Ebrei cercavano di ucciderlo" (Giovanni 7,1; Giovanni 7,13).
Bisogna capire che fu con tono cinico e beffardo che questa gente si indirizzò a Gesù e lo sfidò a comparire davanti a tutto il popolo come il Messia atteso. Non Lo credevano capace di essere quel capo politico atteso, capace di soddisfare gli Israeliani assetati d’indipendenza nazionale. Non dimentichiamo, in effetti, che anche Giovanni Battista stesso e gli Apostoli ebbero difficoltà a capire la missione puramente spirituale di Gesù e il Suo Regno spirituale che "non è di questo mondo", come Gesù rivelò a Pilato (Giovanni 18,35-37).
Questi Nazareni parlarono a Gesù nello stesso spirito di sfida del Diavolo, che Gli aveva detto: "Se sei Figlio di Dio (il Messia) dì che questi sassi diventino pane… Se sei Figlio di Dio gettati giù" (Matteo 4,3-5). E fu ancora in questo spirito malvagio che, vedendo Gesù sulla croce, "quelli che passavano di là lo insultavano scuotendo il capo dicendo: ‘Se tu sei Figlio di Dio, scendi dalla croce!’. Anche i sommi sacerdoti con gli scribi e gli anziani lo schernivano: ‘ha salvato gli altri, non può salvare se stesso. È il re d’Israele, scenda ora dalla croce (per ristabilire il regno di Davide) e gli crederemo… Ha detto infatti: Sono Figlio di Dio!’" (Matteo 27,39-44). Ora "Non tentare Dio!" (Deuteronomio 6,16).
Possiamo capire la ragione per la quale Gesù rispose ai Suoi concittadini: "Il mio tempo (di essere il Re spirituale e universale) non è ancora venuto, il vostro invece (quello di aspettare il messia nazionalista) è sempre pronto. Il mondo non può odiare voi (perché aspetta lo stesso vostro messia e ha lo stesso spirito vostro), ma odia Me, perché di lui io attesto (con il Mio messianismo spirituale) che le sue opere sono cattive. Andate voi a questa festa; io non ci vado, perché il mio tempo (di essere Re) non è ancora compiuto" (Giovanni 7,6-8).
Gesù si rifiutò di andare a Gerusalemme con i "Suoi fratelli" di Galilea, perché non voleva accompagnarli nel loro spirito mondano e opportunista. Infatti non Lo avevano invitato ad andare a Gerusalemme in uno spirito di pellegrinaggio e di raccoglimento, ma in spirito di campagna elettorale, facendo di una festa religiosa, un trampolino per uno scopo politico. È per questo che Gesù replicò: "Io non vado a questa festa" cioè non ci vado con voi e neppure in questo spirito. Giovanni aggiunse: "Ma andati i suoi fratelli alla festa allora vi andò anche lui; non apertamente però, di nascosto" (Giovanni 7,10). Gesù quindi andò a Gerusalemme, ma con uno spirito ben diverso da quello degli altri, giacché andò "di nascosto", senza farsi riconoscere, come pensavano loro (Giovanni 7,4).
Gesù rifiutò sempre di manifestarsi in uno spirito chiassoso di pubblicità, tanto più che furono "gli Ebrei a cercarlo durante la festa" (Giovanni 7,11) e non fu certamente Egli, Gesù, a cercare di apparire, come Gli avevano chiesto i Suoi "fratelli". Non aveva forse ordinato ai Suoi Apostoli "di non dire ad alcuno che Egli era il Messia?" (Matteo 16,20).
Proprio di questo Messia discreto Dio aveva parlato ad Isaia descrivendoLo così: "Ecco il mio servo che io sostengo, il mio Diletto di cui mi compiaccio. Ho posto il mio spirito su di lui… Non griderà né alzerà il tono, non farà udire in piazza la sua voce" per fare discorsi elettorali e farsi conoscere dal mondo (Isaia 42,1-2). Quelli che hanno occhi spirituali potranno vedere e capire, essi soltanto, che Gesù è il Cristo, l’Eletto di Dio. "Chi ha orecchi per intendere, intenda", disse sovente Gesù (Luca 14,35 e Matteo 13,9).
Tuttavia successe che Gesù abbia alzato il tono della Sua voce, ma ciò fu sempre per proclamare delle verità spirituali ed essere ben inteso da tutti. Infatti, Giovanni disse che: "Nell’ultimo giorno, il grande giorno della festa, Gesù levatosi in piedi esclamò ad alta voce: Chi ha sete venga a Me e beva chi crede in Me; come dice la scrittura: fiumi di Acqua viva sgorgheranno dal suo seno. Questo Egli disse riferendosi allo Spirito che avrebbero ricevuto i credenti in Lui" (Giovanni 7,37-39 vedere Ezechiele 47,1-13 e Apocalisse 22,2). Di questa stessa "Acqua" viva Gesù parlò indirizzandosi alla Samaritana (Giovanni 4,13-14).
Il Messia non promise ai Suoi discepoli né impero sul mondo, né gloria temporale, ma lo Spirito di Dio che ristabilisce l’uomo a immagine di Dio. Quelli che ne hanno sete, indirizzandosi a Lui, non saranno mai delusi.
Non era questo Spirito divino che ricercavano i concittadini di Gesù; non era di quest’Acqua che essi avevano sete. I Suoi discepoli, al contrario, volevano abbeverarsi solo alla Sorgente vivificante che il Messia veniva a portare in loro. San Paolo, ad esempio, considerò nullo il culto mosaico della Torah di fronte alla fede in Gesù e disse: "Sono ebreo da Ebrei, circonciso l’ottavo giorno. Quanto alla legge (la Torah) un Fariseo quanto a zelo persecutore della Chiesa; irreprensibile quanto alla giustizia che deriva dall’osservanza della legge. Ma quello che poteva essere per me un guadagno, l’ho considerato una perdita a motivo di Cristo. Anzi, tutto ormai io reputo una perdita di fronte alla sublimità della conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore, per il quale ho lasciato perdere tutte queste cose e le considero come spazzatura, al fine di guadagnare Cristo…" (Filippesi 3,5-8). Paolo, che aveva sete dello Spirito di Gesù, non ne rimase deluso. Era ben cosciente di possederLo perché disse: "Credo infatti di avere anch’io lo Spirito di Dio" (1 Corinzi 7,40). "Siamo infatti noi i (veri) circoncisi, noi che rendiamo il culto, mossi dallo Spirito di Dio e ci gloriamo in Cristo Gesù" (Filippesi 3,3). Paolo non avrebbe detto queste parole sofferte se si fosse accontentato del culto della Torah e se non fosse sazio dell’Acqua di Gesù.
Per noi che studiamo questo Corso Biblico, queste parole sull’Acqua di Vita Eterna sono della più grande importanza, perché lo scopo del nostro studio è avere in noi la Sorgente di questa Acqua promessa da Gesù. Siamo quindi direttamente e personalmente coinvolti e interessati. Ecco perchè dobbiamo fare il nostro "bilancio spirituale", come già raccomandato all’inizio di questo Itinerario Spirituale. Dobbiamo sapere se noi abbiamo sete dell’Acqua di Gesù, se ne abbiamo bevuto, se i "Fiumi di acqua viva sgorgano dal nostro seno" (Giovanni 7,38). Possiamo anche noi dire come Paolo: "Credo di avere lo spirito di Dio"? Pensiamo noi come Dio? Sono come Egli vuole che io sia? Se questo è il caso, allora beati noi! Beato te! Il tuo studio non sarà stato vano.
Ringraziamo il Messia che offrì la Sua Vita per donarci questa felicità. Non permettiamo a nessuno di rubarci questo "tesoro in vasi di creta (fragili) affinchè appaia che questa straordinaria potenza appartiene a Dio e non viene da noi", come disse Paolo (2 Corinzi 4,7). Rimaniamo con Dio ed Egli ci proteggerà.
1.2.8. Controversia tra Gesù e gli Ebrei (Giovanni 8,12-59)
In questa violenta controversia tra Gesù e gli Ebrei, Gesù ci rivelò che Egli aveva sempre agito secondo "ciò che aveva veduto presso il Padre", e che, al contrario, gli Ebrei che Lo respingevano, agivano secondo "quello che avevano ascoltato dal loro padre… il diavolo" (Giovanni 8,38-44).
L’insegnamento di queste parole è che agiamo tutti, consciamente o incoscientemente, secondo ciò che contempliamo nel segreto della nostra anima. Produciamo atti ispirati dallo spirito che ascoltiamo. Se il nostro cuore tende a Dio, noi riproduciamo un comportamento buono, ma se ci attira lo spirito del diavolo, allora le nostre azioni saranno diaboliche. Se gli Ebrei vollero uccidere Gesù è perché avevano "per padre il diavolo", furono sedotti dal suo spirito dominatore e lo contemplarono, coscientemente o no, senza tregua.
Ora l’uomo imita sempre ciò che contempla e ammira. Questo padre criminale, il diavolo, "è stato omicida fin dal principio", aveva dichiarato Gesù. Non aveva già sedotti i genitori dell’umanità, cercando di uccidere la loro anima allontanandoli da Dio? Gli Apostoli invece seguirono Gesù perché era Dio che essi inconsciamente cercavano, era Egli che contemplavano senza saperlo. Il Cristo volle che essi ne prendessero coscienza quando, la vigilia della Sua Passione, disse loro: "Nessuno viene al Padre se non per mezzo di Me… fin da ora lo conoscete e lo avete veduto" (Giovanni 14,7). In questa stessa occasione rivelò loro anche che a loro insaputa, "voi conoscete lo Spirito di Verità, perché Egli dimora presso di voi ed è in voi" (Giovanni 14,17).
1.2.9. Gli Ebrei vogliono un Cristo nazionalista (Giovanni 10,24)
Gli Ebrei si fecero intorno a Gesù e Gli dissero: "Fino a quando terrai l’animo nostro sospeso? Se tu sei il Cristo, dillo a noi apertamente. Gesù rispose loro: Ve l’ho detto e non credete!".
Gli Ebrei chiesero una risposta, non per piegarsi alle esigenze divine che sono spirituali, ma per portare Gesù a piegarsi alle loro esigenze politiche, a prendere la testa di un movimento insurrezionale violento contro l’occupazione romana. Volevano fargli capire che se fosse stato il Messia nazionalista, sarebbero stati pronti a combattere. Non aveva che da dire una parola ed avrebbero impugnato le armi al suo seguito.
Il mondo ebraico aveva dimenticato ciò che il profeta Isaia aveva detto del Messia: "Su di lui si poserà lo spirito del Signore… La Sua Parola (non la sua spada) sarà una verga che percuoterà il violento; con il soffio delle sue labbra ucciderà l’empio" (Isaia 11,2-4). Gesù non si lasciò mai sfuggire l’occasione di combattere con la parola la violenza israeliana per uccidere il peccato del nazionalismo. I fanatici, però, rifiutarono di ascoltarlo preferendo "morire in questo peccato" (Giovanni 8,21-24) piuttosto che rinunciare alle loro ambizioni d’egemonia politica, come è il caso degli Israeliani del XX e XXI secolo che preferiscono morire piuttosto che rinunciare al loro sogno del "Grande Israele".
1.2.10. Il Consolatore, la Trinità (Giovanni 14,16-31)
Giovanni fu il solo a parlarci tanto dello Spirito Santo (Giovanni 15,26; 16,7-15). È il "Consolatore" (in greco "Paraclitos", in ebraico "Ménahem" Giovanni 14,16 e 14,26). Questo Spirito sosterrà gli Apostoli e li "consolerà" dopo la drammatica partenza di Gesù: "e io pregherò il Padre ed Egli vi darà un altro Consolatore (che Me) … Io non vi lascerò orfani (senza di Me). Io Ritornerò a voi (tramite questo Consolatore)" (Giovanni 14,16-18). Nota che fu ancora Gesù a "ritornare a loro" sotto forma dello Spirito Consolatore. Gesù e questo Spirito sono dunque Uno, come anche Gesù e il Padre sono Uno. Il Padre, Gesù e lo Spirito sono dunque Uno. Questo testo rivela la Trinità.
La consolazione veniva dal fatto che il Cristo, dopo la Sua morte, si sarebbe manifestato, esclusivamente, "a coloro che lo amavano" (Giovanni 14,21) per consolarli. Gli Apostoli, però, non capirono queste parole. Essi si immaginavano ancora che Gesù fosse il re nazionalista d’Israele che doveva manifestarsi vivente, in carne, agli Ebrei. Perciò Gli domandarono: "Signore che è avvenuto perché tu debba manifestarti a noi e non al mondo?". Fino all’ultimo istante Gesù si sforzò di spiegare loro che il regno che dovevano attendere non era quello che si immaginavano, ma sarebbe stato interiore: "Se uno Mi ama, osserverà la Mia parola e il Padre Mio lo amerà e Noi verremo a lui e prenderemo dimora in lui " (Giovanni 14,23). Non erano ancora in grado di comprendere questa dimensione interiore. Fu molto più tardi che Giovanni scrisse tutto questo, dopo averne capito, egli stesso, la portata profonda di queste parole. Allora scrisse per illuminare gli altri Giudeo-Cristiani per superare i limiti del falso giudaismo, la cui fatale conseguenza fu un nazionalismo non voluto da Dio. Questi insegnamenti spirituali sono validi per gli uomini di tutti i secoli…soprattutto i materialisti.
1.2.11. Santificare il nome di Dio (Giovanni 17,1-26)
Gesù pregò ad alta voce per dare i suoi ultimi insegnamenti prima di lasciare questa terra:
1) La Vita Eterna consiste "nel conoscere Dio ed il suo Messia", cioè avere in sé la vera concezione di Dio, non immaginarLo in modo diverso da come Egli è. Solo gli eletti riconoscono questa "immagine" di Dio in Gesù, prendendo parte così alla Vita Eterna da quaggiù (Giovanni 17,3). San Paolo disse: "E se il nostro Vangelo rimane velato, lo è per coloro che si perdono, ai quali il dio di questo mondo ha accecato la mente incredula, perché non vedano lo splendore del glorioso Vangelo che è immagine di Dio" (2 Corinzi 4,3-4). Questo si applica oggi a coloro che non riescono a riconoscere la Bestia dell’Apocalisse, coloro per i quali il Libro dell’Apocalisse di Giovanni rimane chiuso.
Esigere un Messia sionista significa avere una falsa immagine di Dio. Quando Gesù ci chiese di pregare "Che fosse santificato il tuo Nome", ci invitò a purificare il nostro concetto di Dio e del suo piano di salvezza in favore degli uomini. Le nostre impurità ci impediscono di vedere l’Essenza divina nella sua purezza. Un occhio miope vede un viso deformato: non è il viso che è deforme, ma l’occhio che lo guarda. "Padre guarisci i miei occhi perché possa vederTi come Tu sei. Che il Tuo nome sia santificato in me e non deformato dalla mia cecità". Gesù chiese ad un cieco: "Che vuoi che io faccia per te? Egli rispose: Che io riabbia la vista". E Gesù lo guarì subito. Anche noi dobbiamo fare questa domanda al Cristo con fede. Perché Gesù è vivo e vivo per sempre, per esaudirci. Noi Lo sentiamo dirci, nei nostri cuori, ciò che disse al cieco: "Vai! La tua fede ti ha salvato" (Luca 18,35-43). Gesù aveva detto anche che era venuto per donare la Vista, la Vista interiore (Giovanni 9,39-41).
"Ho manifestato il tuo Nome agli uomini" aveva detto Gesù al Padre (Giovanni 17,6). Questo Nome non è più solamente quello di "Yahvé", come rivelato a Mosè, ma una verità più profonda e immanente per l’uomo, scritta con lettere di fuoco nella sua vita intima: Dio è nel cuore dei credenti e l’inferno è un cuore senza Dio. Dio è la Felicità perfetta. Chi conosce Dio tale quale Egli è, gioisce della felicità perfetta: "Dio è Amore" ci informò Giovanni (1 Giovanni 4,16); "colui che non ama Gesù, non ha conosciuto Dio (cioè non Lo ama)", disse ancora Giovanni, perché "In questo sta l’amore: non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi e ha mandato il suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati" (e avessimo la vita eterna) (1 Giovanni 4,9). Questo è il "Nome" di Dio per mezzo del quale lo si riconosce: "l’Amore!" e l’Amore incarnato: il Messia! Per molti questo Santo Nome è uno scandalo. Ma per i credenti è la Vita Eterna! È questo il nome rivelato da Gesù e che solo Egli poteva rivelarci.
Gesù ci fece conoscere questo Nome di Dio e disse: "Lo farò conoscere ancora" (Giovanni 17,26) nel futuro. Questa rivelazione si fa in noi, fino alla fine dei tempi "affinchè l’amore con cui mi hai amato sia in essi ed io in loro" disse Gesù. Quest’immanenza di Dio deve dunque essere perfetta nel cuore dei credenti affinché siano pieni di Lui. Il Cristo sempre vivo continuerà ad insegnar loro l’Amore. L’Amore che unisce e che si unisce al Padre.
Quelli che predicano una "trascendenza" di Dio hanno di Lui un’immagine lontana e falsa non conforme al Nome rivelato da Gesù: un Nome "in noi" immanente per l’uomo credente, essendo amore e l’Amore non è mai trascendente. Il Nome di Dio è "immanente".
2) "Non chiedo che tu li tolga dal mondo, ma che li custodisca dal maligno" (Giovanni 17,15). Non bisogna dunque isolarsi dal mondo, come fanno certi monaci e religiosi. Questi, per la maggior parte, hanno paura del mondo e temono di affrontare la realtà della vita quotidiana e le difficoltà della testimonianza di Gesù. Essi assomigliano a quel servo timoroso che nascose il suo unico talento sotto terra, meritando così di essere rifiutato dal Maestro (Matteo 25,24-30). Noi siamo chiamati a "vincere il mondo", sapendo che "Colui che è in noi (Gesù) è più forte di colui che è nel mondo (Satana)" (1 Giovanni 4,4). Gli Apostoli non si isolarono mai.
Dimorando nel mondo con la forza di Dio, potremo salvare gli uomini di buona volontà disorientati dalle astuzie del mondo. Quelli che vivono nel mondo, come Gesù, ma che hanno di Dio la vera conoscenza e il vero "Nome", non temono di essere "indotti in tentazione"; vinceranno le seduzioni mondane, lottando con coraggio; trionferanno sul male, "le porte dell’inferno non prevarranno su di loro" (Matteo 16,18). Bisogna avere questa fede!
1.2.12. "Il mio Regno non è di questo mondo" (Giovanni 18,33-36)
Pilato, inquieto, chiese a Gesù se Egli fosse il re dei Giudei. Gesù rispose: "Il mio regno non è di questo mondo (Pilato non doveva dunque essere inquieto e neppure arrestarlo). Se il mio Regno fosse di questo mondo, i miei servitori (gli Apostoli e i discepoli a loro seguito) avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai Giudei". Gesù rispose così a Pilato che era manifestamente inquieto, credendo che Gesù si fosse presentato come il re temporale di Israele al posto di Erode l’amico dei Romani. Voleva assicurarsi che Gesù non preparasse un’insurrezione contro Roma. Bisogna notare l’inquietudine di Pilato che si aggravò sentendo Gesù presentarsi come "Figlio di Dio": "All’udire queste parole, Pilato ebbe ancora più paura…" (Giovanni 19,8). Questa crisi di coscienza di Pilato fu resa ancora maggiore dal sogno premonitore di sua moglie, Claudia Procula, in favore di Gesù (Matteo 27,19). Secondo la tradizione, quest’ultima avrebbe abbandonato suo marito dopo che ebbe consegnato Gesù agli Ebrei. Sarebbe diventata cristiana.
Con la Sua risposta Gesù volle dire a Pilato che la Sua missione non era di opporsi a Roma, altrimenti avrebbe comandato a tutti coloro che lo seguivano, di insorgere contro Erode e Cesare e di combattere con la violenza armata perchè "non fosse consegnato" ai suoi nemici. Tutti i Suoi discepoli attendevano da Lui una sola parola per sollevarsi. Questo inquietava Pilato.
I capi Ebrei presentarono Gesù a Pilato come un rivoluzionario contro i Romani. Luca ci disse che essi condussero Gesù davanti a Pilato e si misero ad accusarlo dicendo: "abbiamo trovato costui che sobillava il nostro popolo (contro Roma), impediva di dare tributi a Cesare e affermava di essere il Cristo re" (Luca 23,1-2).
Questa pretesa di sovranità inquietò Pilato. Vedendo, però, che Gesù non aspirava ad un regno politico, voleva liberarLo (Luca 23,13-16). "Ma gli Ebrei gridarono: Se liberi costui, non sei amico di Cesare! Chiunque infatti si fa re si mette contro Cesare… Non abbiamo altro re all’infuori di Cesare" (Giovanni 19,12-15). Fu soltanto "allora", cioè dopo la proclamazione dell’unica sovranità di Cesare, che Pilato "lo consegnò loro perché fosse crocefisso", precisò Giovanni (Giovanni 19,16). Il rappresentante di Cesare non poté resistere alla minaccia di essere accusato di tradimento all’imperatore e di favorire Gesù dopo che gli era stato presentato come terrorista rivoltato contro l’occupazione romana. Per essere santo, Pilato avrebbe dovuto "farsi violenza" sostenendo la giusta causa di Gesù fino alla fine, a rischio di subire l’infamia fra gli uomini, per meritare la gloria eterna del Cielo.
Bisogna infine notare la malafede dei capi Ebrei che, "istigarono la folla a chiedere che piuttosto lasciasse libero Barabba" e che fosse condannato Gesù (Marco 15,11). "E Barabba era un assassino" (Giovanni 18,40), "un detenuto famoso" (Matteo 27,16) "messo in prigione con dei sediziosi, che avevano commesso omicidi durante una rivolta (contro i Romani)" (Marco 15,7). La malafede degli Ebrei apparve nella scelta della liberazione dell’attivista Barabba, un "famoso" nazionalista israeliano dell’epoca e nella condanna di Gesù come attivista rivoluzionario, accusandolo di essere ciò che era Barabba.
Nota che gli Apostoli erano armati di due spade (Luca 22,38) credendo ancora in una sommossa armata contro il potere costituito. Quando Gesù aveva parlato loro del combattimento decisivo che dovevano sferrare, aveva fatto riferimento al combattimento spirituale che avrebbero dovuto affrontare dopo la sua crocifissione: "… Ma ora chi ha una borsa la prenda e così una bisaccia; chi non ha spada, venda il mantello e ne compri una… Tutto quello che mi riguarda volge al suo termine" (Luca 22,36-37). Gesù parlava della spada della parola e della forza d’animo che gli Apostoli avrebbero dovuto avere davanti ai momenti difficili e ai combattimenti spirituali che si sarebbero presentati quando "tutto quello che Lo riguardava volgeva al suo termine", cioè la Sua crocifissione. Essi però non compresero le sue parole e credettero che fosse scoccata l’ora della rivolta contro Erode e Cesare. Ecco perchè risposero immediatamente: "Signore ecco qui due spade". Esasperato dalla loro incomprensione il Cristo rispose: "Basta!" (Luca 22,35-38). Infatti, come anche Paolo capì più tardi: "La spada dello spirito è la parola di Dio" (Efesini 6,17). L’Apocalisse spiega bene che, per il Cristo, "la spada" è la parola, la potenza della parola di Verità: "Dalla sua bocca usciva una spada affilata a doppio taglio" (Apocalisse 1,16), "Combatterò contro di loro con la spada della mia bocca" (Apocalisse 2,16).
Nell’Orto degli Ulivi, al momento dell’arresto di Gesù, quelli che erano con Lui, "vedendo ciò che stava per accadere, dissero: Signore, dobbiamo colpire con la spada? E uno di loro colpì il servo del sommo sacerdote e gli staccò l’orecchio destro". Gesù, però, intervenne per impedire alla sua gente di difenderLo con la spada e disse ai suoi Apostoli: "Lasciate (le vostre spade), basta così!" (Luca 22,49-51). Non ricevendo nessun ordine d’attacco, "allora tutti i discepoli (delusi) l’abbandonarono e fuggirono via" (Matteo 26,56) come Gesù aveva predetto dicendo: "Ecco, viene l’ora in cui vi disperderete ciascuno per conto suo e mi lascerete solo" (Giovanni 16,32).
1.2.13. Giovanni rimane fino al Ritorno di Gesù (Giovanni 21,22)
"Se voglio che egli (Giovanni) rimanga finché Io venga, che t’importa?…"
Queste parole furono indirizzate da Gesù a Pietro a proposito di Giovanni "il discepolo che Gesù amava", come Giovanni amava presentarsi (Giovanni 21,20). Queste parole indussero i discepoli a credere che il ritorno di Gesù sarebbe stato imminente e che sarebbe avvenuto quando Giovanni fosse stato ancora in vita.
Questa credenza si manifesta nelle parole di Paolo ai Tessalonicesi: "noi che viviamo e saremo ancora in vita per la Venuta del Signore (Gesù)" (1 Tessalonicesi 4,15 ripetuto in 4,17).
Per questo Giovanni, vedendosi vecchio e prossimo a lasciare questa terra (aveva 95 anni quando scrisse il suo Vangelo), sapendo che "si era sparsa la voce fra i fratelli che quel discepolo non sarebbe morto (prima del Ritorno di Gesù) ", spiegò le parole del Salvatore dicendo: "Gesù però non gli aveva detto che non sarebbe morto, ma: ‘Se voglio che rimanga finché io venga, che importa a te?’" (Giovanni 21,23).
Anche Paolo che aveva creduto nel ritorno immediato di Gesù, si rese conto del suo errore molto prima che Giovanni redigesse il suo Vangelo. Nella sua seconda lettera ai Tessalonicesi egli rettificò ciò che aveva detto nella sua prima, a proposito della Venuta di Gesù. Egli precisò dicendo loro in proposito: "Ora vi preghiamo fratelli, riguardo alla Venuta del Signore… di non lasciarvi così facilmente confondere e turbare, né da pretese ispirazioni, né da parole, né da qualche lettera fatta passare come nostra, quasi che il giorno del Signore sia imminente. Nessuno vi inganni in alcun modo! Prima infatti dovrà avvenire l’Apostasia e dovrà essere rivelato l’Uomo iniquo, l’Avversario…" (2 Tessalonicesi 2,1-4). Quest’"Avversario", chiamato "Anticristo" da Giovanni è l’avversario del Cristo Gesù (1 Giovanni 2,22).
Prima della Venuta di Gesù, alla fine dei Tempi, ci è dato un gran segno come punto di riferimento: l’apparizione dell’Anticristo, la "Bestia" che bisogna riconoscere (Apocalisse 13).
È per questo che c’è stato dato il libro dell’Apocalisse di Giovanni. Esso contiene le rivelazioni fatte a Giovanni per aiutarci a riconoscere l’identità di questo spaventoso nemico che deve apparire alla vigilia del Ritorno di Gesù. È in questo senso che Giovanni deve rimanere nel mondo fino a che Gesù venga. È per mezzo della sua Apocalisse che Giovanni è ancora nel mondo, per preparare i credenti a questo Ritorno, perché, grazie a questo libro salvifico, noi sappiamo che l’Anticristo è già apparso sulla terra. Il ritorno di Gesù, dunque, non è lontano; è gia iniziato in certe anime.
Qui finisce lo studio del Vangelo e delle lettere di Giovanni, Ciò che ho detto a proposito delle sue 3 lettere è sufficiente per permetterti di leggerle senza trovarvi dei punti oscuri.
Leggi ora il Vangelo di Giovanni e le sue tre lettere prima di passare allo studio delle lettere scritte dagli Apostoli.
1.3. Le Lettere di Paolo
Paolo scrisse 14 lettere per consolidare la fede dei primi Cristiani che in maggioranza erano dei Giudeo-Cristiani. La sua preoccupazione principale fu di metterli in guardia contro i suoi avversari che si sforzavano di allontanarli da Gesù, questi Ebrei che gli resistevano dappertutto e che volevano riportare i neofiti alla pratica delle opere della Torah con ogni ragionamento. Perciò Paolo, scrivendo ai Galati, disse loro: "O stolti Galati, chi mai vi ha ammaliati…? Questo solo io vorrei sapere da voi: è per le opere della legge (la Torah) che avete ricevuto lo Spirito o per aver creduto alla predicazione (del Vangelo)?" (Galati 3,1-2). "Mi meraviglio che così in fretta da colui che vi ha chiamati con la grazia di Cristo passiate ad un altro vangelo. In realtà però, non ce n’è un altro; solo che vi sono alcuni (i Giudei miscredenti) che vi turbano e vogliono sovvertire il Vangelo di Cristo" (Galati 1,6-7). Così agisce lo spirito diabolico dell’Anticristo.
Le due lettere di Paolo ai Romani e ai Galati devono essere studiate insieme perché affrontano lo stesso problema: impedire ai Giudeo-Cristiani di ritornare alla pratica, inutile, del culto e delle opere della Legge (Torah): "Che nessuno possa giustificarsi davanti a Dio per la Legge (Torah)… Il giusto vivrà in virtù della fede (in Gesù non per il culto). Ora la legge non si basa sulla fede (in Gesù)… Cristo ci ha riscattati (liberati) dalla maledizione della legge…" (Galati 3,11-13). Nella sua lettera ai Romani Paolo disse ancora: "Noi riteniamo infatti che l’uomo è giustificato per la fede indipendentemente dalle opere della legge (Torah)" (Romani 3,28). Paolo si autocondannò davanti agli Ebrei definendo la Torah maledizione. Ma questo lo giustificò e lo glorificò presso il Padre e il Suo Messia.
Così dunque tutto lo sforzo di Paolo fu di convincere questi Ebrei diventati Cristiani (abituati a seguire il culto prescritto nei libri dell’Esodo, del Levitico, dei Numeri e del Deuteronomio) che queste pratiche del culto fossero sterili per l’anima e che soltanto la fede in Gesù come Messia, e questa fede sola, senza la pratica della Legge (Torah), potesse salvare.
A questo punto puoi leggere la lettera ai Galati.
Prima di leggere la lettera ai Romani, devi sapere che Paolo l’indirizzò ai Cristiani di Roma. Questi erano divisi in due comunità distinte e, purtroppo, avverse:
- Quella dei Giudeo-Cristiani formata dagli Ebrei che avevano creduto in Gesù.
- Quella dei Pagano-Cristiani formata dai Pagani (in maggioranza Romani) che si erano uniti ai discepoli del Cristo.
Queste due comunità si disprezzavano a vicenda. La prima, formata dagli Ebrei, considerava i Pagani indegni di far parte del popolo dei credenti. Gli Ebrei che avevano seguito Gesù, pensavano che il Cristianesimo fosse riservato soltanto agli Ebrei: non avevano ancora capito la dimensione universale del messaggio di Gesù. Paolo allora scrisse loro: "Forse Dio è Dio soltanto dei Giudei? Non lo è anche dei Pagani? Certo, anche dei Pagani! Perché non c’è che un solo Dio, il quale giustificherà per la fede i circoncisi (gli Ebrei), e per mezzo della vera fede (in Gesù) anche i non circoncisi (Pagani)" (Romani 3,29-30).
La comunità dei Pagano-Cristiani a sua volta disprezzava quella dei Giudeo-Cristiani credendo a torto che gli Ebrei dovessero essere globalmente esclusi dal popolo dei credenti perché avevano rigettato Gesù. Paolo li contraddisse dicendo loro: "Anch’io infatti sono israelita… Dio non ha ripudiato il suo popolo… Così anche al presente, c’è un resto, conforme a un’elezione per grazia (per la fede in Gesù). E se lo è per grazia, non lo è per le opere (del culto della Torah)" (Romani 11,1-6). Non bisognava quindi chiudere la porta a questo "resto", a questi Ebrei "eletti" perché essi avevano creduto in Gesù. Il caso si ripete oggi, perché molti Ebrei, come il movimento "Ebrei per Gesù" credono che Gesù sia il Messia.
Con tali argomenti sinceri, veri e pacifici, Paolo cercò di mettere concordia fra i Giudeo-Cristiani e i Pagano-Cristiani, invitando gli uni gli altri ad essere "accoglienti gli uni con gli altri" (Romani 15,7).
Gli Israeliani (Sionisti) moderni si avvalgono di tali versetti, della stessa lettera, per farsi accettare dai Cristiani, inducendoli in errore con una traduzione astutamente falsa delle parole e dell’intenzione di Paolo. Ciò facendo i Sionisti mirano ad ottenere il sostegno del mondo cristiano allo Stato di Israele. Ora, le Parole di Paolo non miravano ad un sostegno allo Stato d’Israele, né agli Israeliani del XX e XXI secolo, ma a quel "resto d’eletti" (Romani 11,5) tra gli Ebrei, eletti in passato, per la loro fede in Gesù. Queste parole benevole si applicano anche agli Ebrei dei nostri giorni che crederanno in Gesù. Gli Ebrei nazionalisti di oggi, per il loro rifiuto di riconoscere in Gesù il Messia, sono l’Anticristo (1 Giovanni 2,22) e i falsi Giudei denunciati da Gesù (Apocalisse 2,9 e 3,9).
Inoltre non bisogna dimenticare che Paolo diede agli Ebrei una condizione per essere salvati. Infatti egli disse chiaramente: "Se non rimarranno ostinati nell’incredulità (cioè nel loro rifiuto di Gesù) saranno innestati (sul popolo di Dio)" (Romani 11,23).
Quelli che pensano che Paolo prenda le difese degli Israeliani del nostro tempo e dello Stato d’Israele devono rendersi conto che:
- Paolo era un Ebreo diventato apostolo di Gesù. Aveva rinunciato al culto ebraico della Torah che considerava una nullità, anzi una maledizione (Galati 3,13).
- Paolo combattè violentemente coloro che negavano Gesù, considerandoli nemici di Dio e degli uomini; infatti disse: "Gli Ebrei, i quali hanno perfino messo a morte il Signore Gesù e i profeti e hanno perseguitato anche noi, essi non piacciono a Dio e sono nemici di tutti gli uomini…" (1 Tessalonicesi 2,15-16).
- Paolo disse chiaramente che la conclusione del suo ragionamento era il fallimento di coloro che sono per lo Stato d’Israele e la vittoria degli eletti di Gesù: "Che dire dunque? Israele non ha ottenuto quello che cercava (cioè lo Stato imperialista d’Israele); lo hanno ottenuto invece gli eletti (i discepoli di Gesù hanno ottenuto lo Spirito Santo e il Regno di Dio)" (Romani 11,7).
La lettera ai Romani termina con dei saluti. Paolo li indirizzò ai membri delle due comunità, citandole, una ad una, per aiutarle a riavvicinarsi: Prisca e Aquila sono d’origine Ebrea (Romani 16,3) citati anche da Luca negli Atti (Atti 18,1-2). Leggerai i nomi dei Pagano-Cristiani citati da Paolo, facendo a tutti questa ultima raccomandazione di amore: "Salutatevi gli uni gli altri con un bacio santo" (Romani 16,16).
Leggi ora la lettera ai Romani tenendo conto che è stata indirizzata a queste due comunità per riconciliarle e unirle nell’amore del Messia Gesù, invitando i primi ad elevarsi al di sopra delle considerazioni farisaiche, condannate da Dio (vedere Matteo 5,20) ed i secondi a non precipitare, a loro volta, nel razzismo, allontanando gli Ebrei come tali, dalla possibilità di credere in Gesù.
Infatti Paolo ha sempre insegnato che in Gesù, Ebrei e Pagani, si confondono: "Egli (Gesù) infatti è la nostra pace, Colui che ha fatto dei due (Pagani ed Ebrei) un popolo solo, abbattendo il muro di separazione che era frammezzo, cioè l’inimicizia, annullando, per mezzo della sua carne, la Legge (Torah) fatta di prescrizioni e di decreti, per creare in Se Stesso, dei due, un solo Uomo nuovo facendo la pace, e per riconciliare tutti e due con Dio in un solo Corpo (per mezzo della Croce)" (Efesini 2,14-18).
Sapendo che la sua missione era quella di rivelare Dio ed il Cristo ai Pagani (Atti 9,15), Paolo si era reso ben conto che doveva combattere strenuamente contro l’esclusivismo degli Ebrei che "gli impedivano di parlare ai gentili onde fossero salvati" (1 Tessalonicesi 2,16).
Tutte le lettere di Paolo furono il frutto delle sue lotte per "annunciare il Figlio di Dio ai gentili" (Galati 1,16). Egli apprezzò la "grazia di recare ai Gentili la buona novella della imperscrutabile ricchezza di Cristo" (Efesini 3,8), "la ricchezza della gloria del suo mistero fra i Gentili" (Colossesi 1,27), diventando così l’incontestabile "apostolo dei Pagani" (Galati 2,8), come aveva voluto Gesù (Atti 9,15).
Avendo capito questo punto capitale riguardo Paolo, puoi leggere adesso il resto delle sue lettere.
Le lettere di Pietro, Giacomo e Giuda non presentano difficoltà. Leggile.