Il corso biblico

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1. Dodicesima Lezione - I Libri del Nuovo Testamento



Gesù in preghiera

I libri del Nuovo Testamento sono 27. Alcuni di questi sono molto brevi (come le lettere 2 e 3 di Giovanni e la lettera di Giuda). Per studiarli li ho divisi in questo modo:

  • 12° Lezione: I Vangeli sinottici e gli Atti degli Apostoli.
  • 13° Lezione: Il Vangelo di Giovanni e le lettere degli Apostoli.
  • 14° Lezione: Il piccolo Libro dell’Apocalisse.

I Vangeli sinottici e gli Atti degli Apostoli

1.1. Presentazione dei Vangeli sinottici

Vangelo significa letteralmente "Buona Novella" (dal greco: Ev = Buona e "angelos" messaggio o novella). Questa è la proclamazione della "buona novella" della Venuta del Messia tanto atteso.

Ci sono quattro Vangeli: quelli di Matteo, Marco, Luca e Giovanni. I primi tre sono più o meno simili e costituiscono la biografia di Gesù. Hanno una stessa importante preoccupazione: dimostrare che Gesù è veramente il Messia atteso dagli Ebrei, anche se non ha "liberato Israele" politicamente (Luca 24,21) né "ricostituito il regno (politico) d’Israele" (Atti 1,6). Questo punto è l’ottica comune di questi Vangeli ed è la ragione per la quale li si chiama Vangeli "sinottici", dal greco "syn" che significa "stesso" e "optikos" che significa "punto di vista". Questi tre Vangeli presentano una biografia umana di Gesù. Tale è il loro punto di vista comune. Invece Giovanni rivela, per di più, la sua divinità.

Ti presenterò i Vangeli sinottici insieme, prendendo come base il Vangelo di Matteo. Partendo da questo, ti parlerò dei punti in comune che ha con quelli di Marco e Luca. Prima però, voglio presentarti ciascuno di questi tre evangelisti. Dopo i sinottici, si passerà allo studio del Vangelo di Giovanni.

1.1.1. Matteo

È uno dei dodici Apostoli del Cristo. Si menziona in Matteo 9,9 e 10,3. È un Ebreo, ma odiato da quelli della sua stessa comunità perché era un "pubblicano", cioè un esattore delle tasse imposte dai Romani. Egli, che era Ebreo, riscuoteva dagli Ebrei per dare ai Romani. Quando, però, Gesù lo invita a seguirlo (Matteo 9,9) risponde subito alla chiamata, lasciando tutto. Da Marco e Luca è chiamato con il nome ebreo di Levi (Marco 2,13-14 e Luca 5,27-28).

Matteo fu il primo a scrivere una storia su Gesù, che è destinata agli Ebrei diventati Cristiani; infatti è scritta in ebraico (aramaico). Si riferisce spesso alle profezie del Vecchio Testamento per dimostrare che Gesù faceva ciò che era stato predetto (Matteo 1,22 / 2,5-6 / 2,15-18 / 3,3 / 4,14-16 / ecc…). Il vangelo di Matteo è l’unico libro del Nuovo Testamento ad essere stato scritto in aramaico, mentre tutti gli altri furono scritti in greco antico, la lingua internazionale dell’epoca che gli Apostoli impararono per predicare (Atti 21,37-40).

1.1.2. Marco

Non è un Apostolo, ma si è unito a questo ministero dopo la resurrezione di Gesù (Atti 12,12). Seguì e aiutò Paolo (Atti 12,25), poi si unì a Pietro, che lo considerò come "suo figlio" (1 Pietro 5,13). Marco era in un certo modo il suo segretario e ispirato da Pietro, scrive il suo Vangelo considerato da certuni come, indirettamente, quello di Pietro. Tanti commentatori biblici pensano che quel "giovanetto" menzionato da Marco senza dirne il nome (Marco 14,51-52) non fosse altro che Marco, perché questo dettaglio non meritava di essere menzionato se non era stato vissuto dal redattore stesso.

1.1.3. Luca

Luca era un medico pagano. Conobbe il Cristo da Paolo e diventò il suo compagno di viaggio (Colossesi 4,14) e il suo collaboratore fedele, quando altri lo abbandonarono (2 Timoteo 4,9- 11). Egli fu influenzato da Paolo nello scrivere il suo Vangelo, in greco, diretto ad un notabile chiamato Teofilo (Luca 1,3). Indirettamente il suo Vangelo è quello di Paolo, come quello di Marco riflette gli insegnamenti di Pietro.

Noterai che Luca scrive con la preoccupazione di essere preciso nelle verità che egli trasmette a Teofilo "dopo essersi informato con cura di tutto dall’inizio, andando dai testimoni oculari" (la Vergine Maria, Pietro, ecc… (Luca 1,2-3). Perciò, egli è l’unico a dare dettagli sulla nascita di Giovanni Battista, dell’Annunciazione fatta a Maria e dell’infanzia di Gesù (Luca 1 e 2). Questo è dovuto alla sua formazione scientifica, in quanto studiò medicina, per cui non lasciò niente al caso.

Luca scrisse anche il Libro degli Atti degli Apostoli che, come per il suo Vangelo, indirizzò al nobile Teofilo (Atti 1,1) per informarlo sulla storia di Gesù e dei suoi discepoli dopo l’Ascensione di Gesù al Cielo (Atti 1,1-11). Quindi, il libro degli Atti degli Apostoli, può essere considerato come il seguito del Vangelo di Luca ed è per questo che ti raccomando di studiarlo con i Vangeli Sinottici, prima del Vangelo di Giovanni.

Ora, partendo dal Vangelo di Matteo, incominciamo a familiarizzare con questi tre primi Vangeli: i sinottici.

Come tu sai, gli Ebrei sapevano che il Messia sarebbe stato un discendente di Davide. Quindi, Matteo si premurò di tranquillizzarli precisando che Gesù è un discendente del re Davide. Egli quindi incominciò il suo Vangelo con la "genealogia di Gesù, il Cristo, figlio di Davide, figlio di Abramo ecc…" (Matteo 1,1). La maggior parte dei nomi menzionati da Matteo in questa genealogia si ritrova nell’Antico Testamento, specialmente quelli dei re della Giudea, da Davide alla deportazione fino al ritorno dall’esilio babilonese con Zorobabele (Matteo 1,12).

Anche Luca riporta la genealogia di Gesù (Luca 3,23-38), ma invece di dare una lista da Abramo fino a Gesù, come Matteo, Luca comincia, al contrario, da Gesù fino ad Abramo per arrivare infine ad "Adamo Figlio di Dio" (Luca 3,38). La differenza nei nomi degli antenati è dovuta al fatto che Luca dice che Gesù è figlio di Davide attraverso "Natan, figlio di Davide" (Luca 3,31), invece Matteo lo presenta come figlio di Davide attraverso Salomone, figlio di Davide (Matteo 1,6-7). Troverai il nome di Natan in 2 Samuele 5,14 e 1 Cronache 3,5; egli era uno dei figli di Davide nato a Gerusalemme e più vecchio di Salomone. Che Gesù discenda dall’uno o dall’altro poco importa, l’importante è che sia "figlio di Davide". Nota, del resto, che Luca cercò sempre la precisione nelle sue informazioni e di Gesù scrisse che: "…Era figlio, come si credeva, di Giuseppe, figlio di Eli…" (Luca 3,23). Questo "si credeva" costituisce una sfumatura importante e ci invita a superare la genealogia umana, rigorosa e meticolosa dei nomi. Gesù è, prima di tutto, Figlio di Dio!

Questa sfumatura ci invita soprattutto a non fermarci alla genealogia di sangue, ma a ritornare, come Giovanni ha fatto nel suo Vangelo, alla genealogia divina di Gesù dicendo: "In principio era il Verbo (Gesù)… e il Verbo era Dio (Giovanni 1,1)… e il Verbo si è fatto carne e ha vissuto tra noi…" (Giovanni 1,14). L’importanza di questa ultima genealogia eclissa totalmente la prima e Gesù Stesso ci invita a tenerla in considerazione dicendo agli Ebrei: "Come può il Messia essere figlio di Davide quando Davide lo chiama Signore" (Matteo 22,41-46 / Salmo 110,1).

Certi Ebrei usano questo brano per pretendere che Gesù "avesse confessato" di non essere figlio di Davide. Niente di tutto questo! Perché Gesù non nega di essergli figlio, anzi afferma di essere di più di questo, essendo il "figlio unico di Dio", il solo ad essere stato generato miracolosamente nel mondo da Dio, nel seno di una donna ancora vergine, senza l’intervento di un uomo. Egli, soprattutto, esisteva prima d’incarnarsi.

Mi sono un po’ attardato sulla questione della genealogia, perché tanti uomini deboli e immaturi nella fede e tanti nemici del Vangelo usano questa "differenza" fra la genealogia di Matteo e quella di Luca per pretendere che questi Vangeli siano falsi, ne è una prova questa "divergenza" tra i due evangelisti su questo punto. Questa è una critica superficiale di gente che non è capace di andare in profondità. Tuttavia, era necessario che tu fossi avvertito e attento.

A questo punto, puoi leggere i brani sulla genealogia in Matteo e Luca e anche gli altri testi menzionati. Non leggere, però, ancora i Vangeli per intero prima di aver studiato le mie spiegazioni.

Voglio far uscire di nuovo dal Vangelo di Matteo, i punti che hanno più bisogno di chiarimento.

1.2. Preparazione di Gesù

Prima di iniziare la sua missione, Gesù si ritirò solo nel deserto. Questo ritiro rappresentò un periodo di transizione fra la sua vita di falegname, una vita sociale e pubblica comune a tutti gli uomini, e la sua vita da Messia che doveva manifestare una nuova personalità sconosciuta e insospettata per chi lo circondava. Per assumere questa pesante e grave carica e preparare la società a prenderne coscienza, bisognava rompere con la vita quotidiana, professionale e abitudinaria. Fu per questo che Matteo e gli altri evangelisti ci dissero che fu "lo Spirito (di Dio) che condusse Gesù al deserto (Matteo 4,1 / Marco 1,12 / Luca 4,1).

Ogni apostolo deve conoscere, in un modo o nell’altro, questa rottura momentanea con la società e fare un ritiro spirituale per approfondire e capire la richiesta di Dio prima di far fronte alla sua missione.

Il diavolo interviene sempre per turbare questa solitudine e impedire all’anima di captare Dio. Assorda le orecchie con i suoi rumori e i suoi metodi che accecano. Quindi, prima di servire Dio, bisogna trionfare sul suo nemico, il diavolo, che è anche il nemico degli amanti di Dio.

Gesù fu "tentato dal diavolo" in tre punti:

1.2.1. Agire alla domanda del diavolo, non di Dio

"Fa’ che queste pietre divengano pane" ordina Satana a Gesù (Matteo 4,3-4). Gesù può fare questo miracolo. Però non vuole agire alla domanda del diavolo, ma secondo il piano divino, e quando suonerà l’ora di Dio. Allora Egli moltiplicherà pani e pesci perché altri possano nutrirsene nel deserto (Matteo 14,13-21). Bisogna rifiutare di commettere un’azione, anche buona all’apparenza, se non è ispirata dallo Spirito divino. È un insegnamento per quelli che si danno alla pratica condannabile della magia "nera" o cosiddetta "bianca".



Carta della Palestina ai tempi di Gesù

1.2.2. Non tentare Dio

"Se sei Figlio di Dio, buttati giù…", Gli ordina ancora il diavolo (Matteo 4,5-6). "Non tenterai il Signore Dio tuo", rispose Gesù. È vero che bisogna aver fiducia in Dio, ma non bisogna abusarne. Sarebbe sfidare Dio, metterLo alla prova. Dio non si lascia influenzare dai ricatti. Sono in molti a credersi scelti da Dio e si permettono degli errori condannati da Dio. Come esempio: Dio rifiuta un regno Israeliano, ma gli Israeliani insistono a costituirlo, continuando a proclamarsi "popolo eletto" di Dio; sono nell’illusione perfetta. Stabilendo questo regno politico, contrariamente alla volontà di Dio, essi non otterranno certo la sua benedizione. Non si può forzare la mano di Dio e nemmeno metterlo di fronte al fatto compiuto. Se Gesù avesse ascoltato Satana e si fosse buttato giù, Dio lo avrebbe lasciato cadere, anche se è scritto: "Darà ordine ai suoi angeli che ti sorreggano sulle braccia…", poiché quella caduta era ispirata dal diavolo, non da Dio. D’altronde, questo versetto invita ad avere pienamente fiducia in Dio nelle prove, da Lui permesse, che ci assalgono, ma Dio non ci assiste nelle imprudenze che noi provochiamo davanti agli altri, per dimostrare, con orgoglio, che Dio ci proteggerà e che Egli è a nostra disposizione. In questo caso Dio ci abbandona. Una persona che guida, in maniera folle, a 200 Km/h con il pretesto che Dio lo protegge, sarà delusa. Perchè non si deve tentare Dio. Bisogna usare delle virtù di prudenza, di saggezza, ecc… In questo caso Dio ci protegge.

1.2.3. Il regno di Dio è interiore

"Tutte queste nazioni io te le darò, se prostrato a terra mi adorerai", dice Satana a Gesù (Matteo 4,8-11). È l’impero sionista che il diavolo offre al Cristo, una potenza politica, quella che bramano gli Israeliani. Gesù non è stupido; Egli lo rifiuta. Il Suo regno non è di questo mondo, è interiore, nei cuori (Giovanni 18,36 e Luca 17,20). Sconfitto, il demonio se ne va, senza poter resistere all’ordine del Cristo: "Vattene, Satana!" (Matteo 4,10). Questo significa che Gesù permette al diavolo di metterlo alla prova per una saggezza profonda: insegnarci ad agire di fronte a questo astuto.

Il demonio se ne va, ma, precisa Luca, "per un certo tempo" (Luca 4,13). Il diavolo ritornò con gli Ebrei che vollero incoronare Gesù come re sionista, con la forza, come dice Giovanni. Ma Egli "… saputo che stavano per venire a rapirlo (con la forza) per farlo re, si ritirò nuovamente sul monte, egli solo" (Giovanni 6,14-15). Di nuovo Gesù rifiutò di essere il re di un impero israeliano che il demonio Gli aveva già offerto.

Quando si sceglie il Regno di Dio, bisogna sempre prepararsi alle prove che ci verranno inflitte dal diavolo e dagli amanti del regno della terra. "Figlio mio", dice il Siracide: "Se vuoi servire il Signore, prepara il tuo animo alla prova; tieni pronto il tuo cuore, fatti coraggio, non aver fretta nel tempo della sventura" (Siracide 2,1-2). È questo che Gesù ci insegna tramite la tentazione alla quale ha ben voluto sottomettersi per noi. Come vittorioso, dopo la prova, "Gesù ritorna in Galilea con la potenza dello Spirito" (Luca 4,14). È con questa Potenza spirituale divina che intraprende la sua missione. Guardiamoci, anche noi, dal non agire e dal non impegnarci senza assicurarci del soccorso indispensabile di Dio. Dobbiamo soprattutto saper discernere lo Spirito di Dio dentro di noi. È una grazia da chiedere. Dobbiamo avere in noi lo Spirito Santo; è il primo tesoro spirituale che Gesù ci raccomandò di chiedere al nostro Padre del Cielo (Luca 11,13 e Matteo 7,11).

1.3. Gesù in Missione: Il suo discorso inaugurale (Matteo 5,1; 7,29)

Gesù non incominciò la sua missione a Nazareth, la sua città, ma più lontano, a Cafarnao dove si stabilì (Matteo 4,12). È la città di Pietro e dei primi Apostoli, tutti pescatori del lago di Tiberiade ai bordi del quale si trova, a nord, Cafarnao (vedere la cartina). Da questa città irradiò la sua luce. I miracoli di Gesù lo fecero conoscere in tutta la regione (Matteo 4,23-25). Ciò fu il compimento della profezia di Isaia che aveva designato la terra di Zabulon e di Neftali (la Galilea) come il centro a partire dal quale zampillerà la Grande Luce divina (Isaia 8,23 - 9,1).

Le folle seguivano Gesù che ne approfittava per proclamare il suo grande discorso inaugurale conosciuto come il discorso delle "Beatitudini". Questo contiene degli insegnamenti rivoluzionari per la società ebraica dell’epoca. È rivoluzionario perché anti-sionista e anti-razzista, essendo per la salvezza di tutti gli uomini e non esclusivamente degli Ebrei.

Luca precisa che Gesù si rivolge agli Ebrei venuti ad ascoltarlo: "A voi (Ebrei) che mi ascoltate, io dico amate i vostri nemici…" (Luca 6,27). Gesù sapeva che quelli che Lo ascoltavano erano tutti degli Ebrei sionisti che pensavano che tutti coloro che non erano Ebrei, erano nemici da odiare. Egli vuole rompere il ghetto psicologico nel quale il suo pubblico si è chiuso da tanti secoli e perciò dice: "Avete imparato ciò che è stato detto: Amerai il tuo prossimo (l’Ebreo come te) e odierai il tuo nemico (tutti coloro che non sono Ebrei: Levitico 19,17-18 / Deuteronomio 15,3). Ebbene, io vi dico: amate i vostri nemici (coloro che voi considerate tali), pregate per i vostri persecutori (essi non vi perseguitano, ma si difendono dalle vostre cattiverie. Pensa ai Palestinesi perseguitati dagli Israeliani, che sono considerati "terroristi")". Gesù avrebbe detto agli Ebrei moderni: "Pregate per i vostri nemici Palestinesi, siate buoni con loro, offrite loro l’altra guancia se vi schiaffeggiano, perché sono loro che hanno ragione. Donate loro la terra che domandano perché appartiene loro". Tieni ben presente che Gesù si indirizza ai Sionisti che non hanno pietà: "Ma a voi che mi ascoltate io dico…".

"Se la vostra giustizia non supera quella degli scribi e dei Farisei, non entrerete nel regno dei cieli", disse loro ancora Gesù, perché questa sedicente "giustizia" è razzista e preferisce l’Ebreo, con tutte le sue colpe, al non Ebreo innocente (Matteo 5,20). Oggi questa frase potrebbe essere tradotta così: "Uomini, se la vostra giustizia non supera quella di tutti i teologi e del clero, non vi avvicinerete a Dio, qualunque sia la vostra fede…", "Se non amate il giusto, chiunque esso sia, ebreo, cristiano, mussulmano, orientale o occidentale, del Nord o del Sud, vana è la vostra fede".

Gli Ebrei odiavano i Samaritani. Ecco perché Gesù predica la parabola del "Buon Samaritano" (Luca 10,29). Dona questa parabola ad un legista ebreo che, notalo, "voleva giustificarsi" di non essere pronto a soccorrere un non Ebreo, non essendo il suo prossimo. Questo legista ebreo fa del bene solo secondo la legge razzista ebraica: bisogna superare questa legge inumana se vogliamo entrare nel Regno di Dio.

Insegnando queste cose, Gesù "non abolisce la Legge (Torah), ma la completa con la Legge dell’Amore", che gli Ebrei hanno interpretato male. "Non pensate che io sia venuto ad abolire la legge… ma per dare compimento" disse Gesù. Viene a completare (Matteo 5,17-20). Non solamente "non ucciderai", ma "non insulterai" tuo fratello (Matteo 5,21-26). Tuo fratello è ogni uomo giusto. Anche tu, sii giusto e capace di capire questa nobile verità.

Per gli Ebrei, come per tanti credenti anche oggi, il peccato è nel compimento dell’atto materiale. Ora, Gesù viene a sconvolgere questa concezione: il male è già nell’intenzione di compiere un atto: "Chiunque guarda una donna per desiderarla ha già commesso adulterio con lei nel suo cuore" (Matteo 5,27-28). Non è male guardarla, ma è male guardarla e desiderarla, facendo di tutto per riuscire. Quindi, anche se non arriviamo a consumare l’azione, il peccato è già compiuto in noi. Se ho intenzione di rubare un oggetto, ma poi non riesco a farlo per qualunque ragione, è considerato come un atto malvagio compiuto nella mia coscienza. Come il Regno di Dio è in noi anche il male è in noi.

Questi sono gli insegnamenti più incompresi nelle "Beatitudini". Il resto è facile da capire.

Ricordati ancora che "offrire l’altra guancia a chi ti colpisce" è un comando fatto alle persone ingiuste, e non vuol dire che gli uomini onesti e innocenti devono essere deboli di fronte all’ingiustizia. Bisogna sapersi difendere, la legittima difesa è un dovere; soprattutto quando bisogna difendere la propria famiglia, i propri bambini e la propria vita contro un aggressore criminale. L’Apocalisse, parlando dell’Anticristo, ci invita a "ripagarlo con la sua stessa moneta" e anche che gli sia data "una doppia dose" dei tormenti che ha dato agli altri (Apocalisse 18,6-7).

Ti invito, a questo proposito, a meditare sull’atteggiamento di Gesù nei confronti di una delle guardie che lo ha schiaffeggiato quando fu arrestato (Giovanni 18,19-23). Egli non presentò l’altra guancia, ma si difese con la parola verso colui che lo aveva schiaffeggiato ingiustamente. Bisogna difendere la propria dignità e la propria fierezza di fronte alla violenta ingiustizia, anche questo è umiltà e grandezza d’animo. Quanto all’atteggiamento di presentare l’altra guancia, questa deve essere quella di colui che ha commesso un’ingiustizia verso qualcuno che lo rimprovera. Il colpevole deve umiliarsi e riconoscersi colpevole; egli deve riscattarsi ed essere riconoscente verso coloro che lo riprendono e lo schiaffeggiano con la parola della giustizia per correggerlo.

1.4. Gesù e Giovanni Battista (Matteo 11,1-15)

Giovanni Battista fu annunciato, come precedentemente spiegato, da Malachia "per preparare la via davanti al Messia" (Malachia 3,1). Gesù stesso farà riferimento a questa profezia (Matteo 11,10). Questo precursore del Messia doveva, secondo la concezione israeliana, preparare gli Ebrei al Messia Re d’Israele, che avrebbe restaurato il regno in Israele, un regno politico della dinastia di Davide. Anche Giovanni Battista non aveva capito che il Regno del Messia era spirituale ed universale. Matteo dice che: "Nella sua prigione, Giovanni Battista aveva sentito parlare delle opere del Cristo" (Matteo 11,2). Queste opere non avevano nulla di politico e non avevano fini di rivolta armate per detronizzare Erode, che non era della dinastia di Davide. Le parole di Gesù non erano un grido di resistenza violenta contro i Romani, come volevano gli Zeloti (movimento nazionalista ebraico, del quale faceva parte l’apostolo Simone, lo Zelota: Matteo 10,4), ma di perdono dei peccati, guarigione dei malati e di bontà verso gli ufficiali Romani, considerati da Gesù coloro che hanno una fede ardente "come non ce n’è in Israele" (Matteo 8,5-13).

Giovanni Battista, nella sua prigione, aspettava di essere liberato con l’insurrezione rivoluzionaria di Gesù. Queste "opere" di Gesù non avevano nessun fine nazionalista, lo sorprendevano e scandalizzavano tanti altri Ebrei. Il Precursore, prigioniero, mandò alcuni dei suoi discepoli a Gesù per chiedere questo: "Sei tu colui che deve venire (il Messia "nazionalista") o dobbiamo aspettare un’altro?" (Matteo 11,3). Questa domanda doveva assillare i discepoli di Giovanni Battista, che, a loro volta, tormentavano il loro maestro. Essi avevano fiducia in lui, che aveva detto che il Messia aspettato era Gesù del quale non era "degno di portarne i sandali" (Matteo 3,11). Dunque, si chiedevano perché questo Messia non agiva per restaurare il regno d’Israele? Che cosa aspettava? Perché era così tenero con i Romani e visitava i Pagani per guarire i malati come i Gadareni (Matteo 8,28-34) e gente di Sidone (Matteo 15,21-28)? Tutto questo scandalizzava gli Ebrei fanatici.

La risposta di Gesù ai discepoli di Giovanni Battista aveva per scopo eliminare lo spirito nazionalista e fanatico nei cuori Ebrei che, anche se di buona fede, erano smarriti dal sionismo: "Riferite a Giovanni i miracoli che avete visto: i ciechi vedono… (come lo aveva predetto Isaia 35,5 e 29,18)… e ai poveri è annunziata la buona novella (della venuta del Messia e non ai ricchi che si credevano privilegiati: Isaia 61,1). Beato è colui che non si scandalizza di me (non essendo anch’io un nazionalista)" (Matteo 11,4-6). Questa risposta non poteva che sconvolgere i seguaci di Giovanni.

Gesù, sottolineando che Giovanni Battista fu un profeta e che "è anche il più grande fra i figli di donna" (Matteo 11,9-11), invitò i suoi ascoltatori a credere alla testimonianza di quel profeta che si era considerato indegno di slegare i suoi sandali (Matteo 3,11). Li invita a credere che Lui, Gesù, era proprio quel Messia aspettato, anche se trovavano strane le sue opere non politiche. Il Cristo si affrettò, però, a precisare che Giovanni Battista, nonostante la sua grandezza, è più piccolo "del più piccolo del regno del Cieli" (Matteo 11,11). La ragione? È che il più piccolo del Regno dei Cieli (non di Israele) ha capito che Gesù è re non di uno Stato politico, ma di una vita spirituale interiore, non nazionalista, come credevano in buona fede il grande Giovanni Battista e gli stessi Apostoli di Gesù inizialmente.

Giovanni Battista deve la sua grandezza anche al fatto che chiude un’epoca, quella della concezione del Messia nazionalista: "Tutti i profeti hanno condotto le loro profezie fino a Giovanni" (che doveva essere il testimone del Messia, questo Gesù che non fu né un militare, né un uomo politico, come lo sono oggi Ariel Sharon, un Itzaac Shamir e un Shimon Perez). A partire da Giovanni cominciò una nuova concezione del messianismo: "Dal tempo di Giovanni il Battista fino ad ora (e oggi ancora) il Regno dei Cieli si acquista con la violenza ed è preda di coloro che si fanno violenza" (Matteo 11,12-13). Perché? Perché gli Ebrei dovevano farsi violenza, scuotersi violentemente per liberarsi dai pregiudizi, dalle idee preconcette e da un ereditato modo di pensare che ha modellato e deformato la loro comprensione del messianismo. Si erano lasciati così trascinare collettivamente ad aspettare un Cristo sionista, nonostante la messa in guardia, tante volte ripetuta dai profeti, e il rifiuto, chiaramente dichiarato da Dio e da Samuele, di un re israeliano.

È difficile abbandonare una mentalità nazionalista, però se vogliamo far parte del Regno di Dio, come Dio lo intende, bisogna farsi violenza, rinunciare a tutte le idee politiche che ci facciamo di questo Regno. Gli Ebrei imprigionati dall’idea di uno Stato Israeliano, i Cristiani che credono nello Stato del Vaticano (detto cristiano, ma diventato politico) e i Musulmani che militano per stabilire delle monarchie o delle repubbliche islamiche, devono, oggi, tutti, "farsi violenza" per liberarsi dalle catene di queste idee deviazioniste se vogliono entrare nel Regno spirituale dei Cieli.

Sul piano della vita quotidiana e personale, bisogna spesso scuotere se stessi e "farsi violenza" per liberarsi dall’indolenza che ci paralizza e per poter resistere alla corrente materialista che trascina i deboli. Questi seguono ciecamente la maggioranza, senza riflettere e senza poter scegliere liberamente una vita personale, differente da quella degli altri, ma più utile per il cuore e l’anima.

Giovanni Battista è, infine, "quell’Elia che deve ritornare", spiega Gesù (Matteo 11,14 e 17,11-13). Ti avevo spiegato che il precursore di Gesù doveva presentarsi nel mondo "con lo spirito e la potenza di Elia" (Luca 1,17). È dunque spiritualmente che dobbiamo interpretare la profezia di Malachia 3,23, e non letteralmente, come hanno fatto tutti coloro che aspettavano il ritorno di Elia in carne ed ossa, la sua reincarnazione. Questa era l’intenzione di Giovanni dicendo che non era Elia (Giovanni 1,21).

Un punto importante è da capire bene: Giovanni Battista ha colpito profondamente gli Ebrei, fino al punto che molti di loro credevano che fosse il Messia. È la ragione per la quale questo precursore non ha mancato di sottolineare che non era il Messia: "Io non sono il Cristo" (Giovanni 1,20). "Perchè battezzi, se non sei il Cristo, né Elia, né il profeta?", chiedono i sacerdoti a Giovanni (Giovanni 1,25). E egli risponde così: "Io vi battezzo in acqua in vista del pentimento, ma colui che viene dietro di me è più potente di me… Egli vi battezzerà in Spirito Santo e Fuoco…" (Giovanni 1,26 e Matteo 3,11).

Il battesimo di Giovanni Battista è, quindi, una preparazione, un richiamo al pentimento. Quello di Gesù dona la grazia ed il perdono che non poteva accordare Giovanni Battista. Questa è la ragione per cui il battesimo di Gesù è più potente di quello del suo precursore. Per ottenerlo è necessario che il tuo cuore sia già pentito. Giovanni, dunque, richiama al pentimento tramite un battesimo d’acqua che non avrà più ragione di essere dopo l’Avvento del Messia. Gesù inaugura nel mondo un nuovo battesimo, spirituale, per tutti gli uomini che si pentono e decidono di cambiare in meglio.

Erano tanti i pellegrini Ebrei che venivano a Gerusalemme durante le feste religiose. Certi, venuti da Efeso, avevano incontrato Giovanni Battista e, da lui impressionati, riconobbero l’importanza del suo battesimo. Si fecero dunque battezzare da lui e poi ritornarono a casa. Questa categoria di Ebrei formò il nocciolo dei primi Cristiani. Essi furono visitati dagli Apostoli che spiegarono loro l’insufficienza del battesimo di Giovanni e l’importanza di quello di Gesù: "Udito ciò, furono battezzati nel nome del Signore Gesù… e lo Spirito Santo scese su di loro" (Atti 19,1-7). Con l’Apocalisse, nella nostra epoca, la concezione del battesimo passa ad un livello superiore, spirituale.

1.5. Come gli Apostoli concepivano il Messia (Matteo 16)

Gli Apostoli, come tutta la società ebraica di ieri e di oggi, non si aspettavano il genere di Messia che videro in Gesù. Ci volle una grande pedagogia e molto tatto da parte del Falegname di Nazareth per introdurre nella mentalità ebraica, molto politicizzata, il concetto di un Messia modesto e umile, spirituale ed universale.

Sotto tutti gli aspetti, Gesù presentava ai suoi discepoli il Suo Regno non temporale aperto a tutti gli uomini, che come falegname giovane e modesto, era venuto ad inaugurare. Parlando del Regno che loro credevano politico, disse loro: "Non si dica: eccolo qui, o eccolo la; perché ecco, il Regno di Dio è dentro di voi" (Luca 17,21). Non bisogna dunque cercarlo all’esterno, in un luogo geografico, a Gerusalemme o in Samaria. Ed ancora: "Verranno da Oriente e da Occidente, e da Settentrione e da Mezzogiorno e parteciperanno tutti al banchetto nel Regno di Dio" (Luca 13,29). Le persone di quel Regno universale non saranno dunque i soli Ebrei perché: "Molti primi (tra gli Ebrei) saranno gli ultimi; e molti ultimi (tra i Pagani venuti alla fede dopo gli Ebrei) saranno primi" (Matteo 19,30 e Luca 13,30). Il messianismo spiegato da Gesù era impensabile per tutti gli Ebrei, imbevuti come erano dell’idea nazionalista e patriottica. Oggi ancora, l’idea di un tale messianismo non si presenta nel pensiero degli Israeliani.

Dopo due anni di frequentazione e di preparazione degli Apostoli e un anno prima che Gesù venisse consegnato alla crocifissione, Egli ha voluto sondare i suoi Apostoli. Essi avevano visto le sue opere miracolose; ma avevano capito i suoi insegnamenti e afferrato le finezze delle sue insinuazioni? Bisognava che essi capissero due cose:
1- Che Gesù sotto questa apparenza modesta, era il Cristo atteso.
2- Che la missione del Cristo non era di restaurare lo Stato di Israele, contrariamente alle loro speranze. Il Messia doveva confermare la totale fiducia degli Apostoli in lui, affinché non lo rinnegassero dopo la sua apparente "disfatta" sulla croce, ma che continuassero a credere in lui, nonostante il fatto che Egli non avesse restaurato lo Stato Israeliano (vedere Luca 24,21 e Atti 1,6).

Gesù domanda loro, quindi, un anno prima della sua messa a morte: "Per voi chi sono io?" Pietro risponde: "Sei il Cristo" (Matteo 16,15-20). Gesù loda il suo apostolo che, malgrado l’apparenza di povertà ha riconosciuto in Gesù il Messia, sebbene il mondo lo attendesse da una stirpe nobile, anzi reale. Orbene nessun aspetto lussuoso distingueva questo umile e modesto falegname di Nazareth; la sua nobiltà era interiore. Pietro ha riconosciuto nel suo Maestro il Messia, niente meno che "il Figlio di Dio", nonostante la semplicità dei suoi abiti. Gesù, perciò, gli disse: "Non la carne e il sangue (non l’aspetto di una gloria umana) ti hanno rivelato questo, ma il Padre mio che è nei cieli". È una forte intuizione interiore, una luce spirituale potente e profonda che spinge Pietro a parlare.

Paradossalmente, però, il Cristo si affrettò a raccomandare ai suoi Apostoli "di non dire a nessuno che era il Cristo" (Matteo 16,20). Perché? Le folle sarebbero venute per obbligarlo ad essere il re politico di Israele come era già accaduto (Giovanni 6,15). Non soltanto raccomandò loro la discrezione totale, ma "da allora Gesù cominciò a dire apertamente ai suoi discepoli che doveva andare a Gerusalemme e soffrire molto da parte degli anziani, dei sommi sacerdoti e dagli scribi, e venire ucciso per resuscitare il terzo giorno" (Matteo 16,21).

A queste parole, la carne e il sangue presero il sopravvento su Pietro che non ascoltò più niente di ciò che il Padre Celeste gli poteva ispirare. Convinto che il Messia dovesse ristabilire il regno in Israele, non poteva immaginare che questo salvatore della "nazione" fosse messo a morte. Con un gesto violento, Pietro "lo trasse in disparte" e cominciò a "protestare" e a rimproverare Gesù dicendo: "No, questo non ti accadrà mai" (Matteo 16,22). Se questo era l’atteggiamento degli Apostoli dopo due anni di iniziazione, immagina cosa potevano pensare di Gesù gli altri Ebrei… e in particolare Giuda Iscariota, egli che aspirava solo al regno di Israele.

Dopo aver lodato Pietro per averlo riconosciuto come il Messia, Gesù lo riprende per il suo
"rimprovero". La concezione messianica di Pietro è ancora terra a terra: "Lungi da me, Satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini" (Matteo 16,23).
Gli Israeliani, da Samuele, cercano un regno israeliano che Dio condanna!

Con il fatto della condanna dello Stato d’Israele, Dio stabilisce nel mondo un nuovo principio di giudizio delle coscienze. Questo principio è valido per noi, uomini del ventesimo secolo; questo principio è un criterio e una misura della vera fede. Gli uomini che hanno operato (e che operano ancora) per l’edificazione e la permanenza d’Israele, non pensano come Dio, ma come uomini, secondo le parole di Gesù a Pietro. L’Apocalisse di Giovanni ci dice che, alla fine dei tempi, Dio incaricherà i suoi Inviati di "misurare il Tempio", ciò significa sondare le coscienze degli uomini, soprattutto dei credenti rappresentati dal "Tempio" (Apocalisse 11,1 e 21,15). Questo sondaggio è attualmente in via di compimento tramite lo Stato d’Israele. Coloro che sono per quello Stato sono contro Dio e coloro che resistono a Israele servono il piano di salvezza universale di Dio.

L’esame di coscienza operato da Gesù attraverso la domanda posta ai suoi Apostoli: "Per voi, chi sono io?", rivela che essi capirono che egli era il Cristo… ma che secondo loro doveva ristabilire il regno d’Israele! Prima della sua Ascensione gli domandarono ancora: "Signore, è questo il tempo in cui ricostituirai il regno d’Israele?" (Atti 1,6). Non avevano, dunque, ancora capito il pensiero del Maestro nonostante che egli "si mostrò ad essi vivo, dopo la sua passione, apparendo loro per 40 giorni e parlando del regno (spirituale) di Dio" (Atti 1,3).

Il sondaggio operato da Gesù presso i suoi Apostoli rivelò la loro fede indistruttibile in lui: "Tu sei il Messia!". Dopo due anni di formazione, solo questo primo passo fu superato. Il secondo, di sapere che il Messia non era nazionalista, restava ancora da fare. Gli Apostoli, però, erano incapaci in quel momento di andare più avanti, paralizzati dalla concezione secolare, errata, ma divenuta tradizionale, che il Messia dovesse essere il re temporale d’Israele. Per tutti gli Ebrei questo era scontato e nemmeno si discuteva.

Era dunque già tanto per Pietro avere la certezza che Gesù fosse il Messia. Era su questa certezza che il resto poteva essere edificato: "Molte cose ho ancora da dirvi ", disse Gesù ai dodici, "ma per il momento non siete capaci di portarne il peso" (Giovanni 16,12). In quel momento non potevano, infatti, capire che colui in cui essi avevano riposto tutte le loro speranze di vedere restaurato l’impero israeliano, finisse tragicamente inchiodato ad una croce.

Quindi, solo dopo avere garantito la solidità della loro fede nella sua persona, Gesù "cominciò" a rivelare il piano di Dio: "Sarò consegnato e messo a morte…" (Matteo 16,21-23). Per spiegare loro che questa tragedia ha delle ragioni profonde, che Egli accetta liberamente per il loro bene, e che è abbastanza potente per evitarla, il Cristo si trasfigura davanti a loro in luce "sei giorni dopo" aver loro dichiarato la sua morte, conclusione umanamente opprimente del suo messianismo. Occorreva, però, che essi sapessero, che se Egli avesse voluto, avrebbe potuto sottrarsi a questa morte ignominiosa, Egli che si era così trasfigurato davanti a loro, Egli che aveva resuscitato i morti. Era dunque per il loro interesse che si era sottomesso, liberamente, al sacrificio: "È meglio per voi che io parta" (Giovanni 16,7), disse loro Gesù. E ancora: "Io do la mia vita… nessuno me la toglie. Ma Io la do da me stesso. Ho il potere di darla e ho il potere di riprenderla" (Giovanni 10,17-18). "Ve l’ho detto adesso, prima che avvenga, perché quando avverrà, voi crediate" (Giovanni 14,29).

Ricordati dunque che è per salvare i suoi discepoli, che Gesù accetta volontariamente di consegnarsi ai suoi boia. Bisognava, però, garantire prima la loro fede nel suo messianismo. Dopo essersi assicurato di questa fede presso i suoi Apostoli, Gesù sonda i suoi intimi amici: "Io sono la resurrezione e la vita! Credi tu a ciò?", domanda ancora a Marta: "Sì, Signore, io credo che tu sei il Cristo…", rispose Marta (Giovanni 11,25-27). E da cosa Gesù doveva salvare i suoi? Dalla menzogna sionista, dalla seduzione del nazionalismo, dalla presunzione in cui erravano, credendosi i soli eletti e i più importanti agli occhi di Dio rispetto ai non Ebrei. Insomma, liberare dal fuoco del fanatismo e del materialismo tutti coloro che credono veramente in lui.

Per consolidare la fede dei suoi Apostoli, il Cristo volle mostrare loro la potenza del suo corpo nel dominare gli elementi della natura. Ne furono testimoni vedendolo camminare sull’acqua, cosa che Pietro fu incapace di imitare. Questo contribuì ad accrescere la loro fede (Matteo 14,25-33).

Una seconda volta Gesù richiama la sua prossima morte e gli Apostoli "ne furono tutti costernati" (Matteo 17,22-23). Tanto più che questo era accaduto subito dopo la sua Trasfigurazione.

Una terza volta Gesù ripeté: "Il Figlio dell’uomo sarà consegnato ai sommi sacerdoti e agli scribi… e crocifisso" (Matteo 20,17-19). "Ma", aggiunge Luca, nonostante tutti questi avvertimenti, "essi non capirono nulla di tutto questo: il significato di quel discorso rimase per loro oscuro e non riuscirono affatto a capire" (Luca 18,31-34). Erano ossessionati dal regno d’Israele e immaginavano (che con Gesù) questo Regno illusorio sarebbe apparso all’istante" (Luca 19,11).

Per gli Ebrei, il "Regno di Dio" (o "dei Cieli") sulla terra, significa il Regno d’Israele in Palestina. Per Gesù non è così. Come lo intendi tu, questo regno?

Tutta la società ebraica era così assetata e accecata dalla potenza politica, che la madre dei due Apostoli -Giacomo e Giovanni- viene da Gesù subito dopo il terzo annuncio della sua passione, per reclamare un favore materiale per i suoi due figli: "Si avvicinò a Lui la madre dei figli di Zebedeo e si prostrò per chiedergli qualcosa…: ‘Dì che questi miei figli siedano uno alla tua destra e uno alla tua sinistra nel tuo Regno’… Udito questo, gli altri dieci si indignarono contro i due fratelli" (Matteo 20,20-24). Credendo che quel regno fosse di ordine temporale e immediato, i discepoli si contendevano i posti di comando, credendosi ognuno più adatto ad essere il Primo Ministro o desiderando dei portafogli ministeriali considerevoli.

Alla domanda degli Apostoli: "Chi è dunque il più grande nel Regno dei Cieli?". Gesù non rispose: "Sei tu Pietro (o un altro)!", ma "chiamato a sé un fanciullo lo pose in mezzo a loro e disse: ‘In verità vi dico: se non vi convertirete e non diventerete come fanciulli, non entrerete nel Regno dei Cieli. Chi dunque si farà piccolo come questo fanciullo, questi sarà il più grande nel Regno dei Cieli’" (Matteo 18,1-4). E come risposta alla domanda della madre di Giacomo e Giovanni, Gesù disse: "I capi delle nazioni esercitano la loro signoria su di esse e i grandi sono quelli che fanno sentire su di esse la loro potenza. Non sarà così fra di voi, ma chi fra di voi vuol diventare grande, sarà vostro servo e chi fra voi vuol essere al primo posto si farà vostro schiavo…" (Matteo 20,24-28).

Per togliere ogni illusione ai suoi Apostoli, il Cristo li invita a seguirlo nella via del sacrificio, non in quella della gloria secondo il mondo: "Se uno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua… Infatti, che giovamento avrà l’uomo, se, avendo conquistato tutto il mondo (come bramano gli Israeliani), perderà la propria vita?" (Matteo 16,24-26). Non aveva forse il Cristo rigettato l’impero del mondo offertogli da Satana? (Matteo 4,9-10) e subito dopo dagli Ebrei? (Giovanni 6,15). Invece l’Anticristo accetterà questo stesso impero del "Dragone" (Satana) nell’era apocalittica in cui viviamo (Apocalisse 13,2).

La maggior parte degli insegnamenti di Gesù mira a distruggere la mentalità da ghetto e casta tribale o familiare nella quale affondava la società ebraica di allora. È proprio per rompere questa mentalità fanatica che Gesù aveva detto ai suoi ascoltatori Ebrei: "Non crediate che io sia venuto a portare la pace sulla terra (lo "shalom" israeliano, una sorta di "Pace israeliana"), non sono venuto a portare una pace, ma una spada. Sono venuto, infatti, a separare l’uomo da suo padre, la figlia da sua madre… e i nemici dell’uomo saranno quelli di casa sua" (Matteo 10,34-36). La spada di cui parla Gesù è quella della parola di verità che taglia.

Gli Ebrei rimproverano Gesù di queste parole che, secondo loro, erano contrarie al comandamento divino del rispetto dei genitori. Ciò non è vero, perché Gesù si riferisce a quei genitori che si sollevano contro i figli che intendono seguire gli insegnamenti non politici di Gesù, considerandoli per questo motivo nemici della nazione ebraica e non patriottici. Quindi, coloro che si lasceranno intimidire dai propri genitori al punto di allontanarsi dal Cristo, saranno indegni di Lui: "Chi ama suo padre o sua madre più di me, non è degno di me" (Matteo 10,37). Dio è il primo ad essere servito. È questo "farsi violenza" per rompere le catene delle tradizioni umane che ci impediscono di conquistare il Regno di Dio (Matteo 11,12).

La maggior parte delle società moderne, anche quelle che pretendono di credere in Dio e nella democrazia, sono dannate a causa del fanatismo. Che cosa direbbero di Gesù oggi gli Israeliani, i Cristiani, i Musulmani e il mondo intero sentendo il Messia parlare così? Che cosa direbbero gli Ebrei del XX secolo in Palestina, oggi, sentendo Gesù negare loro un diritto divino di stabilire uno Stato israeliano in Palestina? Che cosa direbbero i Cristiani sentendo Gesù condannare lo Stato del Vaticano divenuto politico e il culto cristiano in generale diventato pagano? Chi può staccarsi dalla propria famiglia per seguire Gesù liberamente? Poca gente, in verità.

1.6. Perché bisognava che il Cristo fosse messo a morte?

Gesù morendo senza restaurare un regno temporale in Israele, colpiva, in modo fatale, il concetto di un Messia sionista. Dopo la sua morte, in effetti, i discepoli continuarono a credere che Egli fosse il Messia, sebbene non avesse restaurato il regno della dinastia di Davide.

Gesù doveva morire in quel modo per uccidere, sulla croce, il nazionalismo ebraico e ridare così la vita all’essenza del vero giudaismo che è spirituale e non politico.

È attraverso la sua morte che Gesù liberò i sui discepoli, rivelandosi come Messia spirituale e universale venuto nel mondo per l’umanità intera, non esclusivamente per gli Ebrei. È alla morte di Gesù che un non ebreo deve il fatto di possedere una Bibbia, questo Libro custodito gelosamente dagli Ebrei prima di Gesù. I sacerdoti e gli scribi Ebrei rendevano ermetiche e inaccessibili le parole dei profeti, perché esse li condannavano. I capi Ebrei non volevano esporre la loro vergogna davanti al mondo intero.

La manomissione della Bibbia da parte dei sacerdoti, la rendeva imperscrutabile non solo ai non Ebrei, ma anche alla maggior parte degli Ebrei stessi. Ricorda che Osea rimproverava ai sacerdoti di lasciare il popolo nell’ignoranza (Osea 4,4-6) e che Malachia li condannava perché avevano imprigionato la scienza di Dio dietro le sbarre delle loro labbra (Malachia 2,7-9). È anche contro il clero che Gesù è insorto, accusandolo di avere "tolto la chiave della scienza!" e dice loro: "Voi non siete entrati e ne avete impedito l’accesso a quelli che volevano entrare!" (Luca 11, 52 e Matteo 23,13). Consegnando "le chiavi del Regno dei Cieli" a Pietro, Gesù apriva la porta della conoscenza di Dio ai popoli di tutto il mondo (Matteo 16,19), liberando queste chiavi dalle mani della casta clericale ebraica infruttuosa.

C’è voluto un amore immenso, cioè infinito, e un coraggio indomabile, per affrontare gli Israeliani. Gesù non ha esitato a passare in mezzo a questo fuoco ardente per ottenere la Luce attraverso la cortina di ferro Israeliana: "Dio, infatti, ha tanto amato il mondo (intero) che ha dato il Figlio suo unigenito affinché chiunque crede in Lui non perisca, ma abbia la vita Eterna" (Giovanni 3,16).

Cosa farebbero gli Ebrei d’Israele oggi, particolarmente i rabbini, ad un Ebreo che si presentasse come Messia e che rifiutasse qualsiasi forma di nazionalismo ebraico, di uno Stato d’Israele? Tutto il male proviene dal fatto che gli Ebrei si ostinano ad instaurare un tale Stato politico. Fu questo Stato il conflitto centrale tra Gesù e gli Ebrei, come lo fu tra loro e Samuele… e tra loro e Dio (1 Samuele 8). Se gli Israeliani avessero accettato il messianismo divino, apolitico, non ci sarebbe stata alcuna ragione perché Gesù dovesse passare attraverso la morte fisica. Avrebbe continuato ad insegnare pacificamente e a proclamare la via spirituale aperta a tutti gli uomini, aiutato in questo dalla comunità israelita intera.

Ora, sono stati i discepoli di Gesù, solo essi, a rendere la fede accessibile ai Pagani, con grande meraviglia di certi Ebrei e con grande scandalo per la maggioranza degli altri (Atti 10,34-48 / Atti 11,1-18 / Atti 14,27 / Atti 15,7-12 / Atti 26,23 / ecc…). È stato necessario andare fino alla Croce per uccidere il messianismo politico e fanatico, la "Chiave" data a Pietro, però, ha portato molti frutti (Matteo 16,19).

1.7. Quando bisogna perdonare o giudicare?

Taluni comprendono male l’insegnamento di Gesù sul perdono e sul giudizio. Credono che bisogna sempre perdonare tutto a tutti, senza condizioni, senza mai giudicare. Un tale atteggiamento è un’alienazione di sé, una rinuncia alla propria dignità di uomo e costituisce un semaforo verde al male del mondo.

Ecco l’intenzione del Cristo a proposito del perdono e del giudizio:

1.7.1. Il Perdono

Non è concesso che sotto condizione: "Se il tuo fratello pecca, và, riprendilo… Se ti ascolterà avrai riacquistato tuo fratello. Se invece non ti ascolterà… dillo all’assemblea e se non ascolterà nemmeno l’assemblea, sia per te come un pagano e un pubblicano" (Matteo 18,15-17). Pagani e pubblicani erano rigettati dalla comunità dei credenti.

Questo significa che non bisogna essere vendicativi e fermarsi alla colpa, ma aprire il cuore all’altro e perdonare, se il rimprovero viene ascoltato. Se c’è pentimento, allora bisogna perdonare, per ottenere il perdono a nostra volta: "Se voi perdonate… anche il vostro Padre celeste vi perdonerà… ma se voi non perdonate, anche il vostro Padre Celeste non vi perdonerà" (Matteo 6,14-15). Se chi offende, però, non si pente della sua colpa, allora deve essere rigettato, giacché deve essere considerato come un Pagano.

Perdonare non significa, dunque, avere un atteggiamento debole perché:

  1. Bisogna riprendere il peccatore, apertamente e pubblicamente se necessario, e
  2. Se si ostina nei suoi errori, bisogna rompere con lui se si rifiuta di ascoltare.
    "Se tuo fratello pecca, riprendilo" dice Luca "e se ha peccato contro di te sette volte al giorno, e sette volte torna a te e dice: mi pento, perdonagli" (Luca 17,3-4). Il rimprovero deve essere, dunque, seguito da un tenero perdono se colui che si pente è sincero.

Il ruolo di Giovanni Battista era proprio di invitare al pentimento per meritare il perdono.
Tuttavia c’è un peccato che non si può perdonare "né in questo secolo, né in quello futuro", dice Gesù, ed è il peccato "contro lo Spirito Santo" (Matteo 12,31-32). Questo consiste nell’opporre le proprie idee, i propri pensieri a quelli di Dio. Non c’è possibilità di perdono in questo caso, perché, non c’è mai il vero pentimento. Gesù, dicendo queste parole, si rivolgeva ai farisei che gli opponevano resistenza, attribuendo la sua potenza miracolosa al diavolo, non "allo Spirito di Dio" (Matteo 12,22-28). È imperdonabile alle cosiddette persone religiose di non discernere lo Spirito di Dio nelle opere divine. Ecco uno degli aspetti del peccato contro lo Spirito. L’orgoglio e l’egoismo ne sono altri esempi. L’Apocalisse mostra una lista di questo genere di peccato (Apocalisse 21,8).

Questo peccato, grave e imperdonabile, consiste nel rifiuto orgoglioso ed illogico della verità evidente. Distogliere lo sguardo per non vedere che si ha torto: dire che la Bellezza è brutta, che il vero è falso è un peccato contro lo Spirito divino: "Guai a coloro che chiamano bene il male e il male, bene, che cambiano le tenebre in luce e la luce in tenebre", dice Isaia (Isaia 5,20). Attribuirsi il diritto di giudicare senza ricorrere a Dio è "mangiare dell’albero della conoscenza del bene e del male, e si muore" (Genesi 2,17) per essersi dati la libertà di giudicare superficialmente, secondo la propria mentalità umana -spesso deformata- senza riferimento allo Spirito di Dio come criterio di giudizio.

Giovanni ci chiede di pregare per un fratello "che ha commesso un peccato che non conduce alla morte e Dio gli darà la vita (con la grazia del pentimento)". Ci chiede, al contrario, "di non pregare per colui che commette un peccato che conduce alla morte" (1 Giovanni 5,16-17). Si tratta del peccato contro lo Spirito divino per il quale Dio è inesorabile. Sono i nemici di Dio che commettono questi gravi errori, anche se si presentano come credenti. I veri figli di Dio non commettono tali errori: "Sappiamo che chiunque è nato da Dio non pecca, ma il Generato di Dio (Cristo Gesù) lo preserva, e il Male (Satana) non ha presa su di lui" (1 Giovanni 5,18-19). Infatti pregare per i nemici di Dio vuol dire offendere Dio: "E tu non intercedere per questo popolo… perché non ti esaudirò", dice il Padre celeste a Geremia (Geremia 7,16).

Per riconoscere il peccato perdonabile da quello non perdonabile bisogna avere lo Spirito di Dio in noi. Dio dà il suo Spirito ai suoi veri figli (Luca 11,13). La luce di Dio e l’atteggiamento generale della persona ci permettono di svelare il fondo del cuore, ci fanno riconoscere se il pentimento è sincero o interessato, o se l’individuo rimane ancorato ai suoi errori senza speranza di demordere.

1.7.2. Il Giudizio

Molti pensano, a torto, che Gesù impedisca ai credenti di giudicare gli altri, quando Egli dice: "Non giudicate e non sarete giudicati, non condannate e non sarete condannati" (Luca 6,37).

Ora per riconoscere un peccato qualsiasi, bisogna emettere un giudizio. Gesù, consigliando di non giudicare, si rivolge ad un auditorio abituato a condannare gli altri facilmente e ad apprezzarli secondo ciò che conviene al proprio interesse e modo di pensare. Questo pubblico rifiutava Gesù, giudicandolo su basi superficiali, sulla sua apparente povertà che non quadrava con le sue concezioni pompose del messianismo. I capi Ebrei non hanno giudicato Gesù secondo le profezie messianiche, i criteri della giustizia che esigono un’oggettività assoluta.

Una tale obiettività non si ottiene che dopo essersi spogliati dei pregiudizi e delle cieche passioni. Finché non è stata operata questa purificazione, bisogna astenersi dal giudicare il comportamento altrui: "Cessate di giudicare secondo l’apparenza", dice Gesù, aggiungendo però subito: "Giudicate secondo la giustizia" (Giovanni 7,24).

Bisogna soprattutto sapere giudicare se stessi, riconoscere i propri difetti, correggerli per vederci chiaro e, in seguito, giudicare gli altri ma "in giustizia" non secondo il nostro parere. La giustizia, infatti, ci prescrive di togliere il male che è in noi e "allora ci vedrai bene per togliere la pagliuzza dall’occhio del tuo fratello", aveva ancora detto Gesù (Matteo 7,5).

Gesù prescrive di non "dare ciò che è sacro ai cani e non gettare le nostre perle ai porci" (Matteo 7,6). Per praticare questo, bisogna giudicare che un tale è un "cane" e un altro è un "porco".

Bisogna dunque concludere che giudicare è un dovere dal quale non bisogna astenersi, ma i nostri giudizi dovranno essere emessi alla Luce di Dio, secondo la sua Giustizia perfetta.

1.8. Gesù e i ricchi (Matteo 19,16-26)

Il Cristo non è contro il fatto di possedere ricchezze materiali, ma contro il fatto di essere attaccato ai soldi, come gli avari, preferendoli ai valori spirituali: "Non si può servire Dio e Mammona" (dio del denaro: Matteo 6,24).

Quando Gesù invita il giovane ricco a seguirlo come apostolo, ma solo dopo essersi spogliato dei suoi beni e averli donati ai poveri, questi, invece di rallegrarsi, "se ne andò triste perché aveva molte ricchezze". Non era pronto a rinunciarvi per dei beni spirituali (Matteo 19,22).

"È difficile per un ricco entrare nel Regno di Dio" disse Gesù (Matteo 19,23) non perché è ricco, ma perché pone tutta la sua fiducia nella ricchezza materiale, non in Dio. "Guardatevi e tenetevi lontani da ogni avarizia, perché anche se uno è nell’abbondanza, la sua vita non dipenda dai suoi beni" disse Gesù (Luca 12,15). Perciò: "I ricchi non devono riporre la speranza sull’incertezza delle ricchezze (denaro, ecc…) ma in Dio… Essi devono arricchirsi di opere buone, devono essere pronti a dare… per acquistarsi la vera vita (eterna)" (1 Timoteo 6,17-19).

Tra i discepoli di Gesù c’erano dei ricchi, ma che sapevano fare buon uso dei loro beni materiali: "Giuseppe, un uomo ricco d’Arimatea", pose il corpo di Gesù nella propria tomba (Matteo 27,57-60). Anche Lazzaro e le sue due sorelle, Maria e Marta, erano ricchi e Zaccheo "un uomo molto ricco" (Luca 19,2) fu salvato per avere deciso "di dare la metà dei suoi beni ai poveri e di rendere quattro volte tanto a coloro che aveva defraudato" (Luca 19,1-10). (Vedere 2 Corinzi 8,13: Cercare l’uguaglianza, ma senza andare in rovina).

Gli Apostoli, come tutti gli Ebrei, credevano che la ricchezza materiale fosse un segno di benedizione. Essi rimasero sbigottiti all’udire le parole del Cristo a proposito dei ricchi e domandarono: "Chi dunque riuscirà a salvarsi?" Se i ricchi stessi avevano tante difficoltà? (Matteo 19,25). Ora Gesù aveva loro già ricordato le parole del profeta Isaia: "La buona novella sarà annunciata ai poveri" (Matteo 11,5-s / Isaia 61,1). Ed è per questo che "fissò su di loro lo sguardo (loro, che erano poveri) e disse: presso gli uomini (anche se sono ricchi) ciò (la salvezza) non è possibile, ma tutto è possibile presso Dio" (Matteo 19,26). Significa che Dio ha preferito loro, dei poveri, che avevano rinunciato a tutto (anche se avevano poco) per seguirlo, a dei ricchi che, però, si rifiutarono di essere suoi discepoli.

In breve, ci sono dei ricchi che sono ricchi anche spiritualmente per il buon uso che essi fanno del denaro. Questi seguono Gesù. Ci sono, invece, dei ricchi miserabili spiritualmente perché sono attaccati al loro denaro e da quello dipende la loro sicurezza. Ci sono, invece, dei poveri che sono spiritualmente ricchi perché hanno fiducia in Dio che non li delude mai (Matteo 6,25-34). Ci sono dei poveri doppiamente miserabili perché hanno sete di denaro e sono disposti a fare di tutto, anche a commettere iniquità per avere sempre di più, invece di rimettersi a Dio.

1.9. Maledizione del fico (Matteo 21,18)

Questa maledizione è vera, ma soprattutto, essa è simbolica. Nota che segue l’espulsione dei commercianti dal Tempio e precede il ritorno di Gesù al Tempio, dov’è avvicinato dai capi religiosi (Matteo 21,23-27) che lo interrogano con malizia. Il fico (come la vigna) è un simbolo d’Israele. Con la sua maledizione, i capi Ebrei si sentono presi di mira (come si sentirebbero colpiti, ad esempio, i libanesi nel caso in cui il Cedro, simbolo del Libano, venisse maledetto). Questa maledizione degli scribi e dei farisei "ipocriti" diviene manifesta nel capitolo 23 di Matteo consacrato alla condanna di questi "serpenti, razza di vipere". Tale che sarebbe ricaduto su di loro tutto il sangue innocente versato sulla terra. Lo stesso capitolo termina con la condanna di Gerusalemme (Matteo 23,37-39) simboleggiata dal fico maledetto. "Questa non era la stagione dei fichi" dice Marco (Marco 11,13); Gesù sapeva dunque, che non poteva trovare dei fichi su questo fico in questa stagione. Il simbolo è dunque chiaro: come il fico non contiene frutti e inganna la gente nascondendo questa sua nudità con delle foglie, così Gerusalemme si trucca per dissimulare la sua cattiveria e i suoi innumerevoli crimini (vedere Geremia 4,30 e Matteo 23,37). Leggi la parabola del fico sterile (Luca 13,6-9).

Nota infine che questa storia nasconde una morale: "…Se avrete fede senza esitare, non soltanto potrete fare quello che è accaduto al fico, ma se direte a questo monte: ‘levati e gettati nel mare, questo accadrà" (Matteo 21,21). "Fico" e "Monte" sono due simboli di Israele. Gesù parlava "mentre rientrava nella città" (Gerusalemme: Matteo 21,18), e la osservava parlando. Essa è questo "Monte" di cui parla anche l’Apocalisse che "fu gettato nel mare" (Apocalisse 8,8). È la bestia dell’Apocalisse, alla quale bisogna resistere e che bisogna vincere con una fede che non esita, "gettandola nel mare" da dove è uscita (Apocalisse 13,1). Questa è la morale della storia da applicare oggi, dopo il ritorno di questa montagna maledetta, che ha saputo imbrogliare la gente di poca fede (Il "monte" di Sion è spesso menzionato dalla Bibbia come simbolo di Israele: (Michea 3,12 / Gioele 2,1 / Daniele 9,20).

1.10. I tributi (Matteo 22,13-17)

I Romani prelevavano le tasse dai paesi che occupavano. In Palestina, gli Ebrei pagavano questi tributi in moneta corrente che era, all’epoca romana, incisa con l’effige di Cesare. Non esisteva una moneta israeliana a dispetto del fatto che vi era una sorta di regno israeliano con il re Erode.

Gli Ebrei consideravano un sopruso insopportabile pagare tali imposte. I Romani, d’altra parte, incaricavano dei funzionari Ebrei, i Pubblicani, di riscuotere le tasse dai loro concittadini che li odiavano. Gesù, scegliendo Matteo, (un pubblicano), sfidava ed irritava numerosi Ebrei (Matteo 9,9-11).

Mandarono, quindi, a Lui, alcuni Farisei e degli Erodiani (setta al soldo del re Erode, che, sapendosi non amato dal popolo, aveva inviato i suoi uomini per spiare nel Tempio e nelle città) per prenderlo in trappola: "È lecito o no pagare il tributo a Cesare?" (Matteo 22,15). Se avesse risposto "Sì", Gesù sarebbe stato accusato di essere un traditore della nazione ebraica e si sarebbe attirato l’animosità del popolo che lo ammirava, distruggendosi con le proprie mani "per coglierlo in fallo con le sue parole" come volevano i farisei. Se avesse risposto "No" sarebbe stato accusato dai Romani di essere un rivoluzionario che impediva al popolo di pagare i tributi. Il colpo era ben piazzato.

Gli Ebrei avrebbero voluto che Gesù fosse questo rivoluzionario nazionalista. Essi l’avrebbero sostenuto. Non avevano, forse, tentato di farlo re d’Israele? (Giovanni 6,15). Soltanto dopo avere capito le sue intenzioni apolitiche essi decisero di abbandonarlo. Anche se lo accusarono proprio di ciò che avrebbero voluto che facesse: una rivolta contro Roma: ipocriti! Notare bene che quest’episodio ebbe luogo verso la fine della Missione di Gesù, dopo che gli Ebrei, delusi, avevano capito che la missione di Gesù non era nazionalista. Avevano dunque deciso di prenderlo.

Gesù sventò la loro astuzia: "Conoscendo la loro ipocrisia, rispose… mostratemi la moneta del tributo… di chi è quest’immagine e l’iscrizione? -Gli risposero: "di Cesare". Quindi il denaro che circolava in Israele portava incisa l’immagine di Cesare, non quella di Erode o quella di qualsiasi re Ebreo del passato. La risposta lapidaria di Gesù fulminò i suoi detrattori: "Rendete dunque a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio". Non fu senza un certo imbarazzo che gli Erodiani dovettero riportare queste parole al loro re.

Gli Ebrei, accettando di vendere e di comprare in moneta romana, dovevano accettare anche di pagare le imposte a Roma con la stessa moneta.

1.11. La verità su Giuda

Perché Giuda ha tradito Gesù?
Poche persone possono rispondere chiaramente a questa domanda. Prova a rispondere alla tua maniera, prima di proseguire nella lettura.
Perché Giuda ha seguito Gesù?
È la risposta a questa domanda che ci permetterà di rispondere intelligentemente alla prima.

Tutto ciò che Giuda voleva da Gesù era la restaurazione nazionale del regno di Davide. Egli si aspettava che Gesù mettesse tutta la sua potenza spirituale al servizio di questo scopo politico, sperando così di apparire tra le più brillanti figure. I miracoli del Cristo e il loro significato spirituale non gli interessavano e non suscitavano la sua ammirazione, né un entusiasmo capace di elevare spiritualmente il suo giudizio. Rimaneva terra-terra.

Dopo la moltiplicazione dei pani, le folle ammirate seguirono Gesù per proclamarlo re. Egli si nascose. Avendolo cercato, lo trovarono, ma per ascoltare da parte sua un rimprovero: "Voi mi cercate non perché avete visto dei segni (miracoli), ma perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati… procuratevi piuttosto il cibo che dura per la vita eterna" (Giovanni 6,26-27).

Come Giuda, tutti quanti erano interessati soltanto ad acquisire vantaggi materiali. Ne è prova il fatto che, quando Egli parla del cibo reale che dona la vita eterna all’anima, non lo ascoltano più, e Gesù conclude: "Vi sono alcuni fra di voi che non credono". Giovanni spiega ancora: "Gesù sapeva fin dal principio chi erano quelli che non credevano e chi era colui che lo avrebbe tradito" (Giovanni 6,64-71).

Giuda era quindi tra coloro che non credevano al significato profondo dei miracoli di Gesù nonostante la sua presenza sul posto quando erano stati compiuti. Più grave della sua indifferenza, era il fatto che continuasse a seguire Gesù senza crederci. Avrebbe dovuto andarsene con le folle quando "Gesù disse ai Dodici: Volete forse andarvene anche voi?" (Giovanni 6,67). Perché è rimasto? Egli era troppo attaccato ai vantaggi che gli avrebbe procurato il regno politico che sperava Gesù ristabilisse. Per lui non contava nient’altro.

Gesù capiva le vere intenzioni del falso discepolo e disse: "Non ho forse scelto io voi Dodici? Eppure uno di voi è un diavolo", Giovanni non ci lascia indovinare chi era quel diavolo e aggiunge: "Egli parlava di Giuda figlio di Simone Iscariota; questi, infatti, stava per tradirlo, uno dei Dodici" (Giovanni 6,67-71).

Quando Pietro s’irritò con Gesù per aver annunciato la sua morte prossima, Gesù rivoltosi a lui disse "Vattene via da me Satana!" (Matteo 16,23). Pietro finisce, però, per accettare il regno spirituale di Gesù. Tra i Dodici, uno solo doveva attaccarsi al proprio demonio: "Uno di voi è un demonio", aveva precisato Gesù, uno solo: Giuda Iscariota.

Un’altra differenza tra Pietro e Giuda è che Pietro, quando negava di conoscere Gesù (Matteo 26,69-75), era sotto gli effetti della sorpresa. Mentre Giuda tradì il Cristo con premeditazione fredda e calcolata. Il peccato di Pietro è perdonabile; quello del traditore Giuda è contro lo Spirito Santo, un peccato imperdonabile (Marco 3,28-30 / Giovanni 15,22-24 / 1 Giovanni 5,16).

Giuda decise di tradire Gesù quando perse ogni speranza di vedere realizzare il suo desiderio più grande: il regno d’Israele. La decisione del tradimento germogliò gradualmente nel cuore di Giuda e il desiderio di passare all’azione scattò durante la cena nella casa di Lazzaro, "sei giorni prima della Pasqua" (Giovanni 12,1-11), cioè cinque giorni prima della crocifissione e quattro giorni prima del tradimento nell’orto degli ulivi. Durante la cena a casa di Lazzaro, "Maria presa allora una libbra d’olio profumato di vero nardo, assai prezioso, cosparse i piedi di Gesù. Allora Giuda Iscariota disse: "Perché questo olio profumato non lo si è venduto per trecento denari per darli ai poveri? Questo egli disse, non perché gli importasse dei poveri, ma perché era ladro e, siccome teneva la cassa, prendeva quello che vi mettevano dentro" (Giovanni 12,5-6). Tale è l’aspetto ignorato di Giuda; il suo vero volto di "ladro" viene rivelato dall’apostolo Giovanni che lo conosceva bene.

Gesù risponde all’indelicata osservazione di Giuda: "Lasciala fare, perchè lo doveva conservare per il giorno della mia sepoltura. I poveri infatti li avete sempre con voi, ma non sempre avrete me" (Giovanni 12,7-8). È con sguardo potente e penetrante che Gesù rivolge queste parole a colui che doveva tradirlo, e che ne ha afferrato tutto il peso schiacciante sulla coscienza. Giuda non poté sopportare né il rimprovero di Gesù e neppure le lodi che fece a Maria che, invece, avrebbe voluto per sé: "Nel mondo intero sarà detto ciò che essa ha fatto in ricordo di lei" (Matteo 26,13). È "ALLORA", dice Matteo, "che uno dei dodici, chiamato Guida Iscariota, andò dai sommi sacerdoti" per consegnare loro il Messia (Matteo 26,14-16). Il suo orgoglio non poté sopportare quest’affronto pubblico.

L’ipocrisia di Giuda si manifestò ancora quando Gesù annunciò agli Apostoli: "Uno di voi mi tradirà". Essi furono rattristati e iniziarono a domandargli: "Sono forse io Signore? E Giuda (sapendo bene che Gesù parlava di lui) gli chiese -Sono io quello, Maestro?- e Gesù a lui -Tu l’hai detto!-" (Matteo 26,20-25).

Tradendo Gesù, Giuda sperava di riconquistare la fiducia del clero ebraico. Essendosi, invece, reso conto di avere perduto la stima degli Apostoli e degli Ebrei, andò ad impiccarsi, divorato dalla disperazione, sapendo bene che aveva consegnato un innocente all’astio dei suoi boia (Matteo 27,3-4).

Giuda non si aspettava una tale conclusione drammatica. Egli progettava, forse, di mettere Gesù con le spalle al muro con il tradimento, credendo così di obbligarlo a mettersi d’accordo con i capi religiosi per ristabilire il regno d’Israele. Non si può forzare la mano di Dio per condurlo a compiere la nostra volontà, anche con la minaccia di morte: "Non tenterai il Signore Dio tuo". Giuda ha messo Dio alla prova. E questo nel suo proprio interesse, essendo troppo attaccato al suo sogno di trovarsi in mezzo ai potenti di questo mondo.

Quindi Giuda "fu preso dal rimorso", del rincrescimento di aver tradito Gesù, solo "vedendo Gesù condannato" a morte (Matteo 27,3). Questo mise fine definitivamente al suo sogno. Tale è la vera causa del suo dispiacere. Non ha avuto pentimento che gli sarebbe valso il perdono e la salvezza. Gli restava solo che scegliere la morte per fuggire la realtà. Si suicidò!

Questo suicidio è il simbolo del destino finale del sionismo antico e moderno. Morendo, Gesù mette fine alle speranze sioniste che portano al suicidio spirituale: "Con la sua morte Gesù ha vinto la morte" dice la liturgia di Pasqua. Gli Ebrei che furono fedeli a Gesù, furono salvati dalla morte spirituale certa. "Oh! Morte, dov’è la tua vittoria? Oh! Morte, dov’è il tuo dardo?" dice Paolo dopo la sua conversione a Gesù (1 Corinzi 15,55). Perciò "bisognava che il Cristo sopportasse queste sofferenze" fino alla morte (Luca 24,26). Avendo annientato l’illusione sionista con la sua croce, Gesù resuscitò per ridare al giudaismo il suo vero volto e ai suoi fedeli la vera speranza.

Riflessione
Come Giuda, altri uomini hanno voluto seguire Gesù ma non erano spinti dalla causa spirituale, bensì da quella nazionalista. Matteo ne riporta due casi (Matteo 8,18-22):

  1. Lo scriba dice a Gesù "Io ti seguirò dovunque tu andrai". A quel tempo Gesù compiva molti miracoli e gli spiriti erano infiammati in suo favore. "Ora Gesù, vedendo una gran folla intorno a sé, comandò che si passasse dall’altra riva" (Matteo 8,1-8) del lago di Tiberiade. Quella regione era pagana, disprezzata dagli Ebrei e non da frequentare.

    Nell’entusiasmo generale, questo scriba si distingue per offrire i suoi servizi e seguire Gesù "dovunque andrà", anche in un paese pagano impuro, proibito dalla Torah. Da notare che è uno scriba, imbevuto dunque di pregiudizi e patriottismo israeliano. Era pronto a seguire Gesù come qualunque patriota seguirebbe un leader militare rivoluzionario che si lancia per liberare la patria, armi in mano.

    Ora la patria di Gesù è celeste, non geografica. Questo, lo scriba non lo aveva considerato. Quindi Gesù gli fa intuire che non avrà nessuna gloria terrestre aggregandosi a lui: "Il Figlio dell’uomo non ha dove appoggiare la testa", questo significa "perché dunque mi segui?". Certuni pensano che Gesù rifiutò l’offerta dello scriba, ma non è così; Gesù non ha fatto altro che rivelare alla coscienza dello scriba, in due parole, le esigenze reali e i sacrifici ai quali tutti devono acconsentire per farsi discepoli del Messia. Bisogna supporre che lo scriba rinunciò al suo proposito perché, se avesse seguito Gesù lo avremmo ritrovato in mezzo agli Apostoli. È dunque lo scriba ad essersi rifiutato, non Gesù ad averlo respinto.

  2. Questo spiega ancora che "un altro in mezzo ai discepoli", dopo aver sentito la risposta del Cristo allo scriba, gli disse: "Permettimi di andare prima a seppellire mio padre", poi tornerò per seguirti. Ha voluto, anch’egli tirarsi indietro elegantemente: "Seguimi e lascia i morti seppellire i loro morti" disse Gesù per annullare il suo pretesto (Matteo 8,21-22).

Giuda avrebbe dovuto ritirarsi, anch’egli in tempo, come avevano fatto tanti altri (Giovanni 6,60-71). Guidato, invece, dalle sue bramosie materialiste, ha preferito continuare a sperare e ad aspettare… a malincuore… fino alla disperazione, al tradimento e al suicidio.

1.12. La fine dei tempi (Matteo 24)

Alcuni giorni, tre o quattro, prima della fine della sua vita terrena, Gesù parlò agli Apostoli di un’altra fine: quella del Tempio, quindi dello Stato israeliano, entrambi distrutti nel 70 d.C., trentacinque anni circa dopo quest’annuncio profetico. Fu la seconda "fine" d’Israele.

Parlando del profeta Ezechiele, ti avevo fatto notare che egli stesso aveva predetto nel suo tempo "la fine d’Israele", avvenuta nel 586 a.C. Questa fu la prima "fine" d’Israele.

Nella nostra epoca, precisamente dal 1948, e per la terza volta, uno stato israeliano si trova nel mondo, 2000 anni dopo la sua seconda distruzione. Vedrà la sua prossima fine, come le due precedenti, perché quando Gesù parla di fine, vuol dire, come Ezechiele, la fine d’Israele, questo Stato che oppone resistenza al piano di Dio.

Fu distrutto una prima volta per mostrare agli Ebrei che lo scopo di Dio non è un nazionalismo ebraico, che il Messia atteso non deve essere considerato come "un patriota ebraico", che si lancia alla conquista militare del mondo per estendere un impero israeliano (sionismo). Israele fu distrutto una seconda volta (70 d.C.) per manifestare che il Messia era già venuto nel mondo nella persona di Gesù. Sarà annientato una terza ed ultima volta, e per sempre, per non tornare mai più. Questa terza ed ultima fine d’Israele è per avvertire gli uomini del Ritorno spirituale di Gesù come annunciato da Lui stesso nel Vangelo.

Qualche giorno prima di essere consegnato da Giuda, Gesù si trovava con i suoi Apostoli a Gerusalemme. Questi ammiravano la costruzione del Tempio, abbellito da Erode il Grande, ma essi furono subito ripresi da Gesù: "Vedete tutte queste cose? In verità vi dico, non resterà qui (a Gerusalemme) pietra su pietra che non sarà diroccata!". (Pensa all’indignazione segreta di Giuda, ascoltando ciò). Essi gli dissero: "Dicci quando accadranno queste cose e quale sarà il segno della tua venuta e della fine del mondo" (Matteo 24,2-3).

Fai attenzione alla domanda degli Apostoli; volevano sapere "quando avverranno queste cose" (la distruzione del Tempio) e anche "quale sarà il segno dell’avvento (politico credevano) del Cristo" che metterà "fine al mondo" pagano. Essi capirono che Gesù avrebbe regnato, ma dopo la distruzione di quel bel Tempio. Secondo la loro mentalità essi capirono che Lui stesso avrebbe restaurato il regno israeliano come al tempo di Davide e Salomone, mettendo fine alla potenza delle nazioni pagane, Roma in testa. Gesù, però, voleva parlare della distruzione del Tempio e della fine politica d’Israele di questo regno che, secondo Dio, incarna paradossalmente, il paganesimo. Il Cristo non aveva forse detto al centurione romano, pure Pagano, che aveva più fede degli Israeliani, questi "figli del regno (d’Israele) che saranno cacciati fuori nelle tenebre" a causa del loro rifiuto di Gesù? (Matteo 8,5-13).

Oggi, soprattutto dopo la riapparizione d’Israele, siamo in grado di capire, molto meglio che in passato, le profezie escatologiche di Gesù che si trovano nei Vangeli di Matteo, Marco e Luca. Giovanni non ne parla perché scrive il suo Vangelo molto dopo i sinottici (circa 45 anni più tardi), e sapeva che queste profezie erano già state scritte.

Gesù rispose alla domanda degli Apostoli: "Quando questo avrà luogo?" in un modo più ampio di quanto essi immaginavano. La sua risposta ingloba non soltanto la distruzione del Tempio e la seconda fine d’Israele (sopravvenuta circa 35 anni più tardi), ma anche gli avvenimenti futuri. Questi avvenimenti si verificheranno fra la terza venuta dello Stato d’Israele nel 1948 e precederanno la sua terza e ultima caduta.

La terza riapparizione dello Stato sionista ha un’importanza universale e spirituale specifica: precede di poco il Ritorno di Cristo nelle coscienze. Questo Ritorno cominciò con la rivelazione del Mistero apocalittico il 13 maggio 1970. La terza e ultima fine d’Israele è quindi vicina.

1.12.1. I Segni dei Tempi

I capitoli 13 di Marco e 21 di Luca riportano queste profezie escatologiche (della fine dei tempi) i cui segni principali sono:

Persecuzione degli Apostoli

Prima della seconda caduta d’Israele gli Apostoli furono perseguitati come predetto (Luca 21,12). Anche oggi Israele perseguita i suoi nemici che gli resistono con giustizia. Questo è il preludio della fine dello Stato d’Israele.

Gerusalemme assediata dai Pagani e dai falsi cristi

I Pagani a Gerusalemme sono un segno della sua prossima disfatta. Ieri, i Pagani erano i Romani che, avendo assalito la città, la bruciarono con il suo Tempio e dispersero gli Ebrei nel mondo (Luca 21,23-24). Oggi invece, i Pagani sono i cosiddetti Ebrei che assalgono Gerusalemme. Sono essi i Pagani moderni (a causa del rifiuto di Gesù). La loro presenza massiccia in Palestina e nella Città Santa, significa la fine prossima e ultima dello Stato d’Israele: "Gerusalemme sarà calpestata dai Pagani (i "falsi Ebrei" di cui parla Apocalisse 2,9 e 3,9) finché i tempi dei Pagani siano compiuti" (Luca 21,24). Sarà la fine della potenza sionista visibile e occulta nel mondo.

Dei falsi cristi appariranno affermando che "il tempo (del Messia Sionista) è molto vicino". Sono i falsi profeti (i sionisti attuali) che vedono nello Stato d’Israele una "prova" che è giunto il tempo dell’avvento del Messia israeliano, che egli è alla porta, e che si dichiarerà presto davanti al mondo intero. Infatti, Gesù disse: "Molti verranno dicendo "io sono il Cristo", e trarranno molti in inganno (Matteo 24,5) … Allora se qualcuno vi dirà ‘Ecco il Cristo è qui’ o ‘è là’, non ci credete" (Matteo 24,23-24). Abbiamo sentito gli Israeliani affermare che il tempo messianico è infine arrivato, che Ariel Sharon era il Cristo, altri hanno sostenuto che Menahem Begin era il Cristo, altri ancora che il rabbino Meir Kahana era il Cristo, il re d’Israele. Noi sappiamo che Gesù è l’unico Cristo di Dio e che il tempo messianico è stato inaugurato da lui 2000 anni fa.

Tensione internazionale e minaccia nucleare

"Gli uomini moriranno per la paura e per ciò che dovrà accadere sulla terra… Vi sarà angoscia di popoli, in ansia (guerre nucleari: Luca 21,25-26)… Si leverà nazione contro nazione (Matteo 24,7) … Allora vedranno il Figlio dell’uomo (Gesù) venire…." (Luca 21,27). È per questo che noi chiamiamo questi avvenimenti "segni dei tempi", perché indicano il tempo del ritorno di Gesù.

Propagazione universale del Vangelo

"Questa Buona Novella del Regno (la buona novella che il Messia, Gesù, è venuto nel mondo) verrà predicata in tutto il mondo, perché ne sia resa testimonianza a tutte le genti; ed allora verrà la fine" (la terza e ultima fine d’Israele: Matteo 24,14). Oggi il Vangelo è ampiamente diffuso nel mondo intero. È tradotto in più di 360 lingue e 1500 dialetti. La fine dell’Anticristo israeliano è ormai prossima così come anche il "Cielo nuovo e la Terra nuova" annunciati dall’Apocalisse e da Pietro (Apocalisse 21,1 / 2 Pietro 3,13).

Gli Apostoli degli ultimi tempi

Gesù disse: "Allora… apparirà nel cielo il segno del Figlio dell’uomo… e vedranno il Figlio dell’uomo venire sulle nubi del cielo… (ma prima) manderà i suoi angeli con gran suono di tromba a radunare i suoi eletti dai quattro venti…" (Matteo 24,30-31).

Questi "angeli" sono degli uomini inviati da Dio alla fine dei tempi per "svegliare" gli uomini di buona volontà del mondo, ricordando loro le profezie escatologiche e dimostrando il loro compimento con i "segni dei tempi" (ritorno d’Israele, persecuzione mondiale dei suoi nemici, tensione internazionale, paura del nucleare, propagazione universale del Vangelo).

Il "suono di tromba" che sveglia le vergini sagge della parabola (Matteo 25) è il Messaggio apocalittico. Esso rivela l’identità dell’Anticristo, la "Bestia" dell’Apocalisse (Apocalisse 13) che era riuscita ad ingannarle e ad addormentarle. Questa rivelazione del mistero dell’Apocalisse è quel "grido che si levò alla mezzanotte" (Matteo 25,6), mentre dormivano, perché si svegliassero dal loro torpore le anime di buona fede ingannate dalle astuzie sataniche della "Bestia" sionista (Matteo 25,1-7).

Matteo è l’unico a parlarci degli Apostoli degli ultimi tempi. Ci informa, infatti che Gesù, parlando della fine dei tempi, disse: "Nel momento della mietitura (ultima scelta degli eletti alla fine del mondo), Io dirò ai mietitori (è dunque Gesù stesso che manderà i suoi ‘mietitori’, cioè gli Apostoli della fine dei tempi): raccogliete prima la zizzania per bruciarla; il grano, invece, riponetelo nel mio granaio" (Matteo 13,30). E disse ancora: "Come si raccoglie la zizzania e si brucia nel fuoco, così avverrà alla fine del mondo: Il Figlio dell’uomo invierà i suoi angeli che raccoglieranno dal suo Regno tutti gli scandali e tutti gli operatori d’iniquità (la "zizzania") e li getteranno nella fornace ardente" (Matteo 13,40-42). "Così sarà alla fine del mondo: verranno gli angeli (Apostoli degli ultimi tempi) e separeranno i cattivi dai buoni" (Matteo 13,49-50). Leggi ora il capitolo 13 di Matteo.

1.12.2. Chiarimenti utili su Matteo 24

L’Abominio della desolazione installato nel Luogo Santo, in Terra Santa (la Palestina), rappresenta Israele, colmo dell’abominio perché, rigettato da Dio, questo Stato si presenta come il "popolo eletto" e l’opera di Dio nella Terra Santa della Bibbia.

Questo Stato, che ha causato tanta distruzione e orrori, si presenta "in veste d’agnello" e accusa gli altri di terrorismo, quando non è che un "lupo rapace", facilmente "riconoscibile per le sue opere" omicide, malgrado il suo travestimento da pecora innocente (Matteo 7,15-16). I crimini Israeliani, commessi in Palestina, davanti al mondo intero, fanno d’Israele questo "Abominio della desolazione" -il colmo dell’orrore- in terra Santa, predetto da Daniele (Daniele 9,27 / 11,31 / 12,11) e richiamato da Gesù (Matteo 24,15).

"Guai alle donne incinte…", perché la fuga sarà più difficile a causa del loro stato di gravidanza. Gesù non minaccia le donne incinte, ma prova compassione per loro. Bisogna tradurre: "Sfortunate le donne incinte e quelle che allatteranno in quei giorni", perché saranno giorni difficili particolarmente per loro (Matteo 24,19).

"Che la vostra fuga non avvenga nel giorno di sabato…": ironia del Cristo, perché di sabato gli Ebrei non devono camminare più di un chilometro. Ora essi dovranno percorrere lunghe distanze per scappare dai loro nemici (Matteo 24,20).

Adesso puoi intraprendere la lettura sistematica dei Vangeli sinottici senza incontrare grandi difficoltà. Potrai passare successivamente al libro degli Atti degli Apostoli che leggerai dopo aver consultato le mie spiegazioni.

1.13. Gli Atti degli Apostoli

Questo libro è la continuazione del Vangelo di Luca e fu scritto da lui. È il secondo libro inviato a "Teofilo" per metterlo al corrente "di tutto ciò che Gesù ha operato e insegnato dall’inizio al giorno in cui… fu assunto in cielo" (Atti 1,1-2). Può essere considerato come il seguito del Vangelo di Luca. Ci informa su ciò che gli Apostoli hanno fatto dopo Gesù, fino all’anno 62 d.C. circa, poco prima del martirio di Pietro e Paolo che avvenne nel 64 d.C. a Roma.

Storico degli Apostoli, Luca racconta e scrive in qualità di compagno di viaggio di Paolo. Infatti, da Atti 16,10, Luca, facendo ormai parte del gruppo di Paolo, parla in prima persona plurale "Cercammo di partire per la Macedonia, certi che Dio ci aveva chiamato per annunciare il Vangelo", dopo avere parlato di Paolo in terza persona singolare: "Percorse la Siria… venne a Derbe… prese Timoteo con sé… poi attraversarono la Frigia…" (Atti 16,1-10). È a Troade, attualmente in Turchia, che Luca si è unito a Paolo; (vedere carta biblica).

Dopo aver informato Teofilo dell’avvento del Messia nel suo "primo libro", cioè il suo Vangelo, Luca, nel suo secondo libro a Teofilo (gli Atti degli Apostoli), racconta la propagazione del messaggio evangelico "a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino all’estremità della terra" (Atti 1,8) cioè a Roma, raccontando la resistenza degli Ebrei fanatici al messaggio universale, non razzista, di Gesù. Questa resistenza portò alla persecuzione e all’uccisione di molti Apostoli e discepoli, da parte di questi Ebrei. Leggerai la storia della conversione di molti Ebrei e Pagani, e della loro unione in nome di Gesù.

Ti segnalerò i punti salienti del libro, ciò che bisogna capire per afferrare l’essenziale e lo spirito che Luca vuole comunicare al suo lettore. In seguito leggerai attentamente questo libro. È di grande interesse per noi oggi, perché è di grande attualità ora, con la riapparizione d’Israele. La resistenza continua degli Israeliani moderni a Gesù e la loro persecuzione sottile, ma reale, ai discepoli di Gesù, rendono il messaggio del Libro degli Atti attuale e scottante.

1.13.1. Gli Apostoli non capivano ancora (Atti 1,6)

All’ascensione di Gesù, gli Apostoli non avevano ancora capito la dimensione interiore del Regno di Dio e chiedono ancora a Gesù: "Signore è in questo tempo che ristabilirai il regno d’Israele?". Dopo tre anni di formazione e di "lavaggio del cervello", dopo la crocifissione, la resurrezione del Cristo e il suo soggiorno miracoloso, di 40 giorni, con loro, gli Apostoli si trovavano ancora ad un punto morto. Ci fu bisogno dell’intervento dello Spirito Santo e del tempo, affinché realizzassero quale fosse la vera natura del Regno e la sua vera "restaurazione" (Atti 3,21).

1.13.2. La Pentecoste

Dio dà il suo Spirito, la sua "mentalità", agli Apostoli 50 giorni dopo la Resurrezione (Pasqua). Questo corrispondeva alla festa ebraica della "Mietitura". Questo simboleggia la mietitura spirituale attraverso il Vangelo, la scelta degli eletti tramite il dono dello Spirito Santo a coloro che ci credono (Giovanni 4,34-38 / Luca 10,2 / Matteo 13,30 / Apocalisse 14,15-16). Gli increduli non beneficiano di questo Spirito che guarisce e dà la Vita eterna e la felicità dell’anima.

Gli Apostoli sono allora capiti da tutti coloro che non parlano ebraico, non soltanto dagli Ebrei. È una specie di restaurazione dopo la confusione di Babele dove gli uomini non si capivano più (Genesi 11,1-9).

1.13.3. La forte opposizione ebraica al messaggio di Gesù

Questa opposizione percorre il libro degli Atti e fa dire a Pietro: "Davvero in questa città (Gerusalemme) hanno fatto congiura contro il tuo santo servo Gesù, da te consacrato, Erode e Ponzio Pilato con i pagani e i popoli d’Israele (gli Ebrei di ogni luogo)" (Atti 4,27). "Contro Gesù" significa "Anti-Cristo"; è di loro che parla Giovanni indicando l’Anticristo (1 Giovanni 2,22 e 4,1-6 / 2 Giovanni 7). In questa fine dei tempi, la stessa lega anti-Cristo è costituita dagli Israeliani del mondo che, negando Gesù, si sono uniti alle nazioni che si dicono cristiane (vedi i testi "L’Anticristo e il ritorno del Cristo" e "I Cristiani e Israele"). L’opposizione degli Ebrei ha portato alla persecuzione e al martirio degli Apostoli e dei discepoli di Gesù. Stefano fu il primo martire (Atti 7 / Atti 12,1-2).

1.13.4. La Conversione di Paolo al Cristo

Luca insiste sulla conversione di Paolo al Cristo. Paolo "approvò l’uccisione di Stefano" (Atti 8,1) e "sempre fremente, minaccia strage contro i discepoli del Signore" (Atti 9,1). Ripete tre volte la storia della conversione di Paolo (Atti 9,1-19 / 22,5-16 / 26,10-18), dopo aver sottolineato che quel suo sconvolgimento spettacolare avvenne dopo che egli "aveva infuriato contro la Chiesa, entrando di casa in casa, prendendo uomini e donne, facendoli mettere in prigione" (Atti 8,3). Paolo agiva, però, in buona fede, convinto di servire la causa di Dio. Era spinto per amore di Dio, non per odio verso Gesù come gli altri persecutori dei discepoli. Meritò proprio per questo di essere illuminato direttamente da Cristo stesso, non dagli uomini, perché solo Dio poteva convincerlo del suo errore (Galati 1,11-17 / 1 Timoteo 1,12-16).

1.13.5. La fede comunicata ai Pagani (Atti 10,1-11 e 10,18)

C’è voluto l’intervento divino congiunto rivolto ai Pagani (Atti 10,1-8) e a Pietro (Atti 10,9-24) per far sì che il Messaggio biblico, la conoscenza del Dio unico, tenuto ermeticamente chiuso dalla casta clericale ebraica, venisse trasmesso ai Pagani poi al mondo.

Gli stessi primi discepoli di Gesù, Ebrei, furono sorpresi dal fatto che questa conoscenza fosse estesa ai non Ebrei: "Dunque anche ai pagani Dio ha concesso che si convertano perché abbiano la vita!" (Atti 11,18). Perché gli Ebrei credevano, e credono ancora oggi, che i non Ebrei, non avendo uno spirito come gli Ebrei, vivono solo per questa terra e non hanno accesso alla vita eterna ed alla resurrezione, il loro destino è simile a quello degli animali che non hanno un’anima eterna.

Questo disprezzo per i Pagani, risultato del fanatismo del clero ebraico, ha reso la missione degli Apostoli molto penosa, particolarmente nella comunità ebraica. Infatti, il messaggio evangelico doveva passare attraverso la spessa barriera dell’estremismo ebraico, questa frontiera psicologica insormontabile eretta dal clero israelita e che solo Dio poteva abbattere, intervenendo allo stesso momento presso un Pagano, il centurione Cornelio, e presso un apostolo, Pietro. Questo non è avvenuto, però, senza lo stupore degli Ebrei ben intenzionati, e senza la resistenza dei fanatici della stessa comunità (Atti 22,21-22). Senza quest’intervento divino diretto, il Messaggio evangelico non sarebbe mai passato ai Pagani.

Questa feroce resistenza degli Ebrei al messaggio divino degli Apostoli di Gesù si manifestò sotto diverse forme:

  1. La persecuzione degli Apostoli e dei credenti, come dimostrato precedentemente. Non c’è da stupirsi perché anche i profeti furono, anch’essi, perseguitati in Israele.
  2. Infiltrazione all’interno della Cristianità per condurre i discepoli di Gesù alla pratica della legge di Mosè (Atti 15,1-5 e 20,28-30). Questo sistema sornione convinse certi Apostoli, in modo che essi stessi finirono per incitare alla pratica del culto mosaico, inefficace per la salvezza, come dice Paolo (Galati 3,11). Cedettero quindi alle pressioni di "quei falsi fratelli che si erano intromessi a spiare" la comunità cristiana sin dagli inizi (Galati 2,4). Quindi vediamo l’apostolo Giacomo stesso, che era niente meno che il capo della comunità cristiana di Gerusalemme, esigere da Paolo di sacrificarsi al culto mosaico per le "migliaia di Ebrei che sono venuti alla fede (in Gesù) e tutti sono zelanti, attaccati alla legge (di Mosè)" (Atti 21,17-26). Paolo ha dovuto sottomettersi alle esigenze di Giacomo, ma questo non impedisce agli Ebrei di perseguitarlo "cercando di metterlo a morte" (Atti 21, 31).
  3. L’infiltrazione ebraica nella comunità cristiana fu denunciata da Paolo (Galati 1,7 / 2,4 / 6,12 / Tito 1,10-14 / 2 Corinzi 11,13-15 / Colossesi 4,11), da Pietro (2 Pietro 2,1) e da Giuda (Giuda 1,4 e 12, da confrontare con 1 Corinzi 11,17-33).
  4. Incitazione ebraica dei Pagani contro gli Apostoli (Atti 14,2 e 17,5-9).
  5. Paolo è accusato di essere "un capo del partito dei Nazareni" (Atti 24,5) dando così l’impressione ai Romani che si trattasse di un partito politico in opposizione a Cesare per proclamare un altro re, Gesù, al posto dell’imperatore (Atti 24,14 / 17,7 / 25,8). È la stessa astuzia usata dagli stessi Ebrei contro Gesù (Giovanni 19,15). È l’arma usata oggi dai Cristiani contro gli Apostoli degli ultimi tempi, la cui missione è di denunciare l’Anticristo: Israele. Sono accusati di "fare politica" mentre denunciano la politicizzazione della spiritualità da parte dei Sionisti e dei loro alleati detti Cristiani.

1.13.6. "Sulla base delle Scritture" (Atti 17,2-3)

È "sulla base delle Scritture che Paolo spiegava, dimostrando che il Cristo doveva morire e resuscitare dai morti" (Atti 17,2-3), e i Credenti "accolsero la parola con grande entusiasmo esaminando ogni giorno le Scritture per vedere se le cose stavano veramente così" (Atti 17,11). Ogni vero cristiano deve poter "dimostrare, con le Scritture che Gesù è il Cristo" (Atti 18,28) e che Israele (che nega che Gesù è il Cristo) è l’Anticristo annunciato da Giovanni (1 Giovanni 2,22).

Pietro ci raccomanda di essere "pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi" (1 Pietro 3,15).

Non possiamo difendere la nostra fede nell’ignoranza delle Sante Scritture. È attraverso la conoscenza biblica che possiamo essere degli Apostoli di Gesù, il vero e unico Messia.

Lo scopo di questo corso biblico è di dare questa conoscenza a quelli che sono chiamati ad essere discepoli di Gesù e che vogliono rispondere a questo appello divino.



Primo viaggio missionario di Paolo (46-48 d.C.)


Secondo viaggio missionario di Paolo (49-52 d.C.)


Terzo viaggio missionario di Paolo (53-57 d.C.)


Viaggio di Paolo verso Roma (59-62 d.C.)