Questo articolo è diviso in più pagine:
- Prima Lezione - I libri della Bibbia
- Seconda Lezione - I primi 11 capitoli della Genesi
- Terza Lezione - Da Abramo a Isacco (Genesi da 12 a 24)
- Quarta Lezione - Storia di Isacco e di Giacobbe (da Genesi 25 a 50)
- Quinta Lezione - Il libro dell’Esodo
- Sesta Lezione - Il Levitico, i Numeri, il Deuteronomio
- Settima Lezione - Giosuè, Giudici, Rut, Samuele 1 & 2
- Ottava Lezione - Libri dei Re – Cronache – Esdra – Neemia - Tobia – Giuditta - Ester - Maccabei
- Nona Lezione - I 7 Libri Sapienziali
- Decima Lezione - I 4 Libri Profetici maggiori
- Undicesima Lezione - I 12 Libri Profetici minori
- Dodicesima Lezione - I Libri del Nuovo Testamento
- Tredicesima Lezione - Il Vangelo di Giovanni e le lettere degli Apostoli
- Quattordicesima Lezione – Il libro dell’Apocalisse di Giovanni
- 1. Decima Lezione - I 4 Libri Profetici maggiori
- 1.1. Introduzione
- 1.2. Isaia
- 1.3. Geremia - Lamentazioni – Baruc
- 1.4. Ezechiele
- 1.4.1. La fine di Israele
- 1.4.2. Visione dei 4 Viventi (Ezechiele 1,4-28)
- 1.4.3. Visione del libro mangiato (Ezechiele 3,1-15)
- 1.4.4. La nuova alleanza (Ezechiele 11,19-20 & 36,25-27)
- 1.4.5. Vedovanza e lutto di Ezechiele (Ezechiele 24,15-27)
- 1.4.6. La Resurrezione (Ezechiele 37,1-28)
- 1.4.7. Gog e Magog (Ezechiele 38-39)
- 1.4.8. Visione del Tempio ricostruito (Ezechiele 40-48)
- 1.5. Daniele
1. Decima Lezione - I 4 Libri Profetici maggiori
1.1. Introduzione
Ora tu hai una certa conoscenza della trama storica del popolo formato da Dio per accogliere il Messia Gesù. Tu sei dunque in grado di comprendere i profeti. Senza questa conoscenza, nessuno può cogliere le insinuazioni di questi uomini inviati da Dio per raddrizzare le continue deviazioni degli Israeliti, deviazioni alle quali noi tutti siamo esposti. Questo rende le parole dei profeti valide per gli uomini di tutti i tempi, se siamo capaci, tuttavia, di tradurle ed adattarle al contesto storico delle differenti epoche.
Lo studio di questi libri profetici dona un aspetto complementare ai libri storici. Essi rivelano il significato spirituale degli avvenimenti, il vero disegno, spesso nascosto, di Dio. Bisogna saper leggere tra le righe per comprendere i profeti e cogliere la finezza delle loro insinuazioni. Vivendo nell’ambiente sionista, politicizzato, essi affrontarono delle difficoltà spesso insormontabili per manifestare il pensiero anti-sionista, spirituale, di Dio. Molto spesso essi furono perseguitati e rigettati, considerati come traditori della "patria" e del regno, una patria ed un regno mai voluti da Dio. Essi furono riconosciuti profeti solo dopo la loro morte, dopo essere stati perseguitati durante la vita (leggi ciò che dice Gesù in Matteo 23,29-39).
Il profeta è un portavoce di Dio. Questi si manifesta al profeta per domandargli di rivelare il Suo pensiero, i Suoi consigli o i Suoi giudizi sugli avvenimenti e sugli atteggiamenti degli uomini, particolarmente dei capi responsabili (re e preti). Questi sono invitati, sotto la pena del castigo divino, a piegarsi alle esigenze e ai pensieri divini. Il più delle volte si tratta di rinunciare alla mentalità sionista (attaccamento morboso alla possessione esclusiva della terra palestinese e all’impero israeliano). Geremia, per esempio, fu perseguitato, come vedrai, per aver detto agli Ebrei di sottomettersi a Nabucodonosor e per aver annunciato la distruzione del Tempio.
L’essenziale del messaggio profetico ruota intorno a due punti:
- La deportazione come castigo per l’infedeltà.
- L’invio futuro di un salvatore (il Messia) che gli Ebrei immaginavano, a torto, come un capo politico-militare.
I libri profetici sono gli scritti delle parole e delle azioni dei profeti che sono esistiti poco prima, durante, e poco dopo la deportazione. Essi hanno, dunque, profetizzato l’esilio, lo hanno vissuto e hanno annunciato il ritorno dall’esilio (dopo 70 anni d’esilio) e la ricostruzione del Tempio (il secondo).
Questo fatto della deportazione ha straziato profondamente l’animo israelita. Gli Ebrei erano come a caccia di una soluzione al dramma vissuto, ricercando la "liberazione di Israele" (secondo l’espressione profetica). Durante i secoli, la speranza della liberazione gravitava intorno alla persona del Messia atteso con impazienza ed estrema sete. Questo Messia, però, doveva liberare l’anima dal peccato, non gli Ebrei da una situazione politica.
Prima di leggere un profeta, bisogna collocarlo nel suo contesto storico: è esistito prima, durante o dopo l’invasione Assira del Nord (Israele: 721 a.C.), la caduta di Ninive (612 a.C.), la battaglia di Meghiddo, di Carchemis, l’invasione babilonese del Sud (Giudea), il ritorno dall’esilio, la ricostruzione del Tempio (515 a.C.)? Queste tappe storiche sono quelle che accompagnano i libri profetici. Ricordatele.
I profeti che hanno un loro libro vanno distinti dagli altri profeti, come Elia ed Eliseo, o ancora dal gruppo di profeti menzionati in 1 Samuele 10,5-6. Di costoro non abbiamo nessuna raccolta di scritti. Di loro sappiamo solo ciò che ci riportano i libri storici.
I profeti che vedremo (considerati come profeti "scribi") sono esistiti in un periodo di circa 300 anni (dal 750 al 450 a.C.). Essi sono generalmente divisi in due gruppi:
- I 4 profeti "Maggiori": Isaia, Geremia, Ezechiele, Daniele.
- I 12 profeti "Minori".
I primi sono detti "Maggiori" per i loro libri più lunghi rispetto a quelli dei 12 altri "Minori" e non a causa di una dignità spirituale (paragona i 66 capitoli di Isaia con i 4 capitoli di Gioele e l’unico capitolo di Abdia).
Con i 4 profeti maggiori includerei, studiando Geremia, il libro delle "Lamentazioni" di Geremia e il profeta "Baruc", il cui piccolo libro segue quello di Geremia, essendo stato suo discepolo e segretario. Il libro di Baruc non si trova nella Bibbia ebraica.
Certe Bibbie (come la Bibbia di Gerusalemme) aggiungono delle introduzioni utili ai libri storici. Esse aiutano a conoscere l’epoca nella quale è vissuto il profeta e a comprenderlo meglio. Sarebbe bene, più tardi, che tu cercassi di conoscere a fondo uno o due profeti. Ti propongo Geremia, che è molto vicino psicologicamente a noi e spiritualmente a Gesù.
Cominciamo i 4 profeti maggiori da Isaia. Come per tutti i libri profetici, leggilo solo dopo le mie spiegazioni.
1.2. Isaia
Isaia era un alto funzionario reale. Influenzò notevolmente gli avvenimenti della sua epoca. Egli era nato verso il 765 a.C.. Nel 740 a.C., all’età di 25 anni, ebbe una visione nella quale Dio gli confidò la difficile e coraggiosa missione di annunciare la rovina d’Israele, seguita più tardi da quella di Giuda, come castigo alle molteplici infedeltà degli Ebrei.
Nel capitolo 6 Isaia racconta la sua visione nella quale Dio domanda: "Chi manderò? Chi sarà il nostro messaggero?", e Isaia rispose senza esitare, con coraggio: "Eccomi! Manda me!". Certo, bisognava avere un carattere forte per accettare la penosa e pericolosa missione di denunciare re e potenti della corte reale. Geremia, come Mosè, in un primo momento rifiutò l’offerta divina (Geremia 1,6). Rimproverare i potenti non è compito né leggero, né piacevole, anche se si è dalla parte di Dio, perché ciò non si fa mai senza persecuzioni spesso insopportabili. Il coraggio di Isaia è ammirabile.
Leggi già questo capitolo 6; Dio vi annuncia agli Ebrei la deportazione: "… Le città saranno deserte, senza abitanti, e le case senza uomini ed il paese devastato ed isolato… ed il Signore allontanerà la popolazione e vi sarà grande abbandono in tutto il paese". Non resterà che "un ceppo, una semente santa"; questo ceppo, è il "piccolo resto" di cui ho già parlato e che Dio risparmia per perseguire il suo piano messianico.
A più riprese Isaia predisse l’esilio: "Il mio popolo sarà deportato a causa della sua ignoranza" (Isaia 5,13), ma un resto sopravvivrà per continuare la missione: "Chi sarà rimasto in Sion e sopravvivrà a Gerusalemme sarà chiamato santo" (Isaia 4,3). Questo tema del "piccolo resto" fu prima rivelato dal profeta Amos che ebbe una grande influenza spirituale su Isaia (Amos 3,11-12 e 5,15). Amos precedette Isaia di poco. Era anziano e profetizzava già da 40 anni circa quando Isaia cominciò la sua missione.
A parte la deportazione, le più importanti profezie di Isaia riguardano il Messia. Ti segnalo le più importanti:
1.2.1. "Emmanuele" (Isaia 7,14)
Isaia dichiara al re Acaz che desiderava un figlio: "Pertanto il Signore stesso vi darà un segno. Ecco la vergine (in ebraico "almah") concepirà e partorirà un figlio che chiamerà Emmanuele". Questo nome significa: "Dio-con-noi". È un "segno" che Dio darà da parte sua (Isaia 7,14).
Per comprendere questa profezia, bisogna conoscere il contesto storico nella quale essa fu proclamata. Ritorna al capitolo 16 di 2 Re. Si tratta del re Acaz al quale Isaia s’indirizzò. In quel tempo, Pekach (detto "figlio di Romelia" in Isaia 7,9) era re d’Israele e Rezin era re della Siria (Aram: Isaia 7,1). Il re d’Assiria (Tiglat Pilezer chiamato "Pul": 2 Re 15,19) minacciava tutta la regione. Rezin e Pekach volevano trascinare con loro Acaz contro Pul, ma egli rifiutò. Egli offrì il suo unico figlio, l’erede al trono, in sacrificio agli idoli (2 Re 16,3) per scongiurare la sorte. Così non aveva più eredi e la successione dinastica era minacciata.
Rezin e Pekach decisero di invadere la Giudea per detronizzare Acaz e mettere sul trono di Giudea un re ("il figlio di Tabeel" vedere Isaia 7,6) che si sarebbe alleato con loro contro Pul (Isaia 7,1-2). Acaz ebbe paura e "allora il suo cuore ed il cuore del suo popolo tremarono…" (Isaia 7,2). Dio, così, inviò Isaia ad Acaz per tranquillizzarlo assicurandogli che "questi due rimasugli di tizzoni fumanti" (Isaia 7,4), Rezin e Pekach non sarebbero riusciti nella loro impresa contro la Giudea, poiché " la capitale di Aram è Damasco e il capo di Damasco è Rezin; la capitale di Efraim (del Nord) è Samaria e capo di Samaria è il figlio di Romelia (Pekach)" (Isaia 7,8-9), ciò che è sottinteso è che la capitale della Giudea è Gerusalemme ed il capo di Gerusalemme è Acaz. Dio colse ancora l’occasione per rivelare la distruzione prossima della Samaria: "Ancora sei o cinque anni, ed Efraim cesserà di essere un popolo" (Isaia 7,8). È l’annuncio dell’invasione Assira del Nord (la Samaria).
Acaz è abbattuto per gli avvenimenti e per la perdita del suo unico figlio che egli stesso aveva sacrificato. I profeti avevano predetto, però, che il "Figlio di Davide", il Messia atteso, si sarebbe seduto sul trono di Davide per sempre. Anche Isaia confermava questo: "un rampollo (il Messia) uscirà dal tronco di Iesse (il padre di Davide)… su di lui riposa lo Spirito del Signore…" (Isaia 11,1-2). Non c’è quindi nulla da temere per il trono poiché "Pertanto il Signore stesso vi darà un segno. Ecco: la "almah" concepirà e partorirà un figlio, che chiamerà Emmanuele" (Isaia 7,14). La gravidanza della giovane regina fu un segno divino dato ad Acaz per due ragioni:
- Acaz non sapeva che sua moglie fosse incinta.
- Non sapeva che il figlio fosse un maschio. Questo figlio non è donato da Dio per fare piacere ad Acaz che si è mostrato più empio degli altri re, ma per compiere i disegni messianici di Dio.
Il re Ezechia succedette a suo padre Acaz. Egli fu un riformatore e fece ciò "che è gradito al Signore", distruggendo gli idoli ed anche il serpente di bronzo di Mosé (2 Re 18,1-4). Però non fu quell’"Emmanuele" che doveva riunire Giuda ed Israele a far ritornare gli esiliati Ebrei dall’Assiria per "depredare i figli dell’Oriente" e, insomma, stabilire l’illusorio impero sionista depredando… (Isaia 11,10-16).
Solo otto secoli più tardi si realizzò la profezia dell’Emmanuele. Allora fu compresa da coloro che avevano gli occhi per vederla ed un’intelligenza capace di comprendere i disegni di Dio. Matteo rivela che è con Gesù che si è avverata questa famosa profezia:
"Tutto questo avvenne perché si adempisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta: Ecco la Vergine (Almah) concepirà e partorirà un figlio che sarà chiamato Emmanuele" (Matteo 1,22-23).
Dio volle che il suo Messia nascesse dalla Vergine Maria, la "Almah" per eccellenza della quale parlava Isaia. Così, non è che dopo il suo compimento che una profezia, in generale, viene compresa. Bisogna essere svegli ed attenti, docili e disposti per comprendere le intenzioni di Dio, senza insistere sui nostri punti di vista, come fecero gli Ebrei che rifiutarono Gesù, ma su quelli di Dio.
Occorre ricordare che il nome "Emmanuele" è simbolico poichè significa "Dio con noi", come ha spiegato Matteo (Matteo 1,23). Il Messia non doveva dunque necessariamente chiamarsi così, come invece hanno capito numerosi Ebrei, ma bisogna capire che Egli è "Dio con noi", Dio vivente corporalmente fra di noi sulla terra. Questo fatto è confermato da altri nomi simbolici che Isaia dona al Messia: "…E lo si chiama per nome: Consigliere Ammirabile, Dio Potente, Padre per sempre, Principe della pace" (Isaia 9,5). Questi nomi rivelano l’identità divina del Messia. In effetti, Dio dice tramite Ezechiele: "perché dice il Signore Dio: Ecco, io stesso cercherò le mie pecore e ne avrò cura" (Ezechiele 34,11).
Isaia sentì inconsciamente la necessità dell’incarnazione divina; indirizzandosi a Dio, egli esclamò: "Se tu squarciassi i cieli e scendessi!" (Isaia 63,19).
1.2.2. Il Messia è Galileo
Isaia vide "una grande luce risplendere dai paesi di Zabulon e di Neftali", due tribù del nord della Palestina in Galilea, là da dove venne Gesù (Isaia 8,23-9,6). Essendo limitrofe al Libano, che a quell’epoca era pagano, gli abitanti di quelle tribù erano disprezzati dagli Ebrei che li consideravano contaminati dai loro vicini pagani. "Da Nazaret (in Galilea) può forse venire qualcosa di buono?" disse Natanaele a Filippo (Giovanni 1,45-46). I Farisei vedendo Nicodemo prendere la difesa di Gesù, gli dissero: "Studia! E vedrai che dalla Galilea non sorge alcun profeta" (Giovanni 7,52).
Se i Farisei stessi avessero studiato bene le profezie, avrebbero compreso che, contrariamente a ciò che essi pensavano, il Messia, il più importante dei profeti, doveva venire proprio dalla Galilea. In effetti Isaia disse:
"Nel passato Egli (Dio) umiliò la terra di Zabulon e la terra di Neftali (la Galilea), ma nell’avvenire renderà gloriosa la via del mare al di là del Giordano, il distretto delle nazioni (i Pagani). Il popolo che camminava nelle tenebre vide una grande luce su coloro che abitavano in terra tenebrosa (Galilea) una luce (il Messia) rifulse… Poiché un bambino è nato per noi (Emmanuele, il Figlio della Vergine-Almah). Sulle sue spalle è il segno della Sovranità ed è chiamato Consigliere Ammirabile, Dio Potente, Padre per Sempre, Principe della Pace…" (Isaia 8,23-9,5).
Matteo nel suo Vangelo si riferisce a questa profezia di Isaia (Matteo 4,12-16).
Umiliata dall’invasore assiro, la Galilea fu poi glorificata da Gesù che ha vissuto e lavorato a Nazareth (Zabulon) e predicato a Cafarnao (Neftali).
1.2.3. Il Messia sarà perseguitato e messo a morte dagli Ebrei
Isaia aveva predetto che il Messia sarebbe stato rigettato dal suo popolo, che avrebbe subito atroci sofferenze e sarebbe stato messo a morte. D’altronde, però, ha anche previsto la sua resurrezione perché: "dopo l’angoscia della sua anima vedrà la luce, si sazierà della sua conoscenza. Il giusto mio servo (il Messia è il "Servo" di Dio) giustificherà molti, addossandosi, Egli, le loro iniquità" (Isaia 53,11). La luce che questo servitore fedele vedrà è quella della resurrezione dopo la morte. Riporto qui sotto i principali versetti del capitolo 53 di Isaia che parlano di questo buon servitore, spiegandoli in corsivo tra parentesi:
"Chi presta fede al nostro annuncio… (Isaia 53,1: chi avrebbe creduto che il Messia tanto atteso sarebbe stato un anti-sionista, povero e rigettato)… Non aveva né figura né splendore per attirare i nostri sguardi né prestanza, sì da poterlo apprezzare… (Isaia 53,2: Egli veniva da una società povera modesta, niente abiti pomposi né gloria umana) Disprezzato, ripudiato dagli uomini, uomo dei dolori, che ben conosce il patire… disprezzato ed ignorato (dagli Ebrei stessi, il suo popolo!). Eppure, Egli portò le nostre infermità… noi (Ebrei) lo ritenemmo come un castigato un percosso da Dio ed umiliato. Ma Egli fu trafitto a causa dei nostri peccati (la crocifissione)… Sì, è stato tolto dalla terra dei viventi, per l’iniquità del mio popolo fu percosso e messo a morte… Quando offrirà la sua vita in sacrificio di espiazione vedrà una discendenza longeva… Dopo l’angoscia della sua anima vedrà la luce (la Resurrezione)".
Leggi questo capitolo. Non ne sono stati scritti di più belli e di più veri, anche dopo la venuta di Gesù che ha realizzato tutte queste profezie. Quando camminava con i discepoli di Emmaus (Luca 24,25-27) Gesù disse loro: "Non bisognava che il Cristo sopportasse queste sofferenze per entrare nella sua gloria? E cominciando da Mosè e da tutti i profeti spiegò loro quanto lo riguardava in tutte le Scritture". Il capitolo 53 di Isaia e il Salmo 22 farebbero parte di queste spiegazioni. Ci si domanda come certi Ebrei non comprendano tuttora! La risposta è che essi sono accecati dalla mentalità sionista: avidità del potere e del possesso.
1.2.4. La "Consolazione" d’Israele
Gli ultimi 26 capitoli d’Isaia sono destinati a consolare gli Ebrei annunciando loro una salvezza. Questa salvezza fu fraintesa, essendo stata interpretata come il ritorno in Palestina e la restaurazione "nazionale ebrea". Dio parlava, però, della salvezza spirituale portata da Gesù a tutti gli uomini, ma rigettata da molti Ebrei. Questi capitoli sono conosciuti come "Il libro della consolazione" perché iniziano così: "Consolate, consolate il mio popolo… annunciate che la sua schiavitù è finita, che la sua colpa è espiata (attraverso la futura venuta del Messia)… Una voce grida nel deserto: Preparate la via del Signore… ecc…" (Isaia 40,1-4). Questi versetti furono applicati dal Vangelo a Giovanni Battista che venne a preparare la via del Messia nel deserto degli animi addormentati (Matteo 3,3).
Certi pensano che questi capitoli della consolazione non siano stati scritti da Isaia stesso, ma dai suoi discepoli dopo il ritorno dall’esilio.
Si ignora la fine di Isaia. Secondo una tradizione ebrea, sarebbe stato messo a morte, segato in due, sotto il re Manasse che "fece ciò che dispiacque agli occhi del Signore… e versò pure sangue innocente in tale quantità da riempire Gerusalemme…" (2 Re 21,16).
![]() Cronologia di Isaia |
1.3. Geremia - Lamentazioni – Baruc
1.3.1. Geremia
Geremia viene da una famiglia sacerdotale installatasi nei pressi di Gerusalemme, a Anatot (Geremia 1,1). Egli profetizzò a Gerusalemme dopo il 13° anno di Giosia (626 a.C.) "fino all’undicesimo anno di Sedecia" (Geremia 1,3), che è l’anno della deportazione (2 Re 25,2). Egli ha dunque vissuto personalmente il dramma della deportazione dalla sua preparazione e l’aveva predetta.
La caduta di Ninive (612 a.C.) e le riforme di Giosia donarono qualche speranza di salvezza, ma la disperazione sorprese gli Israeliti con la disfatta drammatica di Meghiddo (609 a.C.) e con il sorgere della minaccia babilonese.
Geremia era figlio del gran sacerdote Chelkia (Geremia 1,1). Geremia fu chiamato da Dio quando non era che un giovane uomo: "La parola del Signore mi fu rivolta in questi termini: prima che io ti trasformassi nel grembo materno, ti ho conosciuto… profeta delle nazioni ti ho costituito. Ma io risposi: ‘Ah! Signore Dio! Ecco: non so parlare perché sono ragazzo!’" (Geremia 1,5-6). Malgrado la sua adolescenza, Dio insistette: "Non dire: sono ragazzo… perché con te ci sono Io a salvarti… Io ho messo le mie parole nella tua bocca. Attento! Oggi stesso ti stabilisco sopra le nazioni e sopra i regni per sradicare e demolire, per abbattere e distruggere, per edificare e per piantare" (Geremia 1,6-10). Prima di costruire, Dio deve distruggere ciò che gli uomini hanno edificato senza il suo consenso.
Nota che Geremia è scelto come profeta "delle nazioni", non solamente degli Israeliti; egli è dunque universale: "sopra le nazioni e i regni". Egli deve "sterminare e demolire" per poi "edificare e piantare". La sua missione è simile a quella del profeta dell’Apocalisse che deve "profetizzare di nuovo contro una folla di popoli, di nazioni, di lingue e di re" (Apocalisse 10,11).
Geremia ha la difficile missione di annunciare l’invasione babilonese dal Nord, la distruzione del tempio di Salomone e la deportazione seguita dal ritorno 70 anni più tardi: "Da nord eromperà la sventura contro tutti gli abitanti del paese… (Geremia 1,14). Io addurrò contro di voi una nazione da lontano… divorerà i tuoi figli e le tue figlie… demolirà le tue città fortificate" (Geremia 5,13-17). Poiché così parla Yahvé: "solamente quando saranno compiuti, riguardo a Babilonia, settanta anni, vi ricondurrò" (Geremia 29,4-10).
I falsi profeti, però, contraddissero Geremia: "Non verrà contro di noi nessuna sventura, né spada, né fame noi vedremo!" (Geremia 5,12). Ciò diede al popolo delle false speranze la gente preferì ascoltare i sacerdoti ed i profeti che profetizzavano la pace e la sicurezza, invece che Geremia che annunziava l’amara verità. Dio intervenne sempre per domandare a Geremia di proclamare: "Cosa esecrabile ed abominevole si realizzerà nel paese! I profeti profetizzano nella menzogna, i sacerdoti insegnano di proprio arbitrio. Eppure il mio popolo ama che sia così! Ma cosa farete quando verrà la fine?" (Geremia 5,30-31).
Dio ammonì continuamente i capi laici e religiosi e Geremia trasmise sempre il messaggio con coraggio: "I sacerdoti non hanno detto: dov’è il Signore? Gli interpreti della Torah non Mi hanno conosciuto (essi hanno male interpretato le parole di Dio, comprendendole secondo lo spirito politico, spirito condannato da Dio). I pastori (i re) si sono ribellati contro di Me (facendo ciò che dispiace al Signore) i profeti in nome di Dio (che pretendono di essere profeti) hanno profetizzato nel nome di Baal" (Geremia 2,8).
Geremia denunciò ancora i cattivi interpreti Ebrei, scribi e sacerdoti, di far dire a Dio nella Torah cose che Egli non voleva dire. Ed è per questo che Egli qualificò la penna degli scribi come "penna menzognera" che ha cambiato la Torah in menzogna al servizio dei loro interessi (Geremia 8,8), prescrivendo in nome di Dio dei sacrifici animali ed un culto che Dio non ha mai domandato: "In verità Io non parlai né diedi comandi sull’olocausto e sul sacrificio ai vostri padri, quando li feci uscire dal paese d’Egitto. Ma questo comandai loro: Ascoltate la mia Voce… (Geremia 7,22-23) … Come potete dire: Noi siamo saggi, la legge (Torah) del Signore è con noi? Veramente, a menzogna l’ha ridotta la penna menzognera degli scribi!…" (Geremia 8,8).
Da notare che Geremia era di famiglia sacerdotale e figlio del sommo sacerdote Chelkia (Hilqiyyahu), ben posto in una posizione tale da sapere che gli scribi avevano manipolato il testo della Torah nel loro interesse "con la loro penna menzognera" (Geremia 8,8). Questo perché era stato questo stesso Chelkia, suo padre, a trovare il testo della Torah nel Tempio (2 Re 22,8). Egli deve averne parlato a suo figlio, che imparò anche che gli scribi e i sacerdoti avevano modificato i testi a loro convenienza. Gesù stesso non mancò di denunciarlo: "Scribi e Farisei ipocriti" (Matteo 23).
Come Gesù con il secondo tempio, Geremia profetizzò la distruzione del primo tempio: "Forse che ai vostri occhi è divenuta una spelonca di ladri questa casa sulla quale è stato invocato il mio nome?… Ebbene io agirò verso questo tempio come ho agito verso Silo" (Geremia 7,11-14), (Silo era la città dove si trovava il primo santuario distrutto dai Filistesi, i Palestinesi dell’epoca: 1 Samuele 4,17-18).
Gli Israeliti non vollero credere a Geremia anche dopo l’invasione di Nabucodonosor e la deportazione. In effetti, egli aveva predetto che l’esilio sarebbe stato lungo: 70 anni (Geremia 25,11). Il profeta Anania lo contraddisse: "Così dice il Signore: Io spezzo il giogo del re di Babilonia. Ancora due anni di tempo ed io ricondurrò in questo luogo tutti gli arredi della casa del Signore, che Nabucodonosor, re di Babilonia, prese da questo luogo e portò a Babilonia" (Geremia 28,1-4). Quindi Geremia inviò agli esiliati una lettera dove raccomandava loro di organizzarsi in Babilonia dicendo: "Costruite case ed abitatele… prendete mogli e generate figli e figlie… cercate la pace della città dove vi ho deportato e pregate per essa il Signore. Perché così parla il Signore: soltanto quando saranno compiuti 70 anni per Babilonia io vi visiterò… riconducendovi in questo luogo" (Geremia 29,4-10). Per molti Ebrei questo consiglio di "pregare in favore" dei Babilonesi fu aberrante. Essi videro in Geremia un traditore e lo perseguitarono. Confronta con Gesù che chiese agli Ebrei "di amare e di pregare per i loro nemici" (Luca 6,27).
Si riconosce il vero dal falso profeta quando si realizzano le profezie. Geremia, come tutti i veri profeti, sapeva che Dio gli parlava e l’aveva inviato. I falsi profeti sono colpevoli perché usano falsamente il Nome di Dio. Per questo Geremia mise in guardia contro questi mentitori che pretendevano di parlare da parte di Dio: "Non vi seducano i profeti che sono in mezzo a voi ed i vostri indovini; non date retta ad i loro sogni, poiché essi profetizzano menzogna nel mio nome: non li ho inviati, oracolo del Signore" (Geremia 29,8-9).
Questo atteggiamento fermo di Geremia fu causa della sua persecuzione: ricevette da Pascur, capo delle guardie del Tempio, "delle percosse, e lo consegnò per farlo mettere ai ceppi" (Geremia 20,1-2).
L’astio crescente finì per demoralizzare il profeta: "Ho udito le calunnie di molti… Tutti i miei amici osservano il mio incespicare… Maledetto il giorno in cui sono nato!…" (Geremia 20,10-15). Dio gli rivelò che anche la sua famiglia si era schierata contro di lui: "Infatti, perfino i tuoi fratelli e la casa di tuo padre agiscono perfidamente contro di te, perfino loro gridano di te a piena voce. Non fidarti di loro se ti parlano gentilmente" (Geremia 12,6).
La missione di Geremia era assai pesante sulle sue spalle: "Ahimè! Madre mia, che mi hai generato quale uomo di litigio e discordia per tutto il paese" (Geremia 15,10). Scoraggiato, finì per abbandonare il suo pesante compito: "La parola del Signore è divenuta per me obbrobrio e beffa tutto il giorno. Perciò pensavo: non voglio ricordarlo e non parlerò più in suo Nome!" (Geremia 20,8-9). E Geremia si rifugiò nel silenzio. Dio, però, non lascia i suoi profeti, creando un fuoco divampante in loro stessi mediante il suo insistente amore, ottenendo la loro testimonianza che Egli vuole. Geremia riconobbe che il suo silenzio era come un fuoco che gli divorava le viscere: "Ma ci fu nel mio cuore come un fuoco divampante compresso nelle mie ossa; cercavo di contenerlo ma non ci riuscii" (Geremia 20,9). Il profeta finì per cedere all’amore di Dio, amore potente ed inebriante e ritornando alla sua missione per amore di Dio disse: "Mi hai sedotto, Signore, ed ho ceduto alla seduzione; mi hai forzato ed hai prevalso" (Geremia 20,7). Questa bell’attitudine d’amore profondo contrasta con quello di Giacobbe, "Israele", che pretende di vincere Dio!… (Genesi 32,25-33). La grandezza dell’uomo, la sua più grande vittoria, è di lasciarsi vincere da Dio.
La sofferenza interiore ed intensa purificò l’anima di Geremia, "sedotto" da Dio, egli si assunse la sua missione fino alla fine. Fortunatamente per noi, perché profetizzò la "Nuova Alleanza" che doveva fondare Gesù: "Ecco: verranno giorni, oracolo del Signore, in cui stipulerò con la casa d’Israele e con la casa di Giuda, una Alleanza Nuova. Non come l’alleanza che ho stipulato con i loro padri… poiché essi violarono la mia Alleanza… Ma questa sarà l’alleanza che stipulerò con Israele: io porrò la mia legge nel loro animo e sul loro cuore la scriverò…" (Geremia 31,31-34). Leggi questo testo e meditalo bene, confrontandolo con le parole di Gesù: "Il regno di Dio è in voi" (Luca 17,21). È con il prezzo del suo sacrificio che Gesù fondò questa Nuova Alleanza: "Questa coppa", aveva detto agli Apostoli, "è la Nuova Alleanza nel mio sangue che è sparso per voi" (Luca 22,20).
Nota bene che Geremia, parlando di questa nuova Alleanza, non menziona la "terra promessa", ma la vita interiore, Dio, scrive le sue parole nei cuori dei credenti e "non si ammaestreranno più l’un l’altro a vicenda, dicendo: ‘Riconoscete il Signore!’, perché tutti mi riconosceranno dal più piccolo fino al più grande di essi …" (Geremia 31,34). Questo significa che i credenti non dovranno più insistere presso coloro che non credono per diffondere la conoscenza di Dio, perché questa conoscenza sarà già diffusa nel mondo, com’è oggi. Colui che avrà sete la troverà e colui che non la desidera la trascurerà: "Il perverso continui pure a essere perverso, l’impuro continui ad essere impuro e il giusto continui a praticare la giustizia e il santo si santifichi ancora!", dice l’Apocalisse (Apocalisse 22,11). Ciascuno è libero di scegliere la propria vita tra piaceri temporali passeggeri e le gioie permanenti dell’Eternità.
Dio domanda a Geremia di scrivere le sue profezie e di inviarle al re Ioakim. Allora "Geremia chiamò Baruc, che sotto dettatura scrisse tutte le parole che il Signore gli aveva detto, nel rotolo della scrittura" (Geremia 36,1-4). Il re incredulo bruciò l’intero volume (Geremia 36,23). Geremia dovette, così, dettare le sue profezie una seconda volta a Baruc, "facendogli aggiungere ad esse molte altre parole simili a quelle" (Geremia 36,32). È di questo Baruc che parleremo più avanti.
Geremia aveva consigliato agli Ebrei di non resistere alle truppe di Nabucodonosor, ma di arrendersi o di lasciare Gerusalemme: "Chi resisterà in questa città morirà di fame, di spada e di peste; ma chi esce e si consegnerà ai Caldei (Babilonesi) che vi stanno assediando, vivrà ed avrà come suo bottino la propria vita" (Geremia 21,8-9). Certi uomini importanti gliene vollero per aver parlato così (Geremia 38,1-3) e volevano ucciderlo. Essi insistettero presso il re Sedecia: "Muoia quest’uomo perché con questo discorso scoraggia le mani degli uomini di guerra che sono rimasti in questa città e le mani di tutto il popolo, proferendo tali parole… Disse allora il re Sedecia: ‘eccolo nelle vostre mani’… Presero allora Geremia e lo gettarono nella cisterna… così Geremia affondò nel fango" (Geremia 38,4-6). Leggi questo capitolo 38 e quello che segue per sapere come il re fece salvare il profeta da una morte orribile e certa, e come Nabucodonosor lo fece uscire in seguito dalla prigione, trattandolo meglio di quanto non avessero fatto gli Ebrei cosiddetti pii.
La situazione drammatica vissuta dagli Israeliti suscitò la speranza della salvezza messianica. Geremia proclamò la liberazione con la venuta del Messia in futuro. Questo Messia, però, è ancora concepito come un re politico che "restaurerà" la nazione (Geremia 30,18). Ora la restaurazione secondo Dio è spirituale; essa fu avviata da Gesù per terminare alla fine dei tempi con la caduta dell’attuale stato d’Israele (Atti 3,21). Troverai due profezie messianiche in Geremia 23,5-6 e Geremia 30,8-9.
Geremia fu di forza deportato in Egitto da un gruppo di Israeliti che fuggivano dal paese nonostante le ingiunzioni pressanti di Dio, attraverso Geremia, che prescrivevano loro di restare a Gerusalemme.
Non sappiamo nulla di Geremia dopo ciò. È probabile che abbia finito i suoi giorni in Egitto. Leggi i capitoli 42 e 43 che parlano di questo avvenimento, profetizzando l’invasione babilonese contro l’Egitto, poi intraprendi la lettura del libro di Geremia.
Da notare che Geremia era di famiglia sacerdotale. Suo padre "Chelkia" era il sommo sacerdote che aveva trovato il "Libro della Legge" (Torah) nel Tempio. È sulla base di questo Libro che il re Giosia intraprese le riforme religiose. Gli scribi e i sacerdoti aggiunsero al testo di questo libro delle clausole che convenivano loro. Geremia, essendo figlio del sommo sacerdote, ne venne a conoscenza e rivelò quest’infamia in Geremia 7,22 e Geremia 8,8. A noi trarne la lezione!!!
1.3.2. Il libro delle Lamentazioni
Queste lamentazioni, o "Geremiadi", furono composte dopo la rovina di Gerusalemme e l’incendio del Tempio. Geremia compose forse alcuni dei versetti, ma ci furono probabilmente diversi autori. Tutti piangono e fanno versi funebri per esprimere il loro lutto dopo la sconfitta di Gerusalemme. Leggilo in questo spirito: "Ah! Come sta solitaria la città un tempo ricca di popolo! È divenuta come una vedova, la grande fra le nazioni; un tempo signora tra le province è sottoposta a tributo" (Lamentazioni 1,1). Vedere 2 Cronache 35,25 a proposito della lamentazione composta da Geremia dopo la morte di re Giosia a Meghiddo.
![]() Il profeta Geremia |
1.3.3. Allegato allo studio di Geremia
I 5 re del tempo di Geremia (Geremia 1,2)
(2 Re da 22 a 26 e 2 Cronache da 34 a 36)
1. Giosia 640 - 609 a.C. (Grandi riforme religiose + Libro della Legge ritrovato). Nel 609 a.C. Necao andò in soccorso degli Assiri contro i Babilonesi. Giosia tentò di impedire l’incontro tra gli Egiziani e gli Assiri. Egli desiderava la rovina definitiva dell’Assiria che occupava ancora una parte del nord di’Israele. La sua sconfitta sarebbe stata vantaggiosa per il regno di Giuda. Necao, però, fece morire Giosia a Meghiddo nel 609 a.C., poi proseguì la strada per Carchemis dove fu vinto a sua volta da Nabucodonosor nel 605 a.C. (2 Re 23,29 e 2 Cronache 35,20-25). Questo mise fine all’impero Assiro.
2. Ioacaz 609 a.C.
Egli rimase tre mesi sul trono dopo la morte di Giosia. In seguito alla disfatta dell’Assiria a Carchemis, Necao, rivolgendosi verso l’Egitto, s’impadronì della Siria e della Palestina. Detronizzò Ioacaz e lo portò con lui come prigioniero in Egitto. Come re stabilì al suo posto suo fratello Ioiakim, imponendo un tributo alla Giudea (2 Re 23,31-35 e 2 Cronache 36,1-4). Geremia si riferisce con amarezza alla partenza di Ioacaz in Egitto: "Non piangete sul morto (Giosia)… ma piangete amaramente su chi (Ioacaz) parte (in Egitto), perché non tornerà più, non vedrà il paese natio… ma morirà nel luogo dove lo condurranno prigioniero" (Geremia 22,10-12).
3. Ioiakim 609 - 598 a.C.
Ioiakim, nel suo quarto anno di regno (605 a.C.), dunque 4 anni dopo Meghiddo, constatando la forza di Nabucodonosor, gli si sottomise (Geremia 36,1 vedere la nota della Bibbia di Gerusalemme). Si sentì in sicurezza, al riparo dalla furia del Faraone. Ioiakim felice di sentirsi al sicuro, volle uccidere Geremia dopo averlo sentito predire la maledizione contro il suo paese. Strappò il rotolo che Geremia aveva fatto scrivere a Baruc. Egli diede l’ordine di arrestare entrambi. Geremia, però, fu protetto da Achikàm figlio di Safan (Geremia 26 e 36). Safan era vicino alla corte reale, sotto Giosia, e aveva aiutato il re nelle sue riforme (2 Re 22,3-12). Siccome Geremia era di una famiglia sacerdotale, Safan lo conosceva bene, da qui il suo aiuto al profeta (Geremia 26,24). Safan era anche il nonno di Godolia, figlio di Achikàm (2 Re 25,22), che aveva anch’egli, a sua volta, aiutato Geremia (Geremia 40,5-6). (Safan padre di Achikàm padre di Godolia; erano tutti amici e protettori di Geremia).
4. Ioiachin 598 a.C.
Prima deportazione: il re con tutta la sua corte reale e tutta le persone di buona condizione (2 Re 24,15). Al suo posto Nabucodonosor stabilì come re Sedecia, suo zio (2 Re 24,17 e 2 Cronache 36,9-10).
5. Sedecia 598 - 586 a.C.
Sedecia si ribellò contro Nabucodonosor (2 Re 24,20). Questi invase dunque Gerusalemme (2 Re 25,2). Volendo fuggire, Nabucodonosor lo fece arrestare, deportare e giudicare. I Babilonesi entrarono in Gerusalemme distrussero il Tempio e deportarono il resto degli Ebrei, lasciando i contadini per coltivare la terra. Vi stabilì Godolia come governatore (2 Re 25 e 2 Cronache 36,11-21).
1.3.4. Baruc
Il libro di Baruc è assente nella Bibbia ebraica. Fu scritto da Baruc a Babilonia dopo la deportazione: "Queste sono le parole che Baruc scrisse in Babilonia" (Baruc 1,1). Nelle assemblee degli esiliati si leggeva "davanti ad Ieconia, re di Giuda (esiliato) ed alla presenza di tutto il popolo intervenuto per ascoltare la lettura del libro; alla presenza dei potenti… di tutti coloro che dimoravano in Babilonia" (Baruc 1,3-4). In questo libro si constata la grande impressione che fece il messaggio di Geremia, impressione che durò molto tempo nella coscienza ebraica (2 Maccabei 2,1-7 e 15,14; Matteo 16,14). Baruc stesso non ebbe altro interesse che ripetere e ricordare le parole infuocate del suo professore, parole rigettate dagli Ebrei: "Tu hai riversato il tuo sdegno e la tua ira contro di noi come avevi annunziato per mezzo dei servi tuoi, i profeti, dicendo: Così dice il Signore: ‘piegate la vostra cervice e servite al re di Babilonia’… noi, però, non abbiamo ascoltato la tua voce che invitava a servire il re di Babilonia" (Baruc 2,20-24).
Baruc ricorda la Nuova Alleanza predetta da Geremia per incoraggiare gli esiliati: "Tuttavia, nel paese del loro esilio, rientreranno nel loro cuore e riconosceranno che io sono il Signore Dio loro… Io allora li ricondurrò nel paese che promisi ai loro padri, ad Abramo… Io stabilirò con loro un’alleanza eterna… e non scaccerò più il mio popolo Israele dal paese che ho dato loro" (Baruc 2,30-35). Questo "paese" è la Vita Eterna, celeste e non geografica.
L’alleanza eterna in questione è quella già proclamata da Geremia (Geremia 31,31) e realizzata da Gesù. Rimarca che Baruc aveva già colto la dimensione interiore, spirituale, di questa alleanza: "Essi rientreranno nel loro cuore". Ma credeva ancora alla terra promessa come ad una realtà geografica, "il paese promesso ad Abramo…" e prediceva il ritorno a questo paese (Palestina) profetizzando che Dio "non scaccerà più il suo popolo Israele dal paese che ha dato loro" (Baruc 2,35). Ora, gli Ebrei furono nuovamente deportati da Tito nel 70 d.C. e furono dispersi nel mondo intero. È chiaro dunque che l’intenzione di Dio mirava ad una stabilità psicologica e spirituale, non geografica, che si sviluppa nell’anima dei credenti, "nei loro cuori".
Gli Ebrei sono considerati da Baruc come "i figli cari della vedova" (Baruc 4,16) perché Israele, castigato da Dio, è paragonato ad una vedova triste ed abbandonata. Questo tema della "vedova" è spesso evocato nelle assemblee esoteriche (Massoneria, Rosa-Croce) e si riferisce ad Israele.
Ricordati l’espressione "vestire di sacco" (Baruc 4,20) che significa essere in lutto a causa di una situazione drammatica. La ritroverai nell’Apocalisse a proposito dei due testimoni di Dio perseguitati dagli uomini della Bestia (Apocalisse 11,3).
Baruc termina il suo libro su un tono ottimistico ricordando il ritorno dall’esilio: "Deponi, Gerusalemme, la veste del lutto e dell’afflizione… ecco i figli tuoi, riuniti da occidente ad oriente…" (Baruc 5,1-9). Il libro conclude con una copia della lettera di Geremia agli esiliati.
Così, Baruc è una "revisione" di Geremia, una testimonianza in suo favore.
1.4. Ezechiele
Il profeta Ezechiele è un prete esule della prima deportazione dei Giudei a Babilonia (2 Re 24,10-17): "Il cinque del mese, era il quinto anno dell’esilio di Ioachin (593-592 a.C.) giunse per Ezechiele, sacerdote, la parola del Signore, nella terra dei Caldei" (Ezechiele 1,1-3). Il tempio di Salomone non era stato ancora distrutto all’inizio della sua missione. Ezechiele è, quindi, contemporaneo di Geremia. In esilio, Ezechiele ebbe delle visioni concernenti la seconda deportazione oltre che la distruzione del Tempio e di Gerusalemme sopraggiunta qualche anno più tardi (nel 586 a.C.). Dio gli domanda di profetizzare contro gli Israeliti ribelli e di annunciare contro di loro questo castigo: "Monti di Israele…Manderò sopra di voi la spada… Trafitti a morte cadranno in mezzo a voi…" (Ezechiele 6,1-7), ma risparmiando un piccolo resto per proseguire il piano messianico divino: "Tuttavia lascerò alcuni di voi scampati alla spada… i vostri scampati si ricorderanno di Me" (Ezechiele 6,8-10).
Le più importanti visioni e profezie di Ezechiele sono:
(Leggile, via via, dopo le mie spiegazioni).
1.4.1. La fine di Israele
Nota che Ezechiele profetizza la "fine" di Israele: "Così dice il Signore Dio al paese di Israele: La Fine! Giunge la fine per i quattro punti cardinali del paese… La fine è giunta, giunta è la fine per te… non avrò compassione, né pietà…", disse il Signore (Ezechiele 7,1-9).
Con Nabucodonosor, nel 586 a.C., fu la prima fine di Israele. Anche Gesù aveva parlato della "fine" di Israele (Matteo 24,3-14). Questo avvenne nel 70 d.C. quando Tito bruciò il secondo Tempio. La maggior parte degli Israeliani scapparono in diaspora. Fu la seconda fine di Israele. Nei tempi apocalittici che noi viviamo, Israele conoscerà una terza ed ultima fine (Matteo 24,14). Questa "Bestia" del capitolo 13 dell’Apocalisse, "e più non riapparirà" (Apocalisse 18,21).
È di questa terza e ultima fine di Israele che Gesù parla ancora nei Vangeli:
"Frattanto questo Vangelo del Regno sarà annunciato in tutto il mondo… e allora verrà la fine" (Matteo 24,14).
Il Vangelo è già proclamato nel mondo intero. La fine delle fini di Israele è molto vicina.
1.4.2. Visione dei 4 Viventi (Ezechiele 1,4-28)
"Vidi un vento impetuoso… in mezzo la forma di 4 Viventi (Ezechiele 1,5). Essi avevano 4 facce e 4 ali… avevano mani umane di sotto le ali sui loro quattro lati (Ezechiele 1,8)… le forme delle facce erano d’uomo… di leone… di bue… e di aquila… sulla parte superiore della volta, che era sulla loro testa, c’era una forma di trono, che sembrava di zaffiro sul quale, in alto, stava una forma umana… così appariva l’aspetto della gloria del Signore" (Ezechiele 1,26-28).
Questa grande visione, come tutte le profezie messianiche, fu incompresa a suo tempo. È una profezia sui Vangeli che presentano il Messia, Gesù. Dio annuncia il castigo Babilonese che si abbatte su Israele del Nord come un vento di tempesta. Perchè il giudizio di Dio si abbatte all’improvviso come una tempesta: "Vegliate e pregate per non essere sorpresi" come le vergini stolte, raccomanda Gesù (Matteo 24,42; Matteo 25,1-13). Nella stessa visione, Dio rivela il suo piano di salvezza in Gesù per l’umanità intera: i 4 Viventi rappresentano i 4 evangelisti. Le loro ali sono il simbolo della loro elevazione spirituale, le mani sotto le ali indicano che sono scrittori, avendo scritto con le loro mani i 4 Vangeli. La "volta" è il cielo, il "Trono" è il Seggio di Dio per giudicare gli uomini tramite i Vangeli. Nel punto più alto del Trono c’è il Messia, allo stesso tempo uomo e Dio, questo Essere "dall’apparenza umana", ma nel quale c’è "l’aspetto della gloria di Dio" (Ezechiele 1,26-28).
Oggi siamo in grado di comprendere che, in questa visione, il Messia fu annunciato da Dio come la sua stessa incarnazione umana; Dio Stesso doveva essere questo Messia che si sarebbe incarnato per salvare i credenti e giudicare gl’increduli: "Il Verbo si è fatto carne", dice Giovanni nel suo Vangelo, "e abbiamo visto la sua gloria, gloria come di Unigenito dal Padre" (Giovanni 1,1-14). Oggi siamo in grado di capire, dopo l’incarnazione del Messia–Dio, che questa gloria divina vista da Ezechiele fu in Gesù di Nazareth nella sua pienezza.
I quattro animali hanno "una figura dalle sembianze umane e ognuna avevano quattro facce e quattro ali unite". La sembianza umana indica che sono degli uomini. Le loro facce sono girate verso le quattro direzioni, perché il loro Messaggio è destinato ai quattro angoli della Terra. Le loro ali sono unite perché sono giunte fra di loro dallo stesso Messaggio, quello del Messia.
"Ciascuno si muoveva davanti a sé; andavano là dove lo Spirito li dirigeva e muovendosi, non si voltavano indietro" (Ezechiele 1,12), perché sono mossi dallo stesso spirito, lo Spirito di Dio che è diritto. Essi portano il loro Messaggio come "il seminatore esce a seminare" (Matteo 13,4), senza voltarsi indietro. "Essi non si voltano indietro" insiste Ezechiele perché "nessuno che ha messo mano all’aratro e poi si volge indietro, è adatto per il Regno di Dio" (Luca 9,62).
"Tra quegli esseri si vedevano come carboni ardenti simili a torce" (Ezechiele 1,13). Questi carboni ardenti e queste torce sono i cuori degli Apostoli e dei credenti che, come dei carboni ardenti, sono infiammati di amore per Dio e il suo Messia e che, come delle torce, illuminano del loro chiarore, questo mondo di tenebre.
"Il fuoco risplendeva e dal fuoco si sprigionavano bagliori. Gli esseri andavano e venivano come un baleno" (Ezechiele 1,13-14). Gesù dice: "Come la folgore viene da Oriente e brilla fino ad Occidente, così sarà la venuta del Figlio dell’Uomo" (Matteo 24,27).
Il Vangelo come il Messaggio dell’Apocalisse è sparso sulla terra intera, via Internet. Si sparge in una strizzatina d’occhi, come la folgore che parte dall’Oriente e arriva fino ad Occidente. Questo avviene tramite gli Apostoli degli Ultimi Tempi, piccoli carboni dai cuori ardenti d’amore per il Messia e la sua Santa Madre.
Nella sua Apocalisse anche Giovanni vide questi 4 Viventi sempre "intorno al Trono" (Apocalisse 4,6), poiché, essendo sul Trono, prendono parte al Giudizio mediante i loro Vangeli: "il vincitore lo farò sedere presso di me, sul mio trono come io ho vinto e mi sono assiso presso il Padre mio sul suo trono", ha detto Gesù (Apocalisse 3,21). Gesù non aveva forse detto ai suoi Apostoli: "Voi che mi avete seguito… quando il Figlio dell’uomo sarà seduto sul trono della sua gloria, siederete anche voi su dodici troni a giudicare le dodici tribù di Israele" (Matteo 19,28)?
Come Ezechiele con questa visione annuncia la prima Venuta del Messia, così l’Apocalisse di Giovanni annuncia la sua seconda Venuta alla fine dei tempi, dopo l’ultima fine dello Stato attuale d’Israele.
1.4.3. Visione del libro mangiato (Ezechiele 3,1-15)
"Mangia questo volume… lo mangiai ed in bocca mi fu dolce come il miele… poi mi disse: ‘Figlio dell’uomo, va’ alla casa d’Israele e riferisci ad essi la mia parola… non temerli, perché sono una casa ribelle… che essi ti ascoltino o no’".
Ezechiele è invitato a "mangiare" il libro della sua profezia, cioè ad assumere la sua missione contro gli Israeliti: "Non sei inviato ad un popolo dal linguaggio oscuro… non a popoli numerosi… ma alla casa d’Israele", dice Dio al suo profeta (Ezechiele 3,5-6). La missione di Ezechiele, al suo tempo, si limitava "alla casa d’Israele", era dunque specifica e non si estendeva "a popoli numerosi".
Quest’immagine del libro "mangiato" è ripresa dall’Apocalisse. Alla fine dei tempi, quando riapparirà Israele, i profeti di Dio sono "di nuovo" invitati a "mangiare un libro" e a testimoniare, non solamente di nuovo contro Israele, come fu per Ezechiele, ma anche "contro una folla di popoli, di nazioni, di lingue e di re" che lo sostengono nella sua ingiustizia: "Và, prendi il Libro aperto… divoralo… Presi quel piccolo libro e lo divorai; in bocca lo sentii dolce come il miele…ma ne sentii nelle viscere tutta l’amarezza. Allora mi si disse: Devi profetizzare di nuovo su molti popoli, nazioni, lingue e re" (Apocalisse 10,8-11). Notare l’amarezza della profezia apocalittica, inesistente in quella di Ezechiele, essendo più penosa perché universale e urtando contro più ostacoli: la profezia di Ezechiele si indirizzava solamente agli Ebrei per informarli della prima Venuta del Cristo. Ora, quella dell’Apocalisse, più difficile da portare, s’indirizza a tutti gli uomini del mondo intero per prevenirli e prepararli al Ritorno di Gesù con la sua prossima seconda Venuta: "Eccolo, che viene… tutti Lo vedranno, anche coloro che Lo hanno trafitto (gli Ebrei) e si batteranno per Lui il petto tutte le tribù della terra" (Apocalisse 1,7).
1.4.4. La nuova alleanza (Ezechiele 11,19-20 & 36,25-27)
Anche qui la profezia della Nuova Alleanza insiste sul cuore e sullo Spirito, non sul possesso di una terra geografica: "Io gli darò un cuore nuovo ed uno spirito nuovo metterò dentro di loro". È lo Spirito Santo di cui ha parlato Gesù (Luca 11,13) che ricevono i suoi veri seguaci (Giovanni 14,15-26 / 16,7-15).
1.4.5. Vedovanza e lutto di Ezechiele (Ezechiele 24,15-27)
Dio annuncia ad Ezechiele la morte di sua moglie, colei che è "la gioia dei suoi occhi" (Ezechiele 24,16) e gli domanda di non portare il lutto: "Non piangere… gemi in silenzio, sta in silenzio e non fare il lutto dei morti" (Ezechiele 24,16-17).
Questo lutto doveva esser il simbolo della distruzione del Tempio che era per gli Israeliti "la gioia dei loro occhi" (Ezechiele 24,21). Solo dopo la distruzione del Tempio incomincerà la missione di Ezechiele, con il compimento della sua profezia, sarà meglio ascoltato. Allora Dio gli permetterà di parlare e gli scioglierà la lingua: "Non sarai più muto" (Ezechiele 24,27), dopo essere stato ridotto al mutismo a causa dell’empietà degli Ebrei: "Resterai muto e non sarai più loro guida; infatti sono una casa ribelle" (Ezechiele 3,26).
La profezia apocalittica ha conosciuto, anch’essa, un lungo periodo di silenzio: "Sigilla quanto hanno detto i sette Tuoni e non metterlo per iscritto" (Apocalisse 10,4). Questo periodo, che è durato venti secoli, è stato seguito dal tempo della proclamazione franca e aperta del messaggio: "Non tenere nascoste le parole profetiche di questo libro; il Tempo (del Ritorno di Cristo) è vicino" (Apocalisse 22,10). Il periodo del silenzio nell’Apocalisse era dovuto al fatto che le profezie apocalittiche non erano ancora compiute per essere capite.
1.4.6. La Resurrezione (Ezechiele 37,1-28)
Ezechiele vide in visione delle "ossa secche" riprendere corpo e tornare alla vita: "Aprirò i vostri sepolcri e vi farò venire fuori dai vostri sepolcri, mio popolo, e vi condurrò nel paese d’Israele" (Ezechiele 37,12). Questa resurrezione è interpretata, da certuni, come il ritorno alla vita dello Stato israeliano attuale. È falso. Questo Stato sarà distrutto per sempre.
La resurrezione in questione è quella dell’anima, del suo ritorno alla vita spirituale della quale ha parlato Gesù (Giovanni 5,24-27). Essa è riservata ai suoi discepoli fedeli. È quella che l’Apocalisse chiama "la Prima Resurrezione" (Apocalisse 20,6). Essa differisce dalla resurrezione finale alla fine dei tempi, chiamata "Seconda Resurrezione", quando il corpo resusciterà anche esso rinnovato (Giovanni 5,28-29).
1.4.7. Gog e Magog (Ezechiele 38-39)
Questi nomi simboleggiano i Pagani dell’epoca. Gli eletti, il "popolo di Dio" trionferanno su di loro. Il libro dell’Apocalisse ci spiega che Gog e Magog, nel XX secolo, non sono altro che gli Israeliani "che hanno invaso tutta l’estensione della Palestina" (Apocalisse 20,7-9). L’Apocalisse getta una luce divina che ci aiuta a ben interpretare l’intenzione di Dio nella profezia di Ezechiele.
1.4.8. Visione del Tempio ricostruito (Ezechiele 40-48)
Una quindicina di anni dopo la distruzione del Tempio, "il 25° anno della nostra cattività" (Ezechiele 40,1), Ezechiele ebbe una visione sulla sua ricostruzione. Egli vide "un individuo dall’apparenza bronzea, con in mano una cordicella di lino ed una canna per misurare (il Tempio)… Egli misurò lo spessore dell’edificio…" (Ezechiele 40,3-5).
Si tratta ben inteso, del Tempio spirituale, poiché Dio disse ad Ezechiele: "Nessuno straniero, incirconciso di cuore entrerà nel mio santuario" (gli scribi aggiungono volentieri: "e incirconcisi di corpo") (Ezechiele 44,6-9). Anche l’Apocalisse parla della costruzione del Tempio spirituale alla fine dei tempi, Tempio misurato, anch’esso, per ammettere soltanto i veri credenti (Apocalisse 11,1). Questo Tempio eterno non sono altro che Dio e Gesù Cristo (Apocalisse 21,22), "nulla di impuro entrerà, né chiunque commette empietà e menzogna" (Apocalisse 21,27). Questa è la vera dimensione del Tempio di Dio che gli Israeliti non hanno potuto comprendere.
Il nuovo Tempio di Ezechiele è quello descritto nell’Apocalisse. Esso è spirituale. Confronta "le acque di vita" che sgorgano dal fiume del Tempio visto da Ezechiele (Ezechiele 47,1) con "il Fiume di vita" dell’Apocalisse (Apocalisse 22,1-2). Il Tempio visto da Ezechiele è spirituale; ciò è una semplice deduzione dal fatto che le sue misure e la sua forma non corrispondono al Tempio costruito da Esdra dopo il ritorno dall’esilio. Quest’ultimo non aveva un fiume di vita sgorgante dal suo Tempio.
1.5. Daniele
Daniele fu condotto in esilio da Nabucodonosor probabilmente al momento della prima deportazione di Giuda (2 Re 24). Egli apparteneva alla nobiltà giudaica: "Il re ordinò di fare venire alcuni ragazzi Israeliti sia di sangue reale che di nobili famiglie… adatti a stare nel palazzo del re… tra loro si trovava Daniele…" (Daniele 1,3-6). Dunque, il profeta non era che un giovane ragazzo quando lasciò la Palestina. "Egli rimase in esilio fino al primo anno del re Ciro" (Daniele 1,21).
Alla corte reale Daniele divenne importante dopo essere stato il solo a rivelare al re il suo sogno e la sua interpretazione (come Giuseppe con il Faraone). Leggi il capitolo 2 poi riprendi il corso.
La statua vista da Nabucodonosor rappresenta 4 imperi che si susseguono nella storia: Babilonese, Medo-Persiano, Greco e Romano. È sotto il quarto di questi imperi, il Romano, che il Messia fu annunciato, Egli è quella "pietra che si staccò, ma non per mano d’uomo e colpì la statua sui suoi piedi… allora si infransero in un istante ferro, argilla, bronzo, argento ed oro… il vento li portò via senza lasciare traccia, mentre la pietra, che aveva colpito la statua, divenne una grande montagna che riempì tutta la terra" (Daniele 2,34).
I 4 imperi sono spiegati da Daniele (Daniele 2,36-43). "Al tempo di questi re, il Dio del cielo farà sorgere un regno (quello del Cristo, il cui Regno non è di questo mondo: Giovanni 18,36) che non sarà distrutto in eterno" (Daniele 2,44). Gesù è venuto, al tempo di questi re, sotto l’impero Romano. Il Suo Regno esisterà sempre e per sempre nei cuori dei suoi fedeli.
L’impero Romano è passato; cosa aspettano ancora certi Ebrei per capire?!
![]() La statua vista da Nabucodonosor e i 4 imperi |
A parte le visioni di Nabucodonosor, Daniele stesso ne ebbe per avvertirlo delle evoluzioni storiche riguardanti i 4 imperi. Noterai che tutte queste visioni turbarono ed affaticarono il profeta (Daniele 7,28; Daniele 8,27). I messaggi divini sono spesso pesanti da portare.
Ecco le principali visioni di Daniele:
1.5.1. Capitolo 7: Visione delle quattro "Bestie"
Le quattro "Bestie" rappresentano i quattro imperi pagani che precedettero la venuta del Cristo. Questa visione è simile a quella della statua di Nabucodonosor (Daniele 2). Sotto il quarto impero verrà il Messia; Egli è "l’Antico (perché le sue origini sono dall’Eternità, dai giorni più Remoti Michea 5,1) che si assise sul Trono" per giudicare (Daniele 7,9). Il giudizio è segnalato dal fatto che "i libri furono aperti" (Daniele 7,10). L’espressione ritorna nell’Apocalisse (Apocalisse 10,2; 20,12). Questi libri aperti sono quelli dell’Antico Testamento. Essi sono "aperti" per dimostrare, tramite le profezie che vi si trovano, che Gesù è veramente il Messia.
Così, coloro che non riconoscono in Gesù il Messia sono confusi e condannati dalle profezie che Lo avevano annunciato (vedere Luca 24,25-27; Atti 17,2-11; Atti 18,28). Isaia rimprovera coloro che non comprendono le visioni profetiche, dicendo che queste sono per loro come "un libro sigillato" (Isaia 29,11).
Queste 4 "Bestie" pagane si ritrovano ancora nell’Apocalisse sotto la forma di "4 cavalli" (Apocalisse 6,1-8). Esse vi sono riunite in una sola "Bestia" che le rappresenta tutte (Apocalisse 13). Questa Bestia dell’Apocalisse che appare alla fine dei tempi differisce da quelle viste da Daniele: questa simboleggia il neo-paganesimo che si manifesta con forza come una sola nazione militarmente ed universalmente potente, il cui centro è la Palestina e la sua capitale ambita: Gerusalemme (Apocalisse 13 e Apocalisse 20,7-9). Si tratta di Israele.
1.5.2. Capitolo 8: Visione di "un Capro dell’Occidente"
Visione di "un Capro dell’Occidente" (Alessandro Magno: "il re di Yavan", Grecia, Daniele 8,5 e 21) che trionfò sull’impero Persiano, "l’Ariete" (Daniele 8,6 e 20). Dopo le sue molteplici vittorie Alessandro morì nel fiore dell’età a 33 anni: "Il capro divenne molto potente; ma quando fu diventato grande, quel suo gran corno si spezzò e al posto di quello sorsero altre 4 corna…". Questi sono i 4 generali di Alessandro che si divisero il suo impero (Daniele 8,8). Antioco Epifane, che hai conosciuto leggendo i Maccabei (1 Maccabei 1,10-44), succedette ad uno di questi 4 e governò la regione della Palestina. La sua politica di ellenizzazione provocò la rivolta dei Maccabei (nel 167 a.C.: 1 Maccabei 2). Egli è simboleggiato dal "Corno che si ingrandì molto in direzione del Sud, dell’Oriente e del Paese dello Splendore" (la Palestina). Questo "Corno" sporcò il Tempio di Gerusalemme "ponendovi l’iniquità (la statua di Zeus) e gettò a terra la verità" (Daniele 8,11-12).
Nota che Daniele non ha compreso la visione (Daniele 8,27). Bisogna ricordare quel principio profetico già menzionato: una profezia riguardante un avvenimento storico si comprende solo dopo il compimento dell’avvenimento predetto. Allora "si aprono" i libri profetici che lo avevano predetto. Questi libri rimangono "chiusi" (o sigillati) per coloro che rifiutano di ammettere il compimento storico della profezia. Saranno ciechi per sempre, i loro occhi chiusi alle verità divine.
1.5.3. Capitolo 9: Fine dei 70 anni di deportazione
Daniele "scrutava le Scritture" (di Geremia) e pregava Dio per "cercare di capire quando dovevano terminare i 70 anni di esilio, come fu rivelato dal Signore al profeta Geremia" (Daniele 9,2). Dio scelse l’occasione per rivelargli il Suo piano di salvezza mediante la venuta del "Principe-Messia" (Gesù) che sarà "ucciso 69 settimane dopo la ricostruzione di Gerusalemme" (Daniele 9,25-26). Dio invita Daniele a non limitarsi ai 70 anni di Geremia, ma a guardare molto più lontano e ad avere una visione globale: i 70 anni sono 70 "settimane" di anni, dunque 70x7=490 anni, epoca approssimativa della venuta di Gesù.
Queste "70 settimane di anni" sono divise in 3 periodi: 62-7-1. "Dopo 62 settimane, un Consacrato (Messia) sarà soppresso (egli fu infatti rigettato e crocifisso) e… (il trono politico sionista di Davide) non sarà suo" perché il suo regno è spirituale. La città di Gerusalemme ed il Tempio saranno dunque di nuovo "distrutte da un principe che verrà" (Daniele 9,26). È stato Tito a compiere questa profezia distruggendo il Tempio una seconda volta, nel 70 d.C.. Una tale profezia che annunciava una seconda distruzione del Tempio, non consolava di certo Daniele.
Il periodo di Daniele per il "Principe-Messia" è di 62+7=69 settimane di anni (simbolici). L’ultima settimana di anni si riferisce all’epoca della Venuta del Messia. L’ultima metà settimana, cioè 3 giorni e mezzo, rappresenta i tempi apocalittici che noi viviamo. Sono conosciuti come la fine dei tempi, quando si vedrà "l’abominio della desolazione " a Gerusalemme (Daniele 9,27 e Matteo 24,15). Questo abominio non è altro che l’Anticristo sionista a Gerusalemme oggi: il nemico del Cristo sulla terra santa con il suo processo di crimini e di distruzione. Le "70 settimane di anni" termineranno "alla fine, al termine assegnato per il devastatore (Israele)" (Daniele 9,27). O ancora, secondo l’espressione di Gesù: "Gerusalemme sarà calpestata dai Pagani (i Sionisti che Lo rifiutano) finché saranno compiuti i tempi dei pagani (lo Stato d’Israele)" (Luca 21,24).
![]() Daniele 9,20-27 |
1.5.4. Capitolo 12: Visione della fine dei tempi
Quest’ultima visione riguarda il periodo apocalittico che precede immediatamente la fine dei tempi. "Sarà un tempo di angoscia come mai c’è stato da quando vi fu un popolo fino a quel momento" (Daniele 12,1)… "e che non ci sarà mai più", confermò più tardi Gesù (Matteo 24,21). Questo periodo è un segno della fine dei tempi, segno dato perché i saggi si preparino al Giudizio finale, quando "Molti di quelli che dormono nella polvere della terra si risveglieranno: gli uni alla vita eterna e gli altri alla vergogna e per l’infamia eterna" (Daniele 12,2).
Questa visione è simile alle visioni apocalittiche di Giovanni. Essa rivela un numero simbolico di giorni (1290 e 1335: Daniele 12,11-12) un numero complementare a quello rivelato a Giovanni (1260: Apocalisse 11,3 e 12,6). Per comprendere è indispensabile un paragone fra i due testi.
Tuttavia non è che dopo il compimento degli avvenimenti apocalittici (caduta di Israele e terza guerra mondiale) che queste cifre "si apriranno" alla nostra intelligenza e diventerà chiaro il loro simbolismo. È la ragione per la quale Daniele "ascoltava senza comprendere" (Daniele 12,8). Questi avvenimenti dureranno "un tempo, due tempi e la metà di un tempo", sono tre tempi (o periodi) e mezzo (Daniele 12,7). Questi sono i "tre tempi e mezzo" ed i "tre giorni e mezzo" di Apocalisse 11,8-11. Essi corrispondono alla metà settimana di Daniele 9,27. Nessuno potrà comprendere questa profezia prima "del compimento di tutte queste cose, quando sarà finito colui che dissipa le forze del popolo santo" (Daniele 12,7). Si tratta della distruzione dell’Anticristo israeliano che ha sedotto ed indebolito i credenti. "Va’ Daniele, queste parole sono nascoste e sigillate fino ai tempi della Fine" (Daniele 12,9). È con la spiegazione dell’Apocalisse che tutte queste profezie saranno chiarite.
La Bibbia ebraica termina il libro di Daniele al dodicesimo capitolo. I capitoli tredici e quattordici si trovano solo nella Bibbia greca. Rivelano la sapienza di Daniele. Sono facili da capire.
1.5.5. La sintesi
Ecco un testo conciso per comprendere bene le profezie di Daniele. Io propongo di leggere i primi 12 capitoli del suo libro e particolarmente i capitoli 1; 2; 3,1-23; 4; 7; 8; 9; 12. La chiave per comprendere queste profezie è realizzare che esse riguardano l’epoca della Venuta futura del Messia impazientemente atteso allora dagli Ebrei.
Gesù, a più riprese (più di 40 volte nei Vangeli), aveva detto che Egli era il "Figlio dell’uomo" (Matteo 8,20; Matteo 12,40; Matteo 24,30-; Marco 9,12; Marco 13,29; Luca 12,8; Luca 18,8; Luca 21,36; Giovanni 1,51; Giovanni 6,27; Giovanni 9,35; Atti 7,56). Gli Ebrei non compresero e Gli domandarono: "Chi è questo Figlio dell’Uomo?" (Giovanni 12,34). Gesù si riferiva alla visione di Daniele 7,13-14 che annunciava l’Avvento del Messia "venire sulle nubi del Cielo, simile ad un Figlio d’uomo… il suo regno è tale che non sarà mai distrutto…". Ricorda che con la Sua Venuta "il giudizio si tenne, i libri furono aperti" (Daniele 7,10-15). Si tratta di libri profetici da aprire, da consultare, per dimostrare, tramite queste Sante Scritture, che Gesù è veramente il Messia annunciato dai profeti (Atti 17,2; 17,11). Ritroviamo quest’espressione in Apocalisse 20,12 a proposito della Seconda Venuta di Gesù per dimostrare, sempre tramite le Sante Scritture aperte, e in particolare tramite il Libro dell’Apocalisse, questo "altro Libro aperto", che il Messia, venuto 2000 anni fa, è già spiritualmente di ritorno.
Per comprendere le profezie di Daniele, occorre rendersi conto che nel suo libro tutto è imperniato sull’Avvento del Messia. Questo è il punto centrale di questo libro. Tutte le altre profezie sono di carattere storico e riguardano gli imperi precedenti l’Avvento del Messia, quelli che si succederanno durante e dopo Daniele: Babilonese, Medo, Persiano, Greco poi Romano. È sotto questo ultimo impero, l’impero Romano, che il libro di Daniele annuncia l’Avvento di questo "Figlio d’uomo" (Daniele 7,13-14), di questo "Messia soppresso" (Daniele 9,26), di questa "pietra staccatasi dalla montagna, ma non per mano di uomo" (Daniele 2,34), questa "pietra d’inciampo" di cui parla Gesù (Matteo 21,42) che ha ridotto gli imperi umani in polvere e il cui regno spirituale non passerà mai (Daniele 2,29-45).
L’angoscia di Daniele era dovuta all’esilio babilonese e alla distruzione del tempio. Geremia aveva predetto che questo esilio sarebbe durato 70 anni (Geremia 25,11-12 e Geremia 29,10). Ora questo periodo era passato. Daniele non vedeva la fine delle disgrazie d’Israele. Perché ci furono due esodi: il primo nel 597 a.C. seguito da un secondo nel 587 a.C.. Un timido ritorno dall’esilio ebbe luogo dopo l’editto di Ciro nel 538 a.C.. Verso il 538 ci fu un tentativo di costruzione del tempio, seguito però da un’interruzione che sarebbe durata "fino al secondo anno del regno di Dario" a causa dell’opposizione dei Samaritani (Esdra 4,24). Comprendiamo così l’ansia di Daniele impaziente di vedere il Tempio ricostruito: "Nell’anno primo di Dario" avendo "io Daniele tentato di comprendere nei libri il numero degli anni di cui il Signore aveva parlato al profeta Geremia e nei quali si dovevano compiere le desolazioni di Gerusalemme, cioè 70 anni" (Daniele 9,1-2). Così dunque nell’anno 1 di Dario i 70 anni erano compiuti, ma il Tempio non era ancora stato ricostruito secondo l’attesa di Daniele e di tutti gli Ebrei.
Così il punto importante da cogliere è che Daniele languiva di vedere in piedi il Tempio e sopraggiungere il Messia come imperatore onnipotente per stabilire, infine, l’impero israeliano sul mondo. Com’è il caso degli Israeliani sionisti dei nostri giorni.
Questo profeta decise dunque di fare penitenza tramite il digiuno e confessare, in un’arringa ben strutturata, le molteplici colpe del suo popolo, supplicando il Creatore di perdonare e di ricostruire il Tempio, questo non tanto per i meriti del popolo israeliano peccatore, ma per il proprio onore divino (Daniele 9,3-19). Egli cercò di convincerLo che si trattava della Sua reputazione divina: "O Signore, fa risplendere il Tuo volto sopra il Tuo santuario che è desolato… Non presentiamo le nostre suppliche davanti a te, basate sulla nostra giustizia, ma sulla tua grande misericordia. Signore ascolta… poiché il tuo Nome è stato invocato sulla tua città (Gerusalemme) e sul tuo popolo" (Daniele 9,17-19).
Davanti a quest’insistenza umana di buona fede, insistenza dovuta all’ignoranza e all’incomprensione del piano divino di questo "uomo prediletto" (Daniele 10,11), il Cielo intervenne presso Daniele, subitamente e con foga, per interrompere questa litania di vane parole: "Mentre stavo ancora parlando… Gabriele volò veloce verso di me…" (Daniele 9,20). Questa brutale interruzione di Gabriele ricorda l’insegnamento di Gesù: "Nelle vostre preghiere, non sprecate le parole… il Padre vostro sa di quali cose avete bisogno…" (Matteo 6,7). Ci voleva per Daniele questo intervento angelico per mettere fine a questa valanga di parole inutili. Perché, "mentre stavo ancora parlando…" dichiara (Daniele 9,20).
Gabriele gli dice: "Sta attento alla parola e comprendi la visione: 70 settimane sono fissate per il tuo popolo e per la tua santa città per mettere fine all’empietà, mettere i sigilli ai peccati, espiare l’iniquità, portare una giustizia eterna, suggellare visione e profezia, ungere il Santo dei Santi. Sappi e intendi bene… Sull’ala del tempio sarà l’abominio della desolazione e ciò sarà sino alla fine, fino al termine segnato sul devastatore" (Daniele 9,24-27).
Daniele non comprese nulla di questa visione malgrado Gabriele gli avesse detto: "Stai attento alla parola e comprendi la visione". Il profeta aveva fretta di vedere compiersi sulla terra gli avvenimenti annunciati da Geremia dopo i 70 anni di esilio. Ora il cielo gli venne ad annunciare che erano assegnate 70 settimane, anzi 70 settimane d’anni, cioè 70 x 7 = 490 anni ancora prima del compimento storico delle profezie e questo, non per ricostruire il tempio di Gerusalemme secondo l’aspettativa di Daniele, ma "per ungere il Santo dei Santi", cioè il Messia che è il vero Tempio nella concezione divina. Il Tempio di Gerusalemme perde così la sua importanza. È Gesù che chiarirà queste profezie annunciando la Sua Venuta circa 490 anni dopo (70 settimane di anni dopo Daniele): "Distruggete questo santuario (il Tempio) e in tre giorni lo riedificherò… Egli parlava del Tempio del suo Corpo" (Giovanni 2,18-22). Ancora più tardi, dopo la Resurrezione di Gesù, gli Apostoli compresero che il Tempio di Dio risiede in tutte le anime discepole di Gesù (1 Corinzi 3,16-17). L’Apocalisse di Giovanni meglio ancora rivela: tutti gli edifici religiosi materiali, templi, chiese, moschee, pagode, ecc… diventeranno obsoleti, perché nella Gerusalemme celeste non ci sono templi, né edifici di questo tipo (Apocalisse 21,22). Daniele era ben lontano da questa concezione divina, egli è stato superato, sconvolto da questo culto in spirito. Comprendiamo così il suo stato d’animo di spossatezza (Daniele 8,27 / 10,9-10).
È tramite lo Spirito di Gesù che ci è donato di comprendere le profezie secondo l’intenzione di Dio. Daniele non poteva dunque ancora afferrarle; Giovanni Battista stesso, venuto 5 secoli più tardi, lui il precursore del Messia, non le aveva ancora comprese. Secondo la testimonianza di Gesù, Giovanni era "più di un profeta, tuttavia il più piccolo nel Regno dei Cieli è più grande di lui" (Matteo 11,11). Perché Giovanni Battista, anche egli, come Daniele, si aspettava un regno israeliano teocratico. Ora "il più piccolo nel Regno dei Cieli" ha ben colto la dimensione spirituale, interiore del Regno divino e del suo impero eterno. Lo sconvolgimento psicologico prodotto in Daniele, anche incoscientemente, fu che egli "rimase sfinito e si sentii male per diversi giorni" (Daniele 8,27).
Le visioni di Daniele non si limitano alla prima Venuta di Gesù; si estendono fino ai tempi del suo Ritorno, ai tempi apocalittici: "Vi sarà un tempo di angoscia, come non c’era mai stato" (Daniele 12,1). Gesù riprende questa profezia in Matteo 24,21 e si riferisce "all’abominio della desolazione" di cui ha parlato il profeta Daniele (Matteo 24,15). Tramite la sua prima e la sua seconda Venuta, Gesù "apre i libri", cioè i libri profetici che annunciavano la sua Venuta e il suo Ritorno in vista del giudizio (Daniele 7,10 e Apocalisse 20,12). Così tutte le profezie di Daniele si compiono tramite queste 2 Venute. Aspettiamo il "termine assegnato al devastatore" (Daniele 9,27): cioè la caduta della Bestia. Allora comprenderemo il poco che ci resta ancora da comprendere delle profezie.
Da ricordare: il libro di Daniele riguarda principalmente le due Venute di Gesù che con il suo ritorno spiegherà le parole di Daniele destinate, da nostro Padre, a rimanere "sigillate fino al tempo della fine" (Daniele 12,4). Noi ci siamo.
1.5.6. Supplemento
Riflessione su Daniele ieri e su di noi oggi, gli Israeliani con i Romani ieri e con gli USA oggi:
Daniele 2 presenta il sogno di Nabucodonosor sulla "statua con la testa d’oro… e i piedi in parte di ferro e in parte d’argilla". Questo significa "che le due parti si mescoleranno per via di matrimoni, ma non potranno diventare una cosa sola, come il ferro non si amalgama con l’argilla" (Daniele 2,43). Questi matrimoni fragili, nell’intenzione di Dio, sopraggiungono 3 secoli dopo Daniele, indicando l’alleanza fragile tra i Romani e gli Israeliani dell’epoca, come rivelato dal primo libro dei Maccabei 8,17 ecc… Questa alleanza "per via di matrimoni", cioè tra Romani e Israeliani, non poteva che essere fragile. Una tale mescolanza umana è friabile tanto quanto è impossibile amalgamare il ferro e l’argilla. I Romani, a quel tempo, avevano la reputazione di essere invincibili, reputazione che oggi hanno gli Stati Uniti (1 Maccabei 8,1-14 specialmente i versetti 11-13). Il sostegno romano incondizionato agli Ebrei si vede nella lettera rivelata in 1 Maccabei 15,15-24. Sotto l’impero Romano, Israele esisteva dunque già come Stato. Non è quindi sbagliato dire che "questa Bestia esisteva nel passato" (Apocalisse 17,8) sostenuta dai Romani. Tutto questo preparava la venuta di Colui il cui "Regno non avrà fine e non sarà mai distrutto…" (Daniele 2,44) essendo nelle anime. Di fatto è sotto l’impero Romano che il nostro Salvatore benedetto è venuto. Malgrado il sostegno romano agli Israeliani ieri, sono stati i Romani a distruggere il regno israeliano tramite Tito nell’anno 70 d.C.. Così appare la fragilità dell’alleanza.
Oggi, "di nuovo", Israele, la prima Bestia apocalittica, ha ottenuto la protezione dell’onnipotente Stato americano, la seconda Bestia apocalittica. Anche questa ha preparato e prepara ancora la venuta di Colui il cui "Regno non avrà fine…". Si tratta oggi della Sua seconda venuta, del suo Ritorno, sempre nelle anime. Quelli che non dormono ma che restano fedeli fino alla fine, vegliando con l’arma del discernimento, "Gli apriranno appena bussa alla porta del cuore" (Luca 12,35-36; Luca 24,33; Apocalisse 3,20).
![]() Contesto storico del profeta Daniele |




