Il corso biblico

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1. Terza Lezione - Da Abramo a Isacco (Genesi da 12 a 24)

1.1. Abramo

Abramo apparve sulla terra venti secoli a.C., 4000 anni fa. A quell’epoca Dio non era conosciuto. Ogni paese aveva i propri dei, dei quali uno era superiore all’altro. Politeismo e mitologia erano dappertutto con gli dei che cambiavano nome a seconda del paese. L’idolatria regnava in ogni luogo sotto forma di statue in legno o pietra degli dei Assiri, Babilonesi, Cananei, ecc… Gli idoli della mitologia greca pullulavano ancora 1500 anni dopo Abramo. Gli imperi idolatri (Assiri, Babilonesi, Greci e Romani) opposero al monoteismo nascente un rifiuto assoluto. Essi lo combatterono ferocemente e perseguitarono i primi credenti. Troviamo un'eco di questa resistenza al monoteismo nei regimi atei moderni.

Al tempo di Abramo non c’erano né Giudei, né Ebrei. Contrariamente a quanto pretendano alcuni, Abramo era un Siriano di Carran, non un Ebreo. Gli scribi, con un fine razzista, si sforzarono di convincere i loro correligionari di un errore storico facendo finta che gli Ebrei esistessero prima di Abramo come popolo ebraico, discendente direttamente da uno dei figli di Sem, Eber, da cui il nome ebreo. Alcuni presentano questo popolo come la "razza" di Eber.

I figli di Sem, secondo gli scrittori della Genesi, sono: Elam, Assur, Ar-Pacsad, Lud e Aram. Bisogna notare che questi figli di Sem, sono nomi di paesi. Elam era a sud dell’Iran e la sua capitale era Susa, Assur era l’Assiria (attuale Iraq), Lud era probabilmente in Palestina (l’aeroporto di Lod in Israele) e Aram era l’attuale Siria. Questo vuol dire che tutte queste regioni essendo appartenute ai figli di Sem, sono di proprietà degli Ebrei per eredità e formano il "Grande Israele", l’impero al quale aspirano oggi gli Israeliani. Questi limiti figurano sull’attuale moneta israeliana.

Gli scribi biblici, cercando di giustificare il loro sentimento di essere il "popolo eletto", presentarono Abramo come già Ebreo al momento della sua chiamata, essendo "figlio di Eber", discendente di Ar-Pacsad (Genesi 11,10-26), figlio di Sem. Questo "Eber" avrebbe dato il suo nome agli Ebrei (Genesi 11,14). Tutta questa messa in scena genealogica mirava a presentare gli Ebrei come eletti da Dio, tutti insieme, nella persona di Abramo. Così dunque, il mondo intero dovrebbe comprendere che tutti gli Ebrei, di tutti i tempi e di tutti i luoghi, formano l’unico "popolo eletto", la sola razza scelta e posta da Dio al di sopra di tutte le altre razze.

Per questo gli scribi insinuarono con finezza in Genesi 14,13: "Abramo l’Ebreo". Quest’attributo è stato introdotto furtivamente dalla "penna menzognera degli scribi" (Geremia 8,8) per acquisire dei privilegi razziali e socio-politici. Mosè, per combattere questa tendenza fanatica ricordò agli Ebrei che il loro padre, Abramo, "era un Arameo (un siriano) errante…" (Deuteronomio 26,5), non un Ebreo. Basta leggere la Genesi per convincersi che tutta la famiglia di Abramo, i suoi figli e anche le loro mogli siano siriani. Nessuno nella Bibbia parla di un popolo ebraico preesistente ad Abramo e nemmeno la storia.

Dio scelse dunque un uomo e non un popolo, un Siriano (Arameo) e non un Ebreo. Gli Ebrei non esistevano ancora all’epoca.

Dio benedisse Abramo e poi gli disse: "In te saranno benedette tutte le nazioni della terra" (Genesi 12,3). I rabbini interpretano questo versetto così: "In Abramo saranno benedetti gli Ebrei di tutte le nazioni della terra". Quest’interpretazione restrittiva non è l’intenzione di Dio.
La chiamata di Dio ad Abramo avvenne quando egli aveva 75 anni e sua moglie, Sara, 65 anni. Si trovava allora a Carran (Aran), a nord della Siria. Dio gli disse: "Fuggi dal tuo paese, dalla tua parentela… per il paese che io ti indicherò. Farò di te un grande popolo…" (Genesi 12,1-2), "una grande nazione", traducono i rabbini per dare una sfumatura politica, israeliana, alla scelta divina.

Successivamente Dio cambiò il nome di Abram in Abraham (Ab = padre), "perché", disse, "io ti faccio padre di una moltitudine di popoli" (Genesi 17,5). Qui apparve il piano universale di Dio, inglobando tutti gli uomini, e non per il vantaggio esclusivo di un gruppo particolare. Gli Ebrei fanatici non vedono in questa moltitudine che gli Ebrei dispersi tra le nazioni per governare il mondo. Queste nazioni sono i discendenti di Iafet, i non Ebrei, "da costoro derivarono le nazioni disperse (dei non-Ebrei) per le isole nei loro territori, ciascuno secondo la propria lingua e secondo le loro famiglie, nelle loro nazioni" (Genesi 10,1-5). Le "isole delle nazioni" rappresentano le isole e i paesi mediterranei oltre che il mondo non ebraico.

Gesù denunciò il razzismo degli scribi e dei farisei. I Suoi discepoli compresero che Dio non aveva mai scelto un "popolo", ma che aveva voluto formare una comunità di credenti dalla quale doveva nascere il Messia. Questa comunità aveva la missione di preparare gli uomini, tutti gli uomini, a questo grande piano divino, invece di tenere per sé sola questo disegno di salvezza universale. Gli Apostoli capirono che tutti coloro che credono in Gesù sono figli di Abramo, perché questa è una filiazione di ordine spirituale e non carnale. San Paolo disse in effetti: "E se appartenete a Cristo, allora siete discendenza di Abramo" (Galati 3,29). Questa discendenza benedetta è, perciò, di ordine universale, comprendendo tutte le nazioni e tutte le razze, come fu annunciato ad Abramo.

Abramo fu chiamato 2000 anni prima di Gesù Cristo, così il Cristo è esattamente tra lui e noi, uomini del XXI secolo. Certi si domandano perché Dio abbia tanto atteso per manifestarsi agli uomini. Essi erano esistiti da migliaia di secoli prima di Abramo! La risposta è la seguente: il peccato originale ha fatto perdere all’uomo le proprie facoltà spirituali e psicologiche. Si è dovuto attendere molto tempo perché questi recuperasse, lungo i secoli, un minimo di capacità che lo rendesse adatto alla riflessione. Così ha potuto raggiungere un certo grado di maturità intellettuale, per comprendere che Dio è Spirito, che Egli è unico, che non bisogna cercarLo negli oggetti materiali (sole, ecc…), né negli idoli. Ancora oggi molti non sono capaci di cogliere le realtà spirituali e l’esistenza del Dio unico. Nelle società dette civilizzate il feticismo e la superstizione regnano ancora. Ci sono ancora delle tribù politeiste in Africa, in Asia, in America e in Australia. Capirai come sia difficile rivelare Dio agli uomini nel nostro secolo: essi devono avere un minimo di interesse spirituale e avere raggiunto una certa maturità morale per accettare Dio… o rifiutarLo per interessi personali anche dopo averLo conosciuto.
Così, André Gide, scrittore francese dei nostri giorni, dopo essersi pentito dei suoi disordini omosessuali e aver dichiarato il proprio amore per Dio, indirizzandosi a Lui, diceva:

"Scusa, Signore. Sì lo so che mento, la verità è che, questa carne che odio io l’amo più di quanto io ami Te". (André Gide lui stesso, Ecrivains de toujours, Editions du seuil, Claude Martin, 1963)

Oggi coloro che la pensano in questo modo sono molti.

Abramo è invitato da Dio a lasciare il suo paese, la Siria, i suoi parenti e la casa di suo padre. Si doveva allontanare dal suo ambiente idolatra e politeista per isolarsi, lontano da tutte le contaminazioni spirituali e dagli attacchi avversi. Dio lo inviò dove nessuno lo conosceva per salvaguardare il suo piano e garantire la sua buona evoluzione. Abramo doveva distaccarsi dalla società che lo conosceva, dai parenti e dagli amici che costituivano un pericolo per la sua nuova fede. È il caso di tutte le persone che cominciano a scoprire Dio e la vita spirituale, questo suscita l’astio dei materialisti. Non aveva detto Gesù che: "Nemici dell’uomo saranno quelli di casa sua?" (Matteo 10,36). Tutti gli uomini che ascoltano la chiamata di Dio e vogliono lasciarsi attirare dalla vita dell’anima devono sapersi decondizionare, distaccarsi dalla propria mentalità, liberarsi dai legami che possono ostacolare lo slancio interiore. Questo è spiegato nella "Premessa" e nella "Presa di coscienza". Bisogna avere il coraggio di rompere con tutte le persone che ci impediscono di evolvere, anche se sono membri della famiglia. Il Salmo 45,11 dice all’anima credente: "Ascolta, figlia mia, guarda e porgi l’orecchio, dimentica il tuo popolo e la casa di tuo padre (decondizionati!); allora il Re (Dio) ti troverà bella. Egli è il tuo Signore, prostrati davanti a Lui!". Gesù dice ancora a questo proposito: "Colui che ama sua madre o suo padre più di me, non è degno di me!" (Matteo 10,37).

Ecco adesso i punti più importanti di questa lezione:

1.2. Dio promette ad Abramo una discendenza e una terra (Genesi 12,6-7)

Dopo aver chiesto ad Abramo di lasciare il suo paese, la Siria, Dio gli annuncia che lo avrebbe protetto e ricompensato: "Non temere Abramo, Io sono il tuo scudo e la tua ricompensa sarà grandissima". Questa dichiarazione non soddisfa il Chiamato: "Mio Signore Dio che cosa mi darai? Io me ne vado senza figli…". Per consolarlo, Dio gli promise una discendenza numerosa quanto le stelle (Genesi 15,1-6).



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A questa promessa Dio aggiunse quella di donare a lui, come ai suoi discendenti, una terra che lo avrebbe accolto, per compensarlo di quella che aveva lasciato: "Alla tua discendenza io darò questo paese" (Genesi 12,7). Gli scribi passarono brutalmente dalla discendenza reclamata da Abramo a una terra non reclamata e non specificata. Essa non fu individuata che più tardi nella terra di Canaan, la Palestina.

Questo dono geografico ai discendenti di Abramo è all’origine della nozione di "Terra Promessa" che gli Ebrei, lungo i secoli e a torto, si sono attribuiti con esclusività. Per rettificare questa falsa interpretazione, occorre comprendere ciò che sono, secondo Dio, questa terra e la vera discendenza di Abramo.

La terra che Dio promette non è un luogo geografico, è piuttosto il simbolo di una realtà più alta ed eterna. Si tratta della felicità celeste, quella di cui gioiva Adamo prima della sua espulsione dal Paradiso. Questa "Terra Promessa" simbolizza Dio stesso, il solo capace di saziare pienamente l’anima assetata di vita e di felicità; il Creatore è la sola Patria stabile e sicura. Per sempre.

San Paolo conferma questo significato spirituale della Terra Promessa dicendo: "Per fede Abramo, chiamato da Dio, obbedì per un luogo che doveva ricevere in eredità… trasmigrò verso la Terra Promessa, come verso una terra straniera… Aspettava infatti la città ben fondata della quale è stato architetto e costruttore Dio stesso…" (Ebrei 11,8-10). Questa città non terrena è Dio stesso, "perché", spiega ancora Paolo, "non abbiamo infatti quaggiù una città permanente, ma andiamo in cerca di quella futura" (Ebrei 13,14).

Quanto ai discendenti di Abramo, essi sono i discepoli di Gesù. Paolo segnala questo fatto dicendo: "E se appartenete a Cristo allora siete discendenza di Abramo, eredi secondo la promessa (della Terra Celeste)" (Galati 3,29).

Dio invita Abramo ad installarsi a Canaan per vivervi in pace con gli abitanti del paese. L’intenzione divina era che questa prima comunità monoteista spargesse con fraternità e saggezza la luce del Dio unico intorno a loro. Lo scopo di Dio non era di "espellere, cacciandoli, gli abitanti del paese…" come riportato senza vergogna dagli scribi nel libro dei Numeri (Numeri 33,55). Questi sono quei versetti che Geremia denuncia come menzogneri (Geremia 8,8). Lo scopo di Dio, chiamando Abramo, non è mai stato politico né nazionalista, ma spirituale e universale.

Quando gli Ebrei penetrarono in Palestina nel XIII secolo a.C., dopo essere usciti dall’Egitto con Mosè, vi si installarono e vollero creare un regno israeliano. Questa politicizzazione del giudaismo fu condannata da Dio e dai profeti.

Abramo non aveva avuto per missione di creare una nazione "come tutte le nazioni", ma di formare una comunità monoteista composta da tutte le nazioni. Questa missione consisteva nel rivelare il Dio unico e nel preparare l’umanità ad accogliere il Messia. Gli Ebrei hanno deviato il piano universale di Dio trasformando il giudaismo in sionismo politico.

Quando gli scribi redassero la Bibbia nel X secolo a.C., il regno israeliano era già stato fondato. La stesura della Bibbia si fece dunque in uno spirito già politicizzato, sionista. La Rivelazione divina passò per il prisma sionista e gli scribi si sforzarono di inserire nei testi un tono e insinuazioni favorevoli alla loro politica. I profeti non mancarono di denunciare questa pratica "menzognera" (Geremia 7,22 / 8,8).

Per creare uno stato israeliano, ieri come oggi, furono commessi crimini innominabili che continuano anche oggi. I profeti Michea ed Isaia, VIII secolo a.C., avevano già denunciato: "I capi della casa d’Israele che detestano la giustizia e che costruiscono Sion (il sionismo) con il sangue e Gerusalemme (capitale d’Israele) con il crimine" (Michea 3,9-10). "Guai a voi che aggiungete casa a casa e campo a campo finché non vi sia più spazio e così restate soli ad abitare nel paese" (Isaia 5,8).

Così, secondo i profeti stessi, un nazionalismo ebreo non può che essere edificato sull’ingiustizia.

Nel XII secolo a.C. Gedeone aveva compreso questo. Alla domanda degli Israeliti di proclamarlo re d’Israele, egli oppose un categorico rifiuto: "Io non regnerò su di voi, né mio figlio regnerà; il Signore regnerà su di voi" (Giudici 8,22-23). Anche il profeta Samuele rifiutò di cedere alla richiesta dei capi Israeliani che gli avevano domandato: "Stabilisci per noi un re che ci governi, come avviene per tutti i popoli. Questo dispiacque a Samuele…". Il profeta tentò di dissuaderli, ma il popolo rifiutò di ascoltare Samuele e rispose: "No! Noi vogliamo un re e saremo come tutte le altre nazioni" (1 Samuele 8,4-21). Il popolo realizzò che fondando un regno avrebbe gravemente peccato e riferì a Samuele: "Abbiamo aggiunto a tutti i nostri errori, il peccato di aver chiesto per noi un re" (1 Samuele 12,19).

Gesù, a sua volta, rifiutò questo regno terreno. Ecco perché, vedendo che i nazionalisti Ebrei, abbagliati dai Suoi miracoli, "erano venuti per prenderlo (con la forza) per farlo re (politico)… Egli fuggì sulla montagna tutto solo" (Giovanni 6,15). Davanti a Pilato che gli aveva domandato: "Sei dunque re?", Egli rispose: "Tu lo dici, io sono re… Il mio regno non è di questo mondo" (Giovanni 18,36-37).

Di conseguenza tutti i Cristiani che riconoscono agli Ebrei il diritto di considerare la Palestina come loro terra promessa dimostrano di non avere compreso nulla del messaggio di Gesù. Un Cristiano favorevole all’instaurazione di uno stato israeliano cessa di essere il testimone di Gesù.

Nota infine che la frontiera precisa di questa terra "promessa" varia nella Bibbia secondo le ambizioni e gli appetiti dei diversi scribi lungo tutti i secoli. In Genesi 15,18 i confini vanno dal Nilo all’Eufrate, in Numeri 34,1-12 la frontiera Orientale si ferma al Giordano e al Mar Morto, ben lontano dall’Eufrate…, in Giosuè 1,4 è di nuovo fino all’Eufrate, ma in Occidente la frontiera si restringe fino al Sinai e non osa estendersi fino al Nilo. Se Dio fosse stato l’ispiratore delle frontiere israeliane, queste non sarebbero state così fantasiose. Dio non si contraddice mai.

1.3. Melchisedek (Genesi 14,17-20)

È molto importante conoscere Melchisedek perché egli simbolizza il Messia, come spiega Paolo in Ebrei 7,1-3: "Questo Melchisedek re di Salem… è senza padre, senza madre (conosciuti), senza genealogia senza principio di giorni né fine di vita, fatto simile al Figlio di Dio (Gesù)…".

Adesso leggi velocemente i capitoli da 12 a 50 della Genesi, incontrerai dei punti oscuri, estranei alla nostra mentalità ed ai costumi del XXI secolo. Non ti fermare, ma prosegui la tua lettura fino alla fine. Poi riprenderai questo corso biblico dove troverai tutti i chiarimenti necessari. Fai attenzione durante la lettura a come Dio abbia formato, tramite Abramo, una società monoteista in mezzo alle nazioni pagane dell’epoca. Nota il suo ruolo spirituale, non politico. Dio ha formato questa comunità a partire da un uomo siriano e non ha assolutamente scelto un popolo ebreo, che per di più all’epoca non esisteva.

Il capitolo 14 racconta la guerra di Abramo per salvare Lot, suo nipote. Ti avevo spiegato perché il versetto 13 parla di Abramo "l’Ebreo", parola introdotta dagli scribi per dare l’impressione che gli Ebrei esistessero dall’inizio del mondo. Ricordati sempre che il Raggio della Rivelazione divina è passato dal prisma deformante della politica sionista razzista. Per ritrovare questo Raggio nella sua purezza e nella sua limpidezza, bisogna, come ho già detto, esorcizzare la Bibbia del suo contenuto politico-sionista, così come l’oro viene purificato dal fango con il fuoco e come il grano è liberato dalla zizzania.

Dopo la Vittoria di Abramo, Melchisedek si congratula con lui e lo benedice. Chi è Melchisedek? Non è conosciuto nella Storia. La Genesi non rivela che i suoi aspetti simbolici che, come spiega Paolo "lo fanno assomigliare al Figlio di Dio" (Ebrei 7,1-3). La Genesi rivela che egli è re e prete allo stesso tempo. Egli è Re di "Salem" (Gerusalemme) essendo sacerdote di "El-Elion", termine aramaico che significa "Dio Altissimo" o "Dio supremo", il più alto e più grande in potenza di tutti gli altri dei della mitologia medio-orientale. Da notare che è questo Dio Supremo che "creò il cielo e la terra" (Genesi 14,19). Il Dio che Melchisedek adorava era dunque, a sua insaputa, il Dio unico Creatore che noi conosciamo, Colui che si era rivelato a Abramo, poi a Mosè e che si è incarnato nel Suo Messia, Gesù di Nazareth.

Melchisedek simboleggia dunque il Cristo che, come lui, è al tempo stesso Sacerdote e Re. Gesù è sacerdote perché si è Lui stesso offerto in sacrificio a Dio, non tramite un altro sacerdote, sull’altare della Croce a Gerusalemme, la città di Melchisedek. Gesù è anche il Re spirituale, il sovrano dei cuori, il suo regno non è politico e ingloba gli uomini di tutte le razze e lingue. Gesù regna sui credenti a partire dalla Gerusalemme celeste (Apocalisse 21,2) simboleggiata dalla Gerusalemme terrena, la "Salem" di Melchisedek. È da Gerusalemme, dunque, che regnano e offrono i loro sacrifici Melchisedek e Gesù. Presentando Melchisedek, re e sacerdote di "Salem", Dio indicava un altro Re e Sacerdote che uscirà 2.000 anni più tardi da questa stessa città: Gesù che offre anch’Egli il Pane e il Vino eucaristico ai Suoi tutti i giorni.

Gesù è prete, ma il suo sacerdozio non è come quello dei Pagani, limitato a sgozzare animali a Dio. Il sacerdozio di Cristo è simile a quello di Melchisedek che porta del pane e del vino perché "sacerdote del Dio Altissimo", spiega subito dopo Genesi 14,18. Il senso reale del pane e del vino fu chiarito da Gesù durante l’ultima cena pasquale con i suoi Apostoli: il pane è il Suo Corpo straziato e il vino è il Suo Sangue versato sulla croce (Matteo 26,26-29). Il pane e il vino di Gesù rendono dunque presente il Suo sacrificio. Questo è il sacrificio del nuovo ordine sacerdotale istituito da Lui per la salvezza di tutti i credenti. Annulla così i sacrifici animali prescritti dalla Torah, incapaci di intenerire il Cuore di Dio: "Poiché è impossibile eliminare i peccati con il sangue di tori e di capri", dice Paolo (Ebrei 10,4). Questa trasformazione del sacrificio diventerà chiara più tardi.

Melchisedek, come re e prete, benedice Abramo, il detentore dell’Alleanza divina: "Benedetto sia Abramo dal Dio Altissimo (El-Elion) che creò il cielo e la terra" (Genesi 14,19). Nota al versetto 22 che Abramo giura a sua volta davanti al re di Sodoma su "Yahvè, il Dio Altissimo che creò il cielo e la terra". Egli rivela in questo modo che non c’è che un solo Dio creatore, che il suo nome non è "El-Elion", il "Dio" della mitologia astratto e sconosciuto, ma "Yahvè" (parola che significa "Colui che è") il Dio della Rivelazione, che si manifestò personalmente agli uomini, tramite Abramo.

Melchisedek appare improvvisamente come una scena fuori dal contesto, interrompendo la storia dell’incontro del re di Sodoma con Abramo che riprende subito dopo. Anche questo è simbolico: lo spirituale fa irruzione nella nostra vita temporale, interrompe il corso della storia profana per rivelarsi all’uomo, per catturare la sua attenzione. La storia del re di Sodoma riprende il suo corso: egli continua ad intrattenersi con Abramo. Ciò significa che l’uomo deve riprendere il corso della vita normale dopo aver incontrato lo spirituale, ma deve sforzarsi di non dimenticare mai questo mondo spirituale che gli si è rivelato.

Quello che stupisce in questa storia è che Abramo, il detentore dell’Alleanza Divina, dona a Melchisedek "la decima di tutto" (Genesi 14,20). Ed è quest’ultimo che benedice Abramo: "Considerate quanto grande deve essere colui al quale Abramo diede la decima… e che ha benedetto il detentore delle promesse. Si tratta ora dell’inferiore (Abramo) che viene benedetto dal più grande", dice San Paolo (Ebrei 7,4-7). La ragione della grandezza di Melchisedek consiste nel fatto che egli prefigurava il sacerdozio del Messia. Il re Davide spiegò questa prefigurazione in un Salmo (cantico ispirato), 800 anni più tardi. Egli si indirizzò al Messia, che doveva venire, in questi termini: "Tu sei sacerdote per sempre secondo l’ordine di Melchisedek" (Salmo 110,4).
Melchisedek prefigura quindi il Cristo poiché il suo sacerdozio rappresenta quello che Dio gradisce, un’adorazione "in spirito e verità", come spiega Gesù (Giovanni 4,23), non un sacerdozio umano con il suo traffico di denaro e il suo culto rituale (abiti sacerdotali, incenso, ornamenti, gesti precisi, ecc…). Dio non si lascia commuovere da un tale sacerdozio teatrale. È intervenuto nella Storia umana per rivelarci che il sacerdozio di Melchisedek, per pagano che fosse, era più valido ai suoi occhi dei culti pseudo-religiosi. Per questo ci rivela che il sacerdozio del Suo Messia non sarà secondo l’ordine di Aronne, l’ebreo -discendente di Abramo, come vedrai più avanti- ma secondo un ordine estraneo a questa discendenza di carne. Questo si compì con Gesù che istituì, con la Sua messa in croce, un sacerdozio estraneo agli Ebrei. Gesù è prete, Egli è allo stesso tempo Il Sommo Sacerdote di un nuovo sacerdozio, pur non essendo della tribù di Levi, come spiega Paolo nella sua lettera agli Ebrei, capitoli 5-7. Per gli Ebrei solo i leviti discendenti di Aronne potevano essere preti e sacrificare le bestie (Numeri 18). Con Gesù, Dio sconvolse tutta questa concezione umana del sacerdozio annullando, tramite la Croce, i sacrifici animali.

Con l’Apocalisse (lo vedrai più avanti), Dio sconvolge la concezione rituale del sacerdozio cristiano ed istituisce un nuovo sacerdozio. Questo è formato da tutti coloro che credono all’unica interpretazione del libro dell’Apocalisse rivelata da Gesù stesso il 13 Maggio 1970 (vedere il testo "La Chiave dell’Apocalisse").

Così, nonostante l’apparizione di Melchisedek sia breve e venga citata una sola volta ancora nel Vecchio Testamento (Salmo 110,4), il riferimento a questo personaggio enigmatico comporta un ben preciso insegnamento. Permette ai credenti coraggiosi di liberarsi dei culti tradizionali imbevuti di superstizioni e di fanatismo. Così, essi accedono ai più alti gradi dell’unione spirituale con Dio, attraverso un sacerdozio di cuore, secondo "l’ordine di Melchisedek", non secondo un ordine di un culto teatrale ebreo, cristiano, musulmano, buddista o umano qualunque… Gesù aveva detto: "Ma è giunto il momento, ed è questo, in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità; perché il Padre cerca tali adoratori. Dio è spirito, e quelli che Lo adorano devono adorarLo in spirito e verità" (Giovanni 4,23-24).

Questo è l’insegnamento di Melchisedek da custodire.

A questo punto sarà bene leggere i capitoli 5-10 della lettera agli Ebrei. San Paolo commenta meravigliosamente il ruolo di Melchisedek ed espone l’importanza del nuovo Sacerdozio di Gesù per la salvezza dell’umanità. Questa è la salvezza promessa ad Adamo ed Eva.

1.4. "L’Alleanza delle Metà" (Genesi 15,7-17)

Dio promise ad Abramo, la cui moglie Sara era sterile e in età avanzata, una discendenza ed una terra per accoglierlo. Questo figlio tanto atteso non arrivava. Abramo, che aveva già più di 80 anni, si lamentava con Dio del fatto che un estraneo alla sua casa sarebbe stato il suo erede: "Mio Signore Yahvè a me non hai dato discendenza; me ne vado senza figli e l’erede della mia casa è Eliezer di Damasco". Ma Dio gli rispose: "Non costui sarà il tuo erede, ma uno nato da te sarà il tuo erede". Abramo domandò subito rassicurazioni sul paese che avrebbe dovuto abitare dopo aver lasciato Carran: "Come potrò sapere che ne avrò il possesso?". Egli aveva bisogno di un segno tangibile per credere al miracolo, soprattutto a quell’epoca. Aveva compreso la difficoltà della sua missione e del patto con Dio e voleva che la "firma" di Dio fosse posta alla fine del "contratto" tra loro. Dio allora gli rispose: "‘Prendi una giovenca di tre anni, un ariete di tre anni, una tortora e un piccione’. Abramo andò a prendere tutti questi animali, li divise in due (dopo averli uccisi) e collocò ogni metà di fronte all’altra" (Genesi 15,1-11).

Per comprendere questo testo occorre sapere che gli uomini del tempo di Abramo erano superstiziosi. Così, era costume che un contratto si facesse nel seguente modo: un animale (o più animali, secondo l’importanza del contratto) veniva sacrificato a questo scopo, poi veniva tagliato a metà ed in mezzo passavano i contraenti. Questo passaggio fra i due pezzi significava che il patto era concluso e colui che rompeva la clausola del contratto doveva subire la sorte di questo animale (o di questi animali) venendo tagliato a metà dagli dei. Quest’usanza era praticata anche dagli Ebrei dopo Abramo, essa è menzionata dal profeta Geremia nel VI secolo a.C., 1.500 anni dopo Abramo, che denuncia l’infedeltà degli Ebrei in questi termini: "Ridurrò quegli uomini che hanno tradito il mio patto, perché non hanno eseguito i termini del patto che conclusero davanti a me. Io li renderò come quel vitello che spaccarono in due passando poi fra le due metà. I capi di Giuda e di Gerusalemme, gli eunuchi, i sacerdoti e tutto il popolo del paese che passarono attraverso le due metà del vitello, li darò in mano ai loro nemici" (Geremia 34,18-20).

Per indicare che avrebbe adempiuto alla promessa fatta ad Abramo, Dio sotto forma di "un forno fumante ed una fiaccola infuocata" passò fra i pezzi tagliati. La Genesi spiega che "in quel giorno Yahvè concluse un’alleanza con Abramo" (Genesi 15,17-18). Dio aveva così "firmato" il contratto con il suo eletto. Questa visione fu il segno tangibile chiesto da Abramo.

A quel tempo si credeva che se uccelli rapaci venivano a divorare la carne degli animali sacrificati, questo sarebbe stato di cattivo auspicio per il patto. Ecco perchè la Bibbia dice: "Subito l’uccello rapace calò sulle steli, ma Abramo lo scacciò" (Genesi 15,11). Questo è un altro segno che l’alleanza sarebbe riuscita: Abramo avrebbe avuto dunque la sua "terra" e la sua discendenza da Sara, la sua vecchia e sterile sposa. Malgrado l’impossibilità umana all’adempimento dei termini del patto, "Abramo credette in Yahvè che glielo accreditò a giustizia (a motivo della sua fede)" (Genesi 15,6). La fede di Abramo è una luce per tutti i credenti. Essa anima gli Apostoli e San Paolo vi fa riferimento spesso e la presenta come esempio: "Abramo credette in Dio e questo gli fu accreditato come giustizia. Sappiate dunque che figli di Abramo sono quelli che vengono dalla fede (in Gesù)" (Galati 3,6-7).

Questa visione ci porta a due conclusioni importantissime che bisogna conservare per comprendere lo spirito della Bibbia:

1) Dio è pedagogo, Egli usa il linguaggio dell’uomo e rispetta la sua mentalità. Si abbassa al livello dell’uomo, si indirizza a lui con un linguaggio umano per farsi comprendere, poi Egli lo eleva gradualmente alla mentalità divina che è lo Spirito Santo. Così, passando per le metà, dona ad Abramo un segno che egli può comprendere.

2) Per comprendere un profeta, occorre porlo nel suo contesto storico e sociale. Ciò è valido non solamente per le due Alleanze (la Vecchia con la Torah e la Nuova con il Vangelo), ma anche oggi per l’Alleanza Apocalittica, quella della Fine dei Tempi che è l’ultima Alleanza, l’ultima possibilità data agli uomini per correggersi. Il messaggero apocalittico deve essere visto con degli occhi nuovi e, per essere compreso, occorre inserirlo nel contesto storico e sociale della sua epoca: il XX e XXI secolo.

1.5. Ismaele (Genesi 16)

Abramo e Sara, ignorando l’onnipotenza di Dio, non comprendevano come Egli potesse donare loro un figlio, considerando la loro vecchiaia e la sterilità di Sara. Il miracolo non era ancora conosciuto.

A quel tempo una legge del re Hammourabi stabiliva che, in caso di sterilità, una sposa legittima poteva avere dei figli considerati legittimi, permettendo a suo marito di unirsi alla sua serva. Il figlio nato da questa relazione extra-coniugale era considerato proprio della coppia sposata, a condizione che al momento della nascita il bambino fosse ricevuto nelle braccia della sposa legittima, a testimonianza del pieno consenso della sposa (oggi esistono le "madri che prestano l’utero").

Sara, la cui fede sembra essere meno solida di quella di suo marito, vedendo che un figlio non veniva da lei, spinse Abramo ad unirsi ad Agar, la sua serva egiziana, perché Sara sapeva di essere sterile: "Accostati alla mia schiava, forse da lei potrò avere dei figli ed Abramo ascoltò la voce di Sara" (Genesi 16,2). Questo fatto si ripeté più tardi con Giacobbe, figlio minore di Isacco, che si unì con le serve delle sue spose Rachele (Genesi 30,1-6) e Lia (Genesi 30,9-16).

Dall’unione di Abramo ed Agar nacque Ismaele. Abramo aveva 86 anni (Genesi 16,16). Avrai notato che Dio non si è affrettato a realizzare la sua promessa di dare ad Abramo un figlio da Sara; è il modo per fare crescere l’uomo all’altezza divina, tramite la pazienza.

Così Sara prese l’iniziativa di avere un figlio a suo modo. Dio però aveva il suo piano che non avrebbe modificato. La nascita di Ismaele non impedì a Dio di apparire di nuovo ad Abramo per rivelargli il suo piano miracoloso: "Tua moglie Sarai… tu la chiamerai Sara. Io la benedirò ed Io stesso ti darò da lei un figlio". Ciò sembrò troppo meraviglioso per un anziano: "Nascerà ad uno di cento anni un figlio? E Sara all’età di novant’anni potrà partorire? Che almeno Ismaele viva sotto il tuo sguardo!", rispose Abramo che "cadde a terra davanti a Dio e si mise a ridere" davanti ad un annuncio così incredibile. Dio invece insistette: "Tua moglie Sara ti darà un figlio e lo chiamerai Isacco e con lui stabilirò la mia Alleanza" (Genesi 17,15-19). Questo fu l’annuncio del primo miracolo della Storia dell’umanità. L’Alleanza significa che dalla discendenza di Isacco verrà il Messia.

1.6. Isacco (Genesi 17 e 18)

Abramo dovette attendere molto tempo questo figlio annunciato al momento dell’alleanza "delle metà". In effetti, Isacco nacque soltanto una quindicina di anni dopo questa visione.

All’annuncio della sua nascita, tanto suo padre che sua madre "si misero a ridere" (Genesi 17,17 e 18,12). Questa risata è all’origine del nome di Isacco (Yitzhac) che significa "ridere" in ebreo, come "Yidhac" in arabo: "Motivo di lieto riso mi ha dato Dio: chiunque lo saprà sorriderà di me! Chi avrebbe detto ad Abramo che Sara avrebbe allattato dei figli! Eppure gli ho donato un figlio nella sua vecchiaia", commenta gioiosamente la moglie di questo anziano uomo, che, alla nascita di Isacco, aveva 90 anni e suo marito 100 (Genesi 21,6-7). Solo Dio poteva annunciare ad Abramo una simile sorpresa e portarla a compimento. Per la vecchia coppia c’era di che ridere. Noi avremmo fatto lo stesso. Molti riderebbero davanti a una novantenne incinta.

Isacco è importante perché viene a concretizzare materialmente il segno chiesto da Abramo a Dio: questo figlio è l’adempimento del patto "delle metà". Questo segno, inspiegabile per la scienza di tutti i tempi, è una testimonianza temibile per gli uomini di tutti i secoli. Ciò non riguarda solo Abramo, ma ci chiama tutti in causa, perché l’Alleanza che doveva perpetuare Isacco è stata attraverso il Messia; quella che doveva venire dalla discendenza di questo figlio di Abramo, non di un altro, perché Dio aveva detto: "Anche riguardo a Ismaele ti ho esaudito; ecco che io lo renderò fecondo… Ma farò sussistere la mia alleanza con Isacco." (Genesi 17,21).

Questo miracolo ha consolidato la fede di Abramo; esso deve anche rafforzare la nostra. È con questo scopo che Dio l’ha voluto.

Il piano di salvezza annunciato ad Adamo ed Eva si compiva, dunque, tramite Abramo. Questo doveva apparire come un’iniziativa ed un intervento divini, una prova irrifiutabile dell’esistenza e dell’onnipotenza di Dio e di un piano divino che gli uomini dovevano rispettare e seguire. Solo gli uomini di buona fede vedranno e comprenderanno.
Avrai notato la pazienza di Dio: non è che 13 anni dopo la nascita di Ismaele, che il Creatore precisa il suo piano ad Abramo. Egli non pensava più di avere degli altri figli e nemmeno sua moglie. Ad essi bastava Ismaele. Dio, però, aveva il suo piano e, per portarlo a buon fine, doveva sconvolgere le prospettive umane. Questa è la Sua Saggezza. La creatura deve senza sosta imparare ad adattarsi alla volontà del Creatore; essa scoprirà la saggezza profonda di Dio piegandosi alla Sua volontà senza resistenza e non si pentirà mai di lasciarsi guidare da Dio.

Con Isacco Dio ha dimostrato la Sua Onnipotenza e, inoltre, ha preparato l’umanità ad un altro miracolo, ancora più meraviglioso, quello della nascita del Messia 2000 anni dopo Abramo. Gesù nacque dalla Vergine Maria tramite diretta azione divina, senza neppure l’intervento di un uomo. "L’Angelo Gabriele fu inviato da Dio a una Vergine… Maria… e le disse: …concepirai un figlio e lo darai alla luce… sarà chiamato Figlio dell’Altissimo… Lo Spirito Santo scenderà su di te… Colui che nascerà sarà dunque santo e chiamato Figlio di Dio…" (Luca 1,26-38).

Isacco viene, dunque, a preparare gli uomini ad accogliere il Messia. Non si è più giustificati se non si crede alla nascita miracolosa di Gesù.

1.7. La circoncisione (Genesi 17,9-14)

La circoncisione è un’usanza pre-biblica che esisteva prima di Abramo ed era praticata dai pagani per differenti motivi. In caso di guerra, i vincitori sottomettevano i vinti "all’umiliazione" della circoncisione. Questo fatto è riportato dalla Bibbia stessa: il Re Saul esigette da Davide: "cento prepuzi dei Filistei (Palestinesi) per fare vendetta contro i nemici del Re" (1 Samuele 8,25). Questa pratica non significa, dunque, necessariamente un’alleanza con Dio, anche se gli scribi della Vecchia Alleanza la presentano come un "segno dell’Alleanza" con Dio (Genesi 17,11).

Fin dall’antichità la circoncisione era praticata ovunque nel mondo. Ancora oggi alcune tribù dell’Australia, dell’Africa e dell’America la considerano come un segno di virilità: un uomo rifiuta di dare in matrimonio la propria figlia ad un incirconciso. Certuni praticano questa operazione anche alle figlie (ablazione del clitoride).

Abramo, vedendo che i Pagani si facevano circoncidere per i loro dei, pensò che anch’egli dovesse, a maggior ragione, sottomettersi a questa operazione per il solo vero Dio. Con il passare del tempo, però, i profeti compresero il valore simbolico di questo atto e già Mosè esigette che fosse il cuore ad essere circonciso (Deuteronomio 10,16). Anche Geremia insistette sulla purificazione dell’anima mediante la circoncisione del cuore (Geremia 4,4). Questo grande profeta non cessò d’invitare i credenti all’introspezione ed alla "pulizia" della coscienza, denunciando l’illusione e la superficialità della circoncisione del prepuzio, sottolineando che questa pratica era usata anche dai Pagani: "Ecco: vengono giorni, oracolo del Signore, in cui farò visita a tutti coloro che sono circoncisi solo nella carne: in Egitto, in Giuda, a Edom… perché tutte questa gente e tutta la casa di Israele è incirconcisa nel cuore" (Geremia 9,24-25). Nota che Giuda (gli Ebrei) è considerata alla stessa stregua dei Pagani (Egitto, Edom…), nonostante la circoncisione e che questo costume fosse usato al di fuori delle frontiere della Palestina.

Bisogna confrontare la circoncisione con i culti moderni ispirati dal paganesimo: vestiti sacerdotali, incenso, genuflessione, ecc… Tutte queste forme di adorazione non sono che un’illusione, una religiosità superficiale incapace di piacere a Dio e di aiutare all’evoluzione spirituale. Essi sono degli ostacoli materiali alla vera elevazione dell’anima. Il solo culto valido è quello della conoscenza e dell’amore, l’adorazione di Dio in "spirito e verità" come già menzionato (Giovanni 4,23-24).

Con il Vangelo passiamo definitivamente dal concetto fisico della circoncisione, al concetto spirituale che rende questa pratica caduca: "La circoncisione non conta nulla e la incirconcisione non conta nulla; conta l’osservanza dei comandamenti di Dio" (1 Corinzi 7,19). Ed ancora: "In Cristo Gesù infatti, né la circoncisione, né l’incirconcisione hanno alcun effetto, ma solo la fede mediante l’amore" (Galati 5,6), "in Lui (Gesù) siete circoncisi da una circoncisione non operata dall’uomo, ma nella spogliazione del corpo carnale. Questa è la circoncisione di Cristo", aggiunge Paolo (Colossesi 2,11).

"Vano è il loro culto", disse Gesù dei Farisei e degli scribi nonostante la loro circoncisione (Matteo 15,9). Isaia, come la maggior parte dei profeti, aveva denunciato questi culti: "Dice il Signore: Poiché questo popolo si avvicina a me solo a parole e mi onora con le labbra, mentre il suo cuore è lontano da me e il culto che mi rendono è un imparaticcio di usi umani!" (Isaia 29,13). Ci si stupisce che dei "discepoli" di Gesù insistano ancora oggi ad adorare seguendo culti e riti denunciati da Gesù e dai profeti: "Ipocriti! Bene ha profetato di voi Isaia dicendo: questo popolo mi onora con le labbra ma il suo cuore è lontano da me. Invano essi mi rendono culto, insegnando dottrine che sono precetti di uomini", ripete ancora Gesù (Matteo 15,7-9).

1.8. Rivelazione della Trinità divina (Genesi 18)

Il capitolo 18 ripete l’annuncio fatto da Dio ad Abramo riguardo la nascita di Isacco, ma questa volta in presenza di Sara. Nel primo racconto è Abramo che "si è messo a ridere" (Genesi 17,17), ma nel secondo, è Sara che, "ascoltando, all’entrata della tenda, dietro Abramo"… lei che "aveva cessato di avere ciò che hanno le donne"…, "ride dentro di sé dicendo: Avvizzita come sono dovrei provare il piacere, mentre il mio signore è vecchio!" (Genesi 18,11-12).

Si riconoscono i due racconti dalla ripetizione che Isacco nascerà "l’anno prossimo alla stessa data" (Genesi 17,21 e Genesi 18,14). Ci sono due tradizioni orali, la seconda vuole essere rispettosa della dignità del Patriarca, infatti non è lui che ha riso e dubitato, ma Sara, la cui fede era più debole di quella del suo sposo considerato irreprensibile. Il primo racconto riporta la tradizione eloista: "Dio (Eloim) disse ad Abramo…" (Genesi 17,9-22) e il secondo la tradizione yahveista: "Yahvè gli apparve alle Querce di Mamre…" (Genesi 18,1-14).

Dio, che vede i cuori, aveva captato il riso interiore di Sara. Le domandò perché avesse riso, non per rimproverarla, ma per farle realizzare la sua Onnipotenza. Sara, sentendosi scoperta, ebbe paura e negò dicendo: "Io non ho riso!". Dio, però, buono e comprensivo, replicò paternamente: "Sì, tu hai riso!", non considerando menzognero l’atteggiamento intimidito della sua "piccola" creatura (Genesi 18,15).

Il punto più importante in questo secondo racconto è la rivelazione della Divina Trinità. In effetti Dio apparve ad Abramo sotto la forma di Tre Persone: "Egli alzò gli occhi ed ecco tre uomini stavano in piedi vicino a lui" (Genesi 18,2).

Il dialogo tra Dio ed Abramo è esso stesso rivelatore: il Patriarca si rivolse a queste tre Persone ora al singolare, ora al plurale. Sembrò non comprendere se dovesse rivolgersi ad uno solo o a tre: "Signore se ho trovato grazia ai Tuoi occhi… Si vada a prendere un po’ d’acqua, lavatevi i piedi… Quelli dissero: "Fa’ pure come hai detto" (Genesi 18,2-5). È il Dio-Trinità che fa irruzione nel mondo degli uomini e si rivela, già 2000 anni prima del Cristo, senza essere notato dall’intelligenza umana ancora opaca.

Rileggi il capitolo 18 attentamente riflettendo. Cosa pensi di queste tre persone apparse ad Abramo? Perché il dialogo varia dal singolare al plurale? Dai le tue spiegazioni.

Medita sul modo con cui questo racconto è riportato: tutto è detto semplicemente, con freschezza e senza falso pudore, soprattutto dalla parte di Sara. Abramo si affrettò ad accogliere il suo ospite con un entusiasmo spontaneo e gli offrì ciò che aveva di meglio nel suo gregge (contrariamente all’avarizia di Caino). Sara, avvizzita dall’età, e che "aveva cessato di avere ciò che hanno le donne", si domanda con un sorriso nascosto: "Avvizzita come sono dovrei provare il piacere…" con un marito ormai "vegliardo!"…

Questi tratti ci rivelano la fisionomia di Abramo: un uomo semplice, giusto e integro, dal cuore generoso, spontaneo e sufficientemente docile da lasciarsi modellare da Dio. Questo spiega perché Dio lo scelse. Non dimenticare che la scelta divina è caduta su di un uomo, un Siriano, e non su un "popolo" ebreo dal cuore indurito e ribelle a Dio, come rivelano i profeti (Isaia 1,2-4 / Geremia 7,25-28 / ecc…).

1.9. Sodoma e Gomorra (Genesi 19)

Dopo avere annunciato la nascita di Isacco, Dio rivela ad Abramo la sua determinazione a colpire Sodoma e Gomorra a causa della loro perversione. Queste due città situate a sud del Mar Morto, erano conosciute per la loro dissolutezza, soprattutto l’omosessualità da cui deriva l’espressione "sodomia". Dio decide di castigarle, come aveva fatto precedentemente, ai tempi di Noè, con una civiltà dissoluta. Questo avrebbe dovuto servire da lezione alle generazioni future ed essere un esempio di castigo che si abbatterà sul mondo empio alla fine dei tempi (Luca 17,26-30).

Lot e sua moglie sono invitati a lasciare Sodoma con le loro due figlie perché essi non si erano fatti contaminare dai sodomiti. Il vizio di questi ultimi era chiaramente l’omosessualità (Genesi 19,4-11). Viene raccomandato alla famiglia di Lot di non voltarsi indietro (Genesi 19,17), cioè di fuggire senza rimpiangere questo passato, senza lasciarvi il cuore a causa di possedimenti, casa, ecc…, ma di guardare verso l’avvenire confidando in Dio. La moglie di Lot non tenne conto di questa raccomandazione divina e venne trasformata in "statua di sale" (Genesi 19,26).

Dobbiamo comprendere il senso simbolico di questa storia: non bisogna mai esitare ad abbandonare una vita senza Dio. Chi desidera elevarsi deve liberarsi dall’attrazione mondana, per lanciarsi verso la vita spirituale senza guardare indietro, senza ascoltare la nostalgia dei piaceri passati: "Chiunque mette mano all’aratro (la vita spirituale) e poi si volta indietro, non è adatto al Regno di Dio", aveva detto Gesù (Luca 9,62).

1.10. Nascita di Isacco e scacciata di Agar e Ismaele (Genesi 21)

Dopo la nascita di Isacco, "Sara vide che il figlio di Agar, l’egiziana, quello che essa aveva partorito ad Abramo, scherzava con suo figlio Isacco. Disse allora ad Abramo: scaccia questa schiava e suo figlio…" (Genesi 21,9-10). Sara rinnega così Ismaele come suo figlio e lo scaccia, esiliandolo con la madre… dopo essere stata l’istigatrice dell’unione di suo marito con Agar.

Il comportamento di Sara "a proposito di suo figlio, dispiacque molto ad Abramo, ma Dio gli disse: Non ti dispiaccia questo, per il fanciullo e la tua schiava; ascolta la parola di Sara in quanto ti dice, ascolta la sua voce, perché attraverso Isacco da te prenderà nome una stirpe" (Genesi 21,9-12).

Dio lascia fare a questa gelosia femminile, consente la cacciata di Agar e Ismaele non per screditarli ed approvare Sara, come interpretano i rabbini, ma per compiere il suo piano messianico tramite Isacco. Bisognava che regnasse la pace nella famiglia senza litigi. Per questo Dio chiede ad Abramo di non rattristarsi a causa di questo allontanamento. Dio conferma la sua benedizione già data ad Ismaele (Genesi 17,20), ricordandogli che ne "farà un grande popolo perché è la tua discendenza" (Genesi 21,13).



Località e popolazioni di Canaan menzionate nella storia dei patriarchi

Questa benedizione divina contraddice il comportamento degli Ebrei fanatici nei confronti di Ismaele e degli Arabi, con il pretesto che il loro antenato, Ismaele, fu "cacciato" da Abramo. Non è in questo spirito razzista che l’allontanamento di Ismaele è presentato dalla Genesi, che invece considera anche egli facente parte della discendenza di Abramo. Dopo l’espulsione di Agar e di suo figlio, un Angelo apparve loro per sostenere e consolare la madre smarrita: "Che hai Agar? Non temere, perché Dio ha udito la voce del fanciullo là dove si trova. Alzati, prendi il fanciullo e tienilo per mano, perché Io ne farò una grande nazione. Dio le aprì gli occhi e vide un pozzo d’acqua. Allora andò a riempire l’otre e fece bere il fanciullo. E Dio fu con il fanciullo…" (Genesi 21,14-21).

Dio non abbandonò mai Ismaele, ma il suo piano messianico doveva compiersi tramite Isacco.

1.11. Il sacrificio di Isacco (Genesi 22)

I Pagani di questo tempo avevano l’usanza di offrire i loro bambini in sacrificio agli idoli. Questo fu praticato anche da alcuni re Ebrei dopo Abramo e fu condannato dai profeti (Geremia 7,31). Abramo, sul punto di una crisi di coscienza, volle offrire a Dio suo figlio, come i Pagani offrivano i loro figli ai loro dei, credendo così di onorare Dio. Egli, però, intervenne in tempo per impedirglielo e per mostrare che Egli non era come gli "dei" pagani che esigevano dei sacrifici umani: un Angelo gli disse: "Non stendere la mano contro il ragazzo e non fargli alcun male! Ora so che tu temi Dio… Non mi hai rifiutato tuo figlio, il tuo unico figlio. Allora Abramo alzò gli occhi e vide un ariete… Abramo andò a prendere l’Ariete e lo offrì in olocausto invece del figlio" (Genesi 22).

Più tardi Dio spiegò tramite i profeti che i soli sacrifici che Egli gradisce sono il pentimento, la giustizia e l’amore. Il profeta Michea scriverà: "Con che cosa mi presenterò al Signore…? Gli offrirò forse il mio primogenito, per la mia colpa, il frutto delle mie viscere, per il mio peccato? Uomo ti è stato insegnato ciò che è buono e ciò che richiede il Signore da te: praticare la giustizia, amare con tenerezza, camminare umilmente con il tuo Dio" (Michea 6,6-8).

Con la venuta di Gesù una nuova luce ci fu donata. Non solamente Dio non esige dagli uomini i loro figli in sacrificio, ma è Egli stesso, Dio, che offre il suo unico Figlio agli uomini in sacrificio per la loro salvezza: "Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in Lui non muoia, ma abbia la vita eterna", aveva detto Gesù (Giovanni 3,16) ed ancora: "Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici. Voi siete miei amici se farete ciò che Io vi comando" (Giovanni 15,13-14). Con il suo intervento nella storia umana, Dio ha cambiato, con saggezza e pedagogia, la mentalità dell’uomo per quanto riguarda i sacrifici e, con la venuta di Gesù, lo sconvolgimento fu totale. Gli dei dittatori della mitologia cedettero il posto all’unico Creatore che si è rivelato buono, compassionevole e misericordioso.

1.12. Il matrimonio di Isacco (Genesi 24)

Abramo volle una donna "del suo paese e della sua parentela" per suo figlio Isacco (Genesi 24,1-4). Inviò il suo servitore in Siria, in "Aram naharayim", cioè "Siria dei fiumi" (a nord del Tigri e dell’Eufrate) dove si trovava la città di Carran da dove egli era partito (Genesi 24,10-15). Da lì il servitore portò Rebecca come sposa per Isacco. Questa non era altro che la figlia minore di Milca, la moglie di Nacor, fratello di Abramo (Genesi 11,27-29). Ella era dunque sua cugina da parte di padre. Anche Rebecca volle che la sposa per suo figlio Giacobbe venisse dalla Siria (Genesi 27,46 e Genesi 28,5). Questo dimostra l’origine siriana della famiglia di Abramo.

Riflessione
Dio tranquillizzò Abramo benedicendo Ismaele. Gli annunciò ancora che questi avrebbe "generato 12 principi" (Genesi 17,20) i cui nomi sono citati in Genesi 25,12-16. Questa cifra è simbolica e deve essere messa in parallelo con le 12 tribù di Israele (vedremo più avanti i 12 figli di Giacobbe in Genesi 35,22-26). I 12 "nobili" discendenti di Ismaele sono preziosi agli occhi di Dio e degni di stima. Come tutti gli uomini di buona fede hanno diritto alla stessa eredità spirituale dei discendenti di buona fede di Isacco.

Uno scriba favorevole ad Agar e Ismaele avrebbe scritto: "Sara, dopo aver generato Isacco, trascurò Ismaele che risentì del colpo. Ella finì per allontanarlo dimenticando che lo aveva ardentemente desiderato e adottato. Ora, per gelosia, ella finì per rifiutargli anche il diritto legittimo di eredità come Isacco, suo fratello. Il comportamento di Sara 'dispiacque molto ad Abramo'" (Genesi 21,9-11). I fanatici, di conseguenza, adotteranno la mentalità fanatica di Sara, invece di seguire la bontà e la giustizia di Abramo.