Sguardo di Fede sul Corano

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1. I punti di controversia

In questo capitolo esamineremo i punti di controversia più importanti, oggetto di discussione fra le differenti confessioni. Queste affrontano, senza un sincero sforzo, la ricerca dell’unità dell’Ispirazione biblico-coranica. Ci dispiace che si trovino dei responsabili religiosi che si affrettano a parlare delle verità rivelate senza conoscenza da parte loro, in maniera superficiale e infantile, sprovvisti di ogni pudore e di ogni maturità spirituale.

I principali argomenti e pregiudizi ai quali fanno ricorso certi cristiani fanatici per rifiutare il Corano e il suo nobile Profeta, sono i seguenti:

  • Il Corano contraddice alcune verità evangeliche
  • La vita di Maometto (poligamia e guerre) dimostra che egli non è un profeta.

Noi dimostreremo che il Corano non si oppone a nessuna delle dottrine evangeliche. Un gran numero di Cristiani è stato condotto a credere in questi errori a causa della falsa interpretazione presentata da certi Mussulmani di alcuni testi coranici.

A partire dai principi d’interpretazione menzionati nel primo capitolo, scopriremo nelle pagine seguenti il pieno accordo e l’unità dell’Ispirazione biblico-coranica. I Cristiani perciò non hanno alcuna ragione giustificabile per rifiutare il Corano, come i Mussulmani per disprezzare la Bibbia. In seguito, presenteremo la vita di Maometto a grandi linee, scagionandolo da tutte le false accuse scagliate contro di lui.

Abbiamo già menzionato succintamente le ragioni che hanno allontanato molti Cristiani dal Corano. Ecco ora i punti salienti sui quali si appoggiano certi Mussulmani per attaccare il cristianesimo:

  1. La Trinità Divina, i tre aspetti del Solo e Unico Dio
  2. Il titolo di Figlio di Dio attribuito al Messia
  3. La divinità del Messia
  4. La crocifissione e la messa a morte del Messia
  5. La falsificazione della Bibbia (Antico e Nuovo Testamento)

L’importante in questi argomenti è sapere cosa dice a riguardo l’Ispirazione divina, perché la nostra discussione si appoggia sulla base solida di un «Libro luminoso» come consiglia il Corano. Se ritroveremo questi punti in un Libro ispirato, ci crederemo, se no li rigetteremo. Dopo aver risposto a ciascuno di questi punti, avremo, per questo fatto stesso, confutato sia gli argomenti presentati da certi Cristiani per rifiutare il Corano che gli argomenti di certi Mussulmani per rigettare la Bibbia e i suoi insegnamenti.

1.1. La Trinità Divina, i tre aspetti del Solo e Unico Dio

Dio si è rivelato nella Torah, nell’Antico Testamento, come l’unico Creatore, nessun altro dio all’infuori di Lui. Il Vangelo viene a confermare questa verità, aggiungendovi una sfumatura più profonda. Dio è unico, ma non è isolato da Se stesso e solitario. In compagnia della Propria Persona, Egli si rivela Uno in Tre «Aspetti»: Il Padre, la sua Parola ossia il Figlio e il suo Spirito. Infatti, San Giovanni dice al principio del suo Vangelo:

«In principio era il Verbo, il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio. Egli era al principio presso Dio: Tutto è stato fatto per mezzo di Lui, e senza di Lui niente è stato fatto… E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi.» (Giovanni 1,1-14)

Tali sono le parole dell’Ispirazione evangelica. Esse ci informano che Dio ha una Parola, che è Dio stesso. Dio e la sua Parola sono dunque una sola e stessa essenza, così come l’uomo e la sua parola sono una sola persona. La Parola che si è fatta carne è Gesù il Messia, conosciuto dal Corano come «Il Verbo (la Parola) di Dio».
Nel Vangelo, il Messia ha raccomandato ai suoi Apostoli di battezzare i credenti nel Nome del Padre, del Figlio (la Parola di Dio) e dello Spirito Santo:

«Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel Nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo.» (Matteo 28,19)

Notate che il Messia non ha detto di battezzare «nei nomi» al plurale, ma al singolare: «nel Nome». Dio è Unico e il Suo Nome è menzionato al singolare non al plurale. Ogni credente conclude da queste parole che Dio è Padre, Figlio e Spirito Santo, o in altre parole: Dio, la Sua Parola, il Suo Spirito.

Il Messia, prima di lasciare questo mondo, vedendo i suoi Apostoli tristi al pensiero di questa separazione, disse che Egli avrebbe mandato loro lo Spirito Consolatore che Lo avrebbe sostituto come Compagno permanente:

«Io pregherò il Padre ed Egli vi darà un altro Consolatore perché rimanga con voi per sempre, lo Spirito di Verità (lo Spirito Santo)… Non vi lascerò orfani, ritornerò da voi.» (Giovanni 14,16-18)

I credenti compresero da queste parole che il Consolatore che doveva venire, dopo l’Ascensione di Gesù, era lo Spirito di Dio, che è anche lo Spirito di Gesù: Dio Stesso. Per questo il Messia aveva detto: «Non vi lascerò orfani, ritornerò da voi», cioè sotto forma del Suo Spirito Consolatore. Egli voleva fargli comprendere che questo Spirito ed Egli Stesso sono uno. Per questo, il Messia è riconosciuto dall’Islam come «la Parola di Dio» e «lo Spirito di Dio»:

«Il Messia Gesù, figlio di Maria, è l’Apostolo di Dio, il Suo Verbo, che Egli gettò in Maria, e uno Spirito, proveniente da Lui» (Corano IV; Le Donne,169)

Certi credenti pensano che questo Spirito Consolatore promesso dal Messia ai suoi Apostoli non sia altro che il profeta Maometto. Questa interpretazione è in disaccordo con il Corano e il Vangelo. Infatti, l’Ispirazione evangelica dice che dieci giorni dopo la sua Ascensione, Gesù mandò lo Spirito Santo sugli Apostoli «ed essi furono tutti pieni di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue» (Atti 2,4).

Questo versetto e gli altri versetti evangelici e coranici concernenti lo Spirito Santo non possono essere applicati al profeta Maometto. Inoltre, il Vangelo e il Corano rivelano che lo Spirito Santo si posò su Maria, la Vergine, affinché ella divenisse incinta del Messia:

«Le rispose l’angelo (a Maria): lo Spirito Santo scenderà su di te, su te stenderà la sua ombra la potenza dell’Altissimo…» (Luca 1,35)

«Il Messia Gesù, figlio di Maria, è l’Apostolo di Dio, il Suo Verbo, che Egli gettò in Maria, e uno Spirito proveniente da Lui» (Corano IV; Le Donne,169)

«Noi le (a Maria) inviammo il nostro Spirito, che si fece simile per Essa a un uomo perfetto.» (Corano XIX; Maria,17)

Questo Spirito non può essere Maometto che non era ancora nato. Questa falsa interpretazione, senza fondamento nelle scritture, non può dunque essere presa in considerazione.

Nell’Antico Testamento, Dio rivelò la Trinità in un modo che non fu compreso se non con la Rivelazione evangelica. Il libro della Genesi racconta l’apparizione di Dio ad Abramo sotto la forma di Tre Uomini:

«Poi Yahvé apparve a lui alle Quercie di Mamre, mentre egli sedeva all’ingresso della tenda nell’ora più calda del giorno. Egli alzò gli occhi e vide che tre Uomini stavano in piedi presso di lui. Appena li vide, corse loro incontro all’ingresso della tenda e si prostrò fino a terra, dicendo: Mio Signore, se ho trovato grazia ai tuoi occhi, non passar oltre senza fermarti dal tuo servo. Si vada a prendere un po’ di acqua, lavatevi i piedi e accomodatevi sotto l’albero…» (Genesi 18,1-5)

Il fatto strano, in questa storia biblica è che Abramo parla a questi tre «Uomini», ora al singolare, ora al plurale e sembra sbalordito davanti a questa visione Trinitaria di Dio. Molti cristiani, all’alba del Cristianesimo, fecero confusione fra la Trinità (un solo Dio in tre Persone) e il Triteismo (tre dei).

Nell’ispirazione Evangelica, Dio ci invita a discernere la Sua Parola e il Suo Spirito nella sua Essenza divina. L’Essere divino è Dio, ovvero il Padre, la Parola che emana (o nasce) da Lui e in Lui, beninteso spiritualmente, è il Figlio, e la mentalità di Dio o il suo stato di Spirito è lo Spirito Santo. Questa Parola e questo Spirito sono la Parola e lo Spirito di Dio, non la parola e lo spirito di altri dei. Questa è la Trinità, un solo Dio in tre «Uomini», queste Persone possono essere distinte, ma non separate.

Certa gente si domanda perché tutte queste distinzioni e queste parole complicate? Noi rispondiamo loro: «È Dio che ha preso l’iniziativa di farSi conoscere, d’informarci di ciò che Egli giudica utile a proposito del suo Essere divino. Il nostro dovere è di sforzarci di comprendere per riconoscere, infine, che non è poi così complicato come lo si pensi».

Quanto al triteismo è una dottrina che differisce totalmente dalla Trinità, poiché insegna l’esistenza di tre dei in tre essenze divine differenti, nelle quali ciascun dio ha la propria essenza: come dire il dio del bene, il dio del male e il dio del castigo, tutti e tre eterni e separati l’uno dall’altro. Questa, ben inteso, è un’eresia condannata dagli Apostoli, dai dirigenti cristiani dei primi secoli e dal Corano. I Mormoni come anche alcune sette induiste credono nel triteismo.

Certi Giudei malintenzionati combatterono il cristianesimo fin dagli inizi dividendo i gruppi per mezzo di eresie, una delle quali fu il triteismo. Altre eresie sostenevano perfino che Maria, la madre del Messia, fosse una delle tre divinità. Questo triteismo, amalgama di cristianesimo corrotto e di paganesimo, si sparse nei primi secoli della nostra era. Per questo, il Corano condanna questa apostasia, dicendo:

«Miscredenti sono, invero, quelli che dicono: ‘In verità Dio è il terzo di tre’, mentre non vi è altro Dio se non un Dio unico.» (Corano V; La tavola,77)

(Interpretazione di «Jalalein»: «Dio è uno di questi tre, gli altri due sono Gesù e sua madre. Una parte dei cristiani pensa questo.»)

Constatate che solo una parte dei Cristiani sono presi di mira nel Corano. Il Corano spiega ancora che i tre dei adorati da questa setta cristiana sono Dio, Gesù e Maria:

«E quando Dio disse: ‘o Gesù, figlio di Maria, hai mai detto agli uomini: prendete me e mia madre come divinità, accanto a Dio’? ‘per Tua gloria no’, rispose Gesù, ‘perché dovrei dire ciò che Io non ho il diritto di dire’?» (Corano V; La Tavola,116)

«O Gente del Libro (la Bibbia), non eccedete nella vostra religione, né dite, riguardo a Dio, se non la verità; certo il Messia Gesù, figlio di Maria, è l’Apostolo di Dio, il Suo Verbo, che Egli gettò in Maria, e uno Spirito proveniente da Lui; credete dunque in Dio, e nei suoi Apostoli e non dite: ‘tre’ (Dio, Gesù e Maria; ‘Jalalein’); desistete da ciò, questo sarà meglio per voi; in verità, Dio è un dio solo.» (Corano IV; Le Donne,169)

Oggi, nessuna confessione cristiana crede che Maria sia una dea, né che «Dio sia il terzo di tre». Queste parole sono eretiche. Il Vangelo non ha mai detto questo, poiché non vi è che un solo Dio la cui Essenza è Dio, la sua Parola e il suo Spirito. Questo non significa tre dei, ma un Dio in tre «Persone». Tutti coloro che arrivano a distinguere tra Trinità e triteismo dimostrano di aver raggiunto una grande maturità di riflessione. Perché ogni cristiano è d’accordo con il Corano nel dire:

«Miscredenti sono, invero, quelli che dicono: ‘In verità Dio è il terzo di tre’, mentre non vi è altro Dio se non un Dio unico.» (Corano V; La Tavola,77)

Nessun Cristiano degno di questo nome può dire tali parole eretiche. Al contrario, deve reprimere questo genere di pensieri, perché Dio non è né «terzo», né «secondo», né «primo di tre»: Dio è uno, non vi è altro dio, se non Lui. Che Egli sia lodato! Noi siamo tutti con il Corano per respingere il triteismo. Se il Corano avesse avuto l’intenzione di negare la Trinità, avrebbe detto: «Miscredenti sono tutti coloro che dicono: Dio è Uno in Tre». Che i Cristiani, oggi, sappiano dunque che il Corano non li accusa affatto di bestemmia a motivo della loro fede, né li prende di mira nei versetti precitati. Che i Mussulmani sappiano anche questo del Corano e dei loro fratelli cristiani. Perché dunque questa repulsione reciproca quando vi è accordo fra le Sacre Scritture?

Ecco un chiarimento semplice sulla Trinità: l’uomo e la sua parola sono una medesima essenza, come lo sono l’uomo e il suo spirito. Dunque, l’uomo, la sua parola e il suo spirito sono una medesima essenza. In maniera simile Dio, la sua Parola e il suo Spirito sono Uno. L’uomo che dà la sua parola, dà se stesso totalmente: la sua parola, la sua anima e il suo spirito. Aggiungendo l’uomo alla sua parola e al suo spirito, non si ottengono tre uomini, ma un solo uomo nei suoi tre aspetti. Anche l’uomo è dunque una trinità e un’immagine ridotta della Trinità Divina. Non c’è niente di sorprendente in questo poiché Dio creò l’uomo a Sua Immagine.

Esiste nell’uomo un movimento spirituale vitale fra sé e sé. Egli si consulta, esamina il proprio spirito e s’interroga ragionando. È in accordo con le proprie azioni o le ripudia; l’uomo non è isolato dal suo pensiero, a meno di essere in conflitto con sé stesso, affetto da malattie psicologiche che dividono la sua personalità, lasciando intravedere i sintomi dello squilibrio. L’uomo è una trinità. Questo movimento spirituale segnalato nell’uomo è perfettamente armonioso in Dio.

Un altro esempio della Trinità Divina: Il Sole, la sua Luce e il suo Calore sono tre aspetti di una stessa entità. Il Sole rappresenta Dio Padre, la sua Luce rappresenta il suo Verbo vivente e vivificante mandato come luce al mondo e il suo Calore rappresenta lo Spirito Santo vivente sentito in noi. Coloro che non approfittano del Sole e della Vita sono quelli che chiudono volontariamente le persiane delle loro dimore.

L’Ispirazione evangelica ci ha insegnato che il Creatore è Uno, ma non separato dalla sua Personalità. Aperto a Se Stesso, Egli è in compagnia della propria Persona, perfettamente in pace con Se Stesso, pienamente cosciente del suo Essere. Dio si ama sapendo di essere la Bellezza senza tara. Tutti coloro che meditano su Dio con purezza di cuore risentono dell’armonia infinita dell’Essere divino e scoprono il triplice movimento della sua Essenza unica infinitamente amabile.

Dio, il Pensiero che Egli ha di Se stesso e l’Amore del suo Essere perfetto sono chiamati nel Vangelo: il Padre (Dio), il Figlio (la sua Parola ovvero il suo Pensiero espresso in Se stesso) e lo Spirito (l’ambiente d’amore nel quale Dio è immerso).

Il Corano ci invita a discernere tra Trinità e triteismo. Coloro che rispondono a questo appello con rinuncia di sé compiono un passo psicologico e spirituale gigantesco, che li rende adatti ad unirsi eternamente a Dio, prendendo parte al suo Amore e alla sua Vita senza fine.

1.2. Il Messia e il suo titolo di Figlio di Dio

Molti sono sconcertati dal titolo di «Figlio di Dio» attribuito a Gesù, perché, dicono, che Dio non ha figli come gli uomini. Ora, la qualità di Figlio di Dio legata al Messia significa che Egli non ha un padre umano. Alla domanda: «Chi è la madre del Messia?», la risposta è: «Maria». E «Chi è suo padre?», la Bibbia e il Corano sono d’accordo nel riconoscere che avendo nessun uomo conosciuto Maria, nessuno ha il diritto di arrogarsi la paternità fisica di Gesù. Il Vangelo e il Corano sono d’accordo nel riconoscere questo fatto. Tale è l’intenzione del Vangelo nel dare al Messia la qualifica di Figlio di Dio, essendo Giuseppe suo padre adottivo.
Questa verità è confermata dall’Antico Testamento e da molti profeti. Nel X secolo, prima della nostra era, Dio inviò il profeta Nathan dal re Davide per annunciargli la nascita del Messia dalla sua discendenza. Dio disse a questo proposito:

«Io gli sarò Padre ed Egli Mi sarà figlio.» (2 Samuele 7,14)

Nell’VIII secolo a.C. il profeta Isaia annunciò:

«Ecco: la vergine concepirà e partorirà un figlio.» (Isaia 7,14)

Queste profezie furono comprese solo con la nascita del Messia, Gesù, dalla giovane vergine Maria. Il Vangelo racconta che l’Angelo Gabriele annunciò a Maria che ella avrebbe dato alla luce un figlio maschio. Essa si stupì domandando:

«Come è possibile? Non conosco uomo. Le rispose l’Angelo: ‘Lo Spirito Santo scenderà su di te, su te stenderà la sua ombra la potenza dell’Altissimo e per questo Colui che nascerà sarà dunque santo e chiamato Figlio di Dio’.» (Luca 1,34-35)

Bisogna esaminare attentamente le parole dell’Angelo, esse rivelano la ragione per la quale il Messia è chiamato «Figlio di Dio», spiegando che lo «Spirito Santo» verrà su Maria, «è per questo motivo che sarà chiamato Figlio di Dio», non essendo figlio di nessun uomo.

Il Vangelo di Matteo ci fa sapere inoltre che l’Angelo apparve in sogno a Giuseppe per assicurarlo sulla verginità di Maria, perché egli ne dubitava. L’Angelo gli disse:

«Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa, perché quel che è generato in lei viene dallo Spirito Santo. Essa partorirà un figlio e tu lo chiamerai Gesù… Tutto questo avvenne perché si adempisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta (Isaia): Ecco, la vergine concepirà e partorirà un figlio.» (Matteo 1,20-23)

Dio ispirò questo fatto anche nel Corano, attestando la nascita miracolosa del Messia dalla Vergine Maria per mezzo di un’azione divina, non umana, Maria rispose all’Angelo:

«Disse Maria: ‘come avrò io un figlio, mentre non mi ha toccato uomo, né sono dissoluta?’ Disse Gabriele: ‘così deve essere; il tuo Signore ha detto: ciò è, presso di me, e noi faremo di lui un segno per gli uomini e una prova di misericordia, da parte nostra, poiché è cosa decretata’. Quindi Maria concepì Gesù e si appartò con Lui, in una località lontana.» (Corano XIX; Maria,20-22)

Così il Corano certificò agli Arabi che la madre del Messia è vergine, poiché mise al mondo un figlio senza intervento umano, ma su iniziativa ed intervento divino. Questo caso unico nella storia umana ha valso al Messia, e a Lui solo, il titolo di «Figlio di Dio», perché ogni altro uomo ha un padre e una madre. A differenza di Adamo, Gesù aveva una madre mentre lui fu creato, dice la Bibbia, con del fango (o della polvere). Adamo non ha né padre, né madre.

Come comprendere ciò che il Corano rivela nella sura seguente a proposito dell’Unità di Dio:

«Dì: Egli, Dio è Uno, Dio l’Eterno. Egli non ha generato, né è stato generato, e non vi è alcuno uguale a Lui.» (Corano CXII; Il Culto Puro,1-4)

Nostra risposta: Queste parole sono indirizzate ai Pagani di La Mecca a proposito dei loro dei mitologici, non ai Cristiani a proposito del Messia. Infatti, questi Pagani credevano che i loro dei mangiassero, si sposassero e generassero figli. Il Corano viene a dire loro che Dio non è come i loro idoli, ma che Egli è eterno, non generato, né genitore di un altro dio con l’aiuto di una compagna, anch’ella dea, che divida la sua divinità, come nella mitologia.

Il Corano stesso ci spinge a spiegare questi versetti come abbiamo fatto: Dio non ha delle concubine con le quali dorme per avere figli, come era il caso degli dei di La Mecca:

«Creatore dei cieli e della terra, come avrebbe Egli un figlio, non avendo Egli una consorte?, Egli ha creato ogni cosa ed Egli è onnisciente» (Corano VI; Il Gregge,101)

Questo versetto coranico non mira a Gesù, ma a quelli che:

«Hanno assegnato i ginn a Dio come suoi soci, mentre Egli (Dio) li ha creati e hanno falsamente ascritto a Lui figli e figlie (mitologici), per la loro insipienza (perchè sono nell’errore); gloria a Lui! Egli è ben superiore a ciò che gli attribuiscono.» (Corano VI; Il Gregge,100)

È in questo stesso senso che bisogna anche interpretare i versetti seguenti:

«Essi dicono: ‘Il Misericordioso si è preso un figlio’ (unendosi ad una compagna). Dì loro: ‘Avete asserito una cosa mostruosa’…» (Corano XIX; Maria,91)

Per questa ragione, Maometto dice ancora nel Corano:

«Dì: se il misericordioso avesse un figlio, io sarei il primo ad adorarlo.» (Corano XLIII; Gli Ornamenti d’oro,81)

L’intenzione divina evidente in questo versetto mira ai figli dei «ginn» (spiriti e divinità mitologici arabi), non al Messia nato dalla Parola di questo Dio unico del quale Maometto fu «il primo adoratore», essendo stato «il primo Musulmano» della penisola Araba come spiega il Corano.

Era difficile per gli Arabi dell’epoca preislamica comprendere le verità spirituali evangeliche. Essi erano immersi nei piaceri dei sensi, al punto di credere che i loro dei si sposassero e avessero delle concubine come essi stessi, così come «figli e figlie» come rivelato nella Sura «Il Gregge». Il Corano viene a spiegargli nella loro lingua e nella loro mentalità, mettendosi al loro livello, l’esistenza di un Dio unico che ha creato tutte le cose. Questo Dio non ha affatto bisogno di concubine per generare un figlio con un atto sessuale, poiché la sua potenza spirituale è tale che con una sola parola crea ciò che Egli vuole.

Gli Arabi non erano preparati a comprendere e ad accettare una creazione fatta per ordine divino. Dio viene a presentare questo fatto attraverso il Corano, spiegando loro la differenza fra il comportamento dei loro dei mitologici e quello dell’unico Dio Creatore:

«Non si addice a Dio di prendersi alcun figlio (per mezzo di rapporti fisici come gli dei di La Mecca); gloria sia a Lui! Quando Egli ordina una cosa, Egli dice solo ad essa: ‘sii’, ed essa è.» (Corano XIX; Maria,36)

Il Corano dice ancora nella sura «Le Schiere»:

«Se Dio avesse voluto prendere per sé della prole, certamente, avrebbe scelto, fra ciò che Egli ha creato, quel che voleva.» (Corano XXXIX; Le Schiere,6)

Ora, il Corano rivela che Dio ha scelto Maria allo scopo di avere un figlio:

«Gli angeli dissero a Maria: ‘O Maria, Dio ti ha scelta, ti ha resa pura e ti ha prescelta fra le donne di tutte le creature.’» (Corano III; La Famiglia d’Imran,37)

«Rispose Gabriele: ‘io sono soltanto l’inviato del tuo Signore, incaricato di dare a te un figlio puro’. Disse Maria: ‘Come avrò io un figlio, mentre non mi ha toccato uomo…?’ Disse Gabriele: ‘così deve essere; il tuo Signore ha detto: ciò è, presso di me, facile e noi faremo di Lui un Segno per gli uomini e una prova di misericordia, da parte nostra, poiché è cosa decretata’. Quindi Maria concepì Gesù.» (Corano XIX; Maria,19-22)

È esattamente quello che è successo con il Messia. Il Corano dichiara, infatti, come abbiamo visto, che Dio ha scelto la Vergine Maria per creare, nel suo seno, e attraverso la Sua Parola divina, il Suo Messia benedetto. È lì dunque, nel seno di Maria, che Dio dice al Messia «Sii!» ed Egli fu. Subito la Vergine scelta fu incinta della Parola di Dio, come rivela la sura «La Famiglia d’Imran»:

«Gli angeli dissero a Maria: ‘O Maria, Dio ti annunzia il Suo Verbo, il cui nome sarà il Messia.’» (Corano III; La Famiglia d’Imran,40)

Così, il Corano viene a confermare la rivelazione evangelica a proposito del Messia:

«… e il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi; e noi vedemmo la sua gloria, gloria come di Unigenito dal Padre, pieno di grazia e di verità.» (Giovanni 1,14)

Riportiamo infine questi ultimi versetti coranici:

«I Giudei dicono: ‘Uzair (Esdra) è Figlio di Dio’, e i Cristiani dicono: ‘Il Messia è Figlio di Dio’, questo è ciò che essi dicono colle loro bocche, imitando i detti di coloro che, prima di loro, non credettero; Dio li combatta! Quanto vanno errati.». (Corano IX; Il Pentimento,30)

Dobbiamo comprendere questi versetti tenendo conto del fatto che il Corano confermi la Bibbia e non la contraddica. Agire diversamente sarebbe lasciarsi deviare verso il peggiore degli argomenti anziché orientarsi verso il migliore degli argomenti che è «il Retto Sentiero» prescritto dal Corano. In questa Via luminosa, noi comprendiamo questo versetto nel seguente modo: «Essi dicono: Il Messia è il Figlio di Dio, ma questa parola viene fuori unicamente dalle loro bocche»; essa non è radicata profondamente nel loro cuore e non apporta alcuna conseguenza spirituale positiva nel loro comportamento quotidiano. Essi continuano a vivere come Pagani. Se questa parola sorgesse dal profondo dei loro cuori avrebbe cambiato le loro vite. Ora, essi agiscono in tutto come questi Pagani politeisti. Essi «ripetono» adoperando ahimè il nome del Messia, quello che i miscredenti dicevano prima di essi a proposito delle loro divinità che partorivano figli e figlie. Questi «stupidi» somigliano in tutto ai Pagani e subiranno la stessa condanna. Ancora oggi possiamo constatare il declino morale della grande maggioranza dei cosiddetti Cristiani che «dicono con le loro bocche che il Messia è il Figlio di Dio», ma si comportano essi stessi come figli del diavolo. Il Cristo aveva ben ragione a dire:

«Ipocriti! Bene ha profetato di voi Isaia, dicendo: Questo popolo mi onora con le labbra ma il suo cuore è lontano da me. Invano essi mi rendono culto, insegnando dottrine che sono precetti di uomini.» (Matteo 15,7-9)

Il Corano non fa altro che riportare nella propria lingua queste parole del Messia indirizzate ai falsi credenti.

L’intenzione dell’Ispirazione divina nel dare al Messia il titolo di «Figlio di Dio» è dunque chiara: significa che Egli non ha padre umano. Questo è il vero senso spirituale confermato dalla Bibbia e dal Corano. Chi vuole discutere in maniera fanatica, divide le fila dei credenti e ne porta intera la responsabilità davanti al Trono di Dio. Quanto a noi, impegnati sul «Retto Sentiero», abbiamo dimostrato, grazie alle Scritture, la vera intenzione divina e l’unità dell’Ispirazione biblico coranica, impiegando così «il migliore» degli argomenti che unisce le fila dei credenti.

1.3. La divinità del Messia

Nessuno immaginava che Dio si potesse abbassare al punto di assumere la natura umana, per apparire in questo mondo e parlare all’uomo che Egli aveva creato, sotto forma umana, come Lui. L’essere umano, preda dell’orgoglio, rifiuta spesso di credere che la Maestà divina si abbassi al livello dell’essere creato.

Cosa dice l’Ispirazione biblico coranica a proposito dell’incarnazione divina?

L’Antico Testamento prepara i credenti a questa verità in due tappe, gradatamente. Nella prima tappa, la Torah rivela la verità sull’esistenza del Dio Unico. Nella seconda tappa, Dio parla ai Profeti del Messia che Egli stava per mandare, presentandoLo con caratteristiche soprannaturali d’eccezione.

1.3.1. Nella prima tappa

Gli uomini prima della Bibbia, adoravano con paura e apprensione degli dei mitologici dittatori. La Bibbia ci presenta un Dio unico, tenero, misericordioso, che perdona i peccati di coloro che si pentono (Esodo 34,5-7). Egli è apparso parlando ad Abramo, a Mosé e ai Profeti, mentre gli uomini che adoravano gli idoli tremavano di paura davanti ai loro dei e si annientavano davanti a essi per manifestare la loro sottomissione. Nella Bibbia, invece, Dio insegna agli uomini ad amarLo come un padre che veglia sui propri figli; nello stesso modo insegna loro a temerLo solo se sono ingiusti:

«Yahvé, Yahvé, Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di grazia e di fedeltà, che conserva il suo favore per mille generazioni, che perdona la colpa, la trasgressione e il peccato, ma non lascia senza punizione…» (Esodo 34,5-7)

Il Corano, a suo turno, conferma questa verità rivelando:

«Nel Nome di Dio misericordioso e compassionevole.» (Corano I; La Aprente il Libro,1)

1.3.2. Nella seconda tappa

Dio promette, nella Bibbia, d’inviare il Messia come Segno della Sua misericordia, per strappare l’uomo dall’inferno dell’ignoranza, del fanatismo, dell’egoismo e dell’orgoglio. Egli annunciò ai suoi profeti la venuta di un Messia umile, ma in questa umiltà risiede la sua grandezza. Dio ha attribuito al Messia dei nomi simbolici che rivelano la sua vera natura divina e la sua personalità umana eccezionale. Isaia (VIII secolo a.C) dice a proposito:

«Il Signore stesso vi darà un Segno. Ecco, la vergine concepirà e partorirà un figlio, che chiamerà Emmanuele.» (Isaia 7,14)

Il nome «Emmanuele» significa: «Dio con noi» (Matteo 1,23). Così, con il Messia, Dio stesso è con noi. Isaia attribuisce a questo bambino altri nomi eccezionali:

«Poiché un bambino ci è nato, un figlio ci è stato donato; nelle sue spalle riposa l’impero; e lo si chiama per nome: Consigliere meraviglioso, Dio Potente, Padre Perpetuo, Principe della Pace» (Isaia 9,5)

Dio non ha mai dato il nome di «Dio Potente» e di «Padre Perpetuo» a un altro profeta. Nessun uomo ragionevole oserebbe portare questi nomi. Al contrario, troviamo nel mondo arabo dei nomi come: Abdallah, che significa «Schiavo di Dio», Abdulmassih, «Schiavo del Messia», Abdulnabbi, «Schiavo del Profeta». Per mezzo dei nomi divini dati al Messia, nell’Antico Testamento Dio rivela la sua venuta nella Persona del Messia.

La necessità dell’incarnazione di Dio appare nel grido straziante che Isaia Gli rivolge, invitandoLo a venire Egli stesso sulla Terra:

«Ah! Se tu squarciassi i cieli e scendessi!» (Isaia 63,19)

Altre profezie, specialmente quella del profeta Michea (VIII secolo a.C.) annunciano la nascita del Messia a Betlemme. Michea predice anche che le sue origini sono eterne:

«E tu Betlemme di Efrata così piccola per essere fra i capoluoghi di Giuda, da te mi uscirà Colui che deve essere il dominatore in Israele; le sue origini sono dall’eternità, dai giorni più remoti.» (Michea 5,1)

Come fa il Messia, nato 750 anni dopo Michea, ad avere origini eterne? Questa profezia non fu compresa finché non si compì. In effetti, Gesù in una viva discussione con gli Ebrei, dichiarò:

«In verità, in verità vi dico: prima che Abramo fosse, Io Sono.» (Giovanni 8,58)

Noi sappiamo che Abramo ha preceduto il Messia sulla terra di duemila anni. Come dunque può affermare di esistere prima di Abramo, se non è, come dice Michea, perché le sue origini sono eterne? Questa eternità appare ugualmente quando Gesù, pregando apertamente davanti ai suoi Apostoli, dice a suo Padre:

«Io ti ho glorificato sopra la terra… E ora, Padre, glorificami davanti a Te , con quella gloria che avevo presso di Te prima che il mondo fosse» (Giovanni 17,4-5)

Il Messia si rivolge al Padre ad alta voce per insegnare con quale spirito bisogna rivolgersi a Dio: con tenerezza e delicatezza. Egli rivela ugualmente la sua essenza divina, Egli che esisteva presso Dio «prima che il mondo fosse». Nell’Ispirazione evangelica, molti versetti menzionano l’eternità dello Spirito del Messia, non del suo corpo umano che, certamente, come ogni carne, fu creato nel mondo.

Certuni si stupiscono dell’incarnazione divina e s’interrogano con una mentalità totalmente materialista: «Essendosi Dio incarnato nel Messia, come poteva, di fatto, dirigere il mondo e le stelle dal cielo!» Questa è una visione ingenua, puerile e ristretta dell’Onnipotenza di Dio. Dio non ha bisogno di allontanarsi dal cielo per apparire sulla terra.

Nella nostra epoca, questo fatto è più comprensibile che nel passato. La psicologia, infatti, ha scoperto le potenze sconosciute e insospettabili dello spirito umano. Un uomo spirituale può spostarsi con il suo spirito e apparire a migliaia di chilometri lontano dal suo corpo. Nello stesso modo, alcune persone possono controllare a distanza il pensiero altrui, ossia influenzare a distanza individui e collettività. Se tale è la potenza dello spirito umano creato, che non ha ancora scoperto tutte le sue facoltà, cosa possiamo dire dello Spirito Creatore, della cui Potenza non comprendiamo ancora l’estensione infinita? Dio può, infatti, incarnarsi sulla terra senza per questo lasciare il Cielo.

Tuttavia, quello che ci interessa nell’Ispirazione non è ciò che gli uomini dicono, ma ciò che Dio stesso ha rivelato ai suoi Profeti. Noi crediamo nel piano di Dio rivelato da Dio, anche quando questo è uno scandalo per coloro che hanno una fede materialista e uno spirito ottuso che gli impedisce di comprendere i disegni divini.

Cosa dice il Corano a proposito del Messia? Dice che Egli è il Verbo di Dio e il suo Spirito:

«Gli angeli dissero a Maria: ‘O Maria, Dio ti annunzia il Suo Verbo, il cui nome sarà il Messia, Gesù figlio di Maria’.» (Corano III; La Famiglia d’Imran,40)

Notate che il nome di questa Parola divina è «Gesù il Messia», vale a dire che il Messia è la Parola di Dio. Ora la Parola di Dio è continuamente con Lui, poiché é essenza divina, come è rivelato nel Vangelo di San Giovanni:

«In principio era il Verbo (la Parola), e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio… e il Verbo si fece carne.» (Giovanni 1,1-14)

Il Corano ci rivela che il Messia è anche lo Spirito di Dio:

«Il Messia Gesù, figlio di Maria, è l’Apostolo di Dio, il Suo Verbo, che Egli gettò in Maria, e uno Spirito proveniente da Lui.» (Corano IV; Le Donne, 169)

Dato che non possiamo separare la parola dalla persona, nello stesso modo non possiamo separarne lo spirito. La Parola di Dio è Dio stesso, lo Spirito di Dio è anche Egli Dio, è la Trinità divina riferita dall’Ispirazione evangelica.

Alcuni discutono su questi soggetti ricorrendo ad argomenti futili, dicendo, per esempio, che si trovano capi religiosi che portano il titolo di «Spirito di Dio» (Ruh Allah) senza avere, tuttavia, l’essenza divina. La risposta è che tradizioni umane hanno attribuito agli uomini tali titoli, l’Ispirazione divina non c’entra niente. I Libri celesti non hanno mai detto di un profeta, qualunque fosse la sua grandezza, che fosse la Parola o lo Spirito di Dio. Qui appare il deviazionismo delle tradizioni umane e noi lo denunciamo.
Dio ha impiegato i mezzi migliori per rivelare gradualmente agli Arabi la verità sulla natura del Messia, usando, secondo la sua abitudine, una saggia pedagogia. Chi desidera approfondire le verità ispirate, deve fare ricorso alla Bibbia. Deve leggerla armandosi dello Spirito di Dio, allo scopo di non interpretarla con uno spirito puramente umano o filosofico che celi le verità spirituali. L’importante non è la semplice lettura dei Libri ispirati, ma lo spirito col quale questi Libri celesti vengono letti.

Se il Corano non nega la divinità del Messia, come possiamo spiegare il seguente versetto?:

«Invero sono miscredenti quelli che dicono: ‘in verità Dio è il Messia, figlio di Maria’, poiché il Messia disse: ‘o figli di Israele, servite Dio, Signor mio e Signor vostro’; chiunque associ a Dio altre divinità, Dio gli interdirà l’entrata del paradiso e sua dimora sarà il fuoco e gli iniqui non avranno soccorritori.» (Corano V; La Tavola,76)

Il Corano prende di mira, qui, una certa categoria di Cristiani considerati come infedeli a causa delle loro ingiustizie. Notate che il versetto non dice: «Tutti coloro che dicono che Dio è il Messia sono miscredenti», ma «sono miscredenti quelli che dicono Dio è il Messia», bisogna sapere che i Cristiani erano conosciuti come coloro che dicevano «Dio è il Messia». La frase va così interpretata: «i Cristiani sono miscredenti» (o bestemmiano).

Ma perché sono miscredenti? È per avere detto che Dio è il Messia? Se tale fosse l’Intenzione divina, allora il versetto sarebbe stato ispirato in forma incontestabile, dissipando ogni malinteso, come: «Tutti coloro che dicono che Dio è il Messia, sono miscredenti» o ancora «quelli che dicono che il Messia è Dio bestemmiano».

Il Corano, però, non considera tutti i Cristiani come miscredenti. Al contrario, loda le virtù di molti Cristiani, pur sapendo che essi dicono: «Dio, è il Messia». Dio ispirò a Maometto anche i versetti seguenti:

«Troverai che quelli che sono più vicini per affetto a quelli che credono (nel Corano, i Mussulmani) sono coloro che dicono: ‘noi siamo cristiani’; ciò perché di essi alcuni sono preti e monaci, ed essi non sono orgogliosi.» (Corano V; La Tavola,85)

Si deve notare che questi preti e monaci credono che Dio è il Messia tuttavia il Corano li loda:

«Certamente quelli che credono, quelli che seguono la religione giudaica, i Cristiani e i Sabei, chiunque insomma creda in Dio e nel giorno estremo e abbia fatto del bene, avranno la mercede loro, presso il Signore, né alcun timore sarà su di loro, né si rattristeranno.» (Corano II; La Vacca,59)

«Quelli ai quali demmo il Libro (La Bibbia) prima di Esso (Il Corano), credono in quello, e quando viene loro recitato, dicono: ‘Noi crediamo in Esso; Esso, certamente, è la verità (che viene) da parte del nostro Signore, noi, invero eravamo mussulmani (sottomessi a Dio) già prima che Esso ci giungesse’. A quelli verrà data la loro mercede due volte, per ciò che furono costanti e respingono il male col bene, e di ciò che fornimmo loro, erogano in elemosina, e quando odono discorsi vani, se ne ritraggono.» (Corano XXVIII; La Storia,52-55)

Noi ne deduciamo che il Corano non condanna affatto globalmente tutti quelli che dicono: «Dio è il Messia» per aver detto queste parole. Altrimenti Dio avrebbe condannato in blocco tutti i Cristiani. L’intenzione reale di Dio in questi versetti era di condannare una categoria di cristiani che, per le loro cattive azioni, hanno bestemmiato e sono diventati miscredenti. Altri versetti coranici, dove Dio loda i Cristiani fedeli in merito alle loro buone azioni, appoggiano questa interpretazione. Egli li tranquillizza dicendo:

«Alcun timore sarà su di loro, né si rattristeranno. Alcuni di essi sono preti e monaci, ed essi non sono orgogliosi.» (Corano II; La Vacca,59 / Corano V; La Tavola,85)

Il Corano distingue tra due categorie di Cristiani: quella che segue il Retto Sentiero e quella che si smarrisce. Quest’ultima è accusata dal Corano, a ragione, di essere costituita da bestemmiatori.

Il Corano dice:

«Però tutti non sono uguali; sonvi, tra la gente del Libro, alcuni il cui animo è retto, che recitano i segni di Dio nelle ore della notte e si prostrano pregando; Essi credono in Dio e nel Giorno Estremo, ordinano ciò che è lodevole e proibiscono ciò che è riprovevole, e gareggiano di zelo nel fare le opere buone; quelli sono fra i buoni. Quel che fate di bene non vi sarà contestato, poiché Dio conosce quelli che lo temono.» (Corano III; La Famiglia d’Imran,109-111)

«Una parte della gente del Libro vorrebbe indurvi in errore, però essi non inducono in errore se non se stessi, senza avvedersene.» (Corano III; La Famiglia d’Imran,62)

«Tra la gente del Libro vi è alcuno che, se tu gli confidi un talento, te lo restituirebbe, e vi è alcun altro che, se tu gli confidi un dinar, non te lo restituirebbe, se non quando tu insistessi» (Corano III; La Famiglia d’Imran,68)

La distinzione fatta dal Corano fra le due categorie dei popoli del Libro risalta chiaramente da questi versetti. La categoria degli smarriti è denunciata dal Corano, non a motivo della loro credenza nella divinità del Messia, ma a causa delle loro cattive azioni, specialmente del furto delle sostanze altrui. Poiché il Corano loda una parte dei preti e dei monaci, mentre ne fustiga altri:

«O voi che credete, molti dottori e monaci consumano i beni altrui in cose vane (ingiustamente).» (Corano IX; Il Pentimento,34)

Ora «consumare i beni altrui ingiustamente» equivale, secondo l’Ispirazione evangelica, all’idolatria. Ugualmente, ogni cattiva azione viene considerata nel Vangelo come idolatria. Gesù, il Messia, ha detto:

«Nessuno può servire due padroni: o odierà l’uno e amerà l’altro, o preferirà l’uno e disprezzerà l’altro: Non potete servire a Dio e a mammona.» (Matteo 6,24)

Così, San Paolo dice:

«Perché, sappiatelo bene, nessun fornicatore, o impuro, o avaro, che è roba da idolatri, avrà parte al Regno di Cristo e di Dio.» (Efesini 5,5)

A dispetto di questo, molti Cristiani sostengono di appartenere al Messia, mentre non sono, in verità, che degli idolatri, avendo associato all’adorazione di Dio l’adorazione del denaro e dei piaceri.

Non è dunque strano che il Corano, dopo il Vangelo, denunci la categoria empia dei Cristiani che dicono che Dio è il Messia. Questi Cristiani sono dunque accusati d’idolatria a causa del loro amore per il denaro e il piacere, e non perché dicono che Dio è il Messia. Tale è la nostra interpretazione.

Sì, anche noi, insieme al Corano affermiamo: «Sono miscredenti coloro che dicono: Dio è il Messia». Tuttavia, noi siamo fra coloro che dicono che Dio è il Messia. Lo affermiamo senza inquietudine, confidando che «alcun timore sarà su di noi, né ci rattristeremo» (Corano II; La Vacca,59), sappiamo, infatti, che le nostre buone azioni ci classificheranno in mezzo ai benedetti, non in mezzo ai miscredenti.

Tuttavia e per essere ancor più chiari, noi affermiamo: «Sono miscredenti coloro che hanno detto che Maometto è il profeta di Dio». Però noi crediamo che Maometto è un degno Profeta di Dio. Speriamo di non essere cacciati a causa della nostre cattive azioni, in mezzo ai bestemmiatori. Molti di quelli che dicono che Maometto è il Profeta di Dio si sono, di fatti, allontanati dai principi e dai nobili comandamenti del Corano, respingendo lo spirito di apertura coranico. Essi sono schierati fra i miscredenti. Rimandiamo i nostri lettori a ciò che dicono il Profeta Maometto e lo Sheikh Mohammed Abdo, a questo proposito, nella nostra introduzione.

Allo stesso modo, noi diciamo: «Hanno bestemmiato coloro che dicono che Mosé è profeta di Dio». Tuttavia noi crediamo che Mosé è Profeta di Dio, ma denunciamo il sionismo e i suoi addetti criminali che dicono che Mosé è profeta di Dio.

L’incarnazione divina rispose a una necessità assoluta, viste le spesse tenebre in cui l’umanità era immersa. Gli stessi profeti non erano capaci di salvare l’uomo. Questa incapacità traspare dalle parole del profeta Isaia:

«Noi tutti eravamo sperduti…» (Isaia 53,6)

Solo Dio non si smarrisce. Egli solo è tale da liberare l’uomo dalle tenebre. Per questo:

«Il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi» (Giovanni 1,14)

Dio ha esaudito il grido straziante del profeta Isaia:

«Ah! Se Tu squarciassi i Cieli e scendessi!» (Isaia 63,19)

1.4. La crocifissione del Messia

La Bibbia, nell’Antico Testamento annuncia che il Messia sarà disprezzato e messo a morte dagli Ebrei. Il profeta Isaia (VIII secolo a.C.) aveva detto a proposito del Messia:

«Disprezzato e reietto dagli uomini, uomo dei dolori che ben conosce il patire, come uno davanti al quale ci si copre la faccia, era disprezzato e non ne avevamo alcuna stima. Eppure Egli si è caricato delle nostre sofferenze, si è addossato i nostri dolori e noi Lo giudicavamo castigato, percosso da Dio e umiliato. Egli è stato trafitto per i nostri delitti, schiacciato per le nostre iniquità. Il castigo che ci dà salvezza si è abbattuto su di Lui; per le sue piaghe siamo stati guariti. Noi tutti eravamo sperduti come un gregge, ognuno di noi seguiva la sua strada; il Signore fece ricadere su di Lui l’iniquità di noi tutti. Maltrattato si lasciò umiliare e non aprì la sua bocca… Sì, fu eliminato dalla terra dei viventi, per l’iniquità del mio popolo fu percosso a morte. Gli si diede sepoltura con gli empi, con il ricco fu il suo tumulo, sebbene non avesse commesso violenza né vi fosse inganno nella sua bocca. Ma al Signore è piaciuto prostrarLo con dolori. Quando offrirà se stesso in espiazione, vedrà una discendenza, vivrà a lungo, si compirà per mezzo suo la volontà del Signore.» (Isaia 53,1-10)

Tale è la descrizione fatta dall’Antico Testamento del dramma del Messia e della sua condanna a morte, otto secoli prima che si compisse. Se oggi dovessimo descrivere le sofferenze del Messia, non ci riusciremmo meglio di Isaia.

Quale è il senso di questa profezia divina: «Egli è stato trafitto per i nostri delitti. Noi tutti eravamo sperduti?» Quali sono i delitti e da quale perdizione furono presi gli Ebrei? Si tratta del crimine del sionismo e del suo smarrimento. In effetti, lo spirito sionista s’infiltrò nel popolo ebraico di secolo in secolo e questo spirito fu condannato con forza dai profeti dell’Antico Testamento e dal Messia. «Noi tutti eravamo sperduti» ha detto il profeta Isaia, e questo smarrimento risiede nella politicizzazione del Giudaismo. Difatti, i Sionisti concepiscono il giudaismo come uno stato israeliano. Invece Dio lo desidera come fede e pentimento per tutta l’umanità. Ecco perché il Messia aveva dichiarato:

«Il Mio Regno (spirituale e universale) non è di questo mondo (politico e ristretto).» (Giovanni 18,36)

Gli Ebrei sionisti di oggi seguono i passi dei loro antenati e si smarriscono nell’illusione del sionismo. Dopo aver occupato la Palestina, la maggior parte degli Israeliani sogna ancora il Grande Israele, l’impero israeliano che si dovrebbe estendere dal Nilo all’Eufrate. Il dramma del Medio Oriente ha per causa il sionismo e riproduce nel XX secolo il dramma di Gesù, che denunciò il sionismo fino alla croce.

Il male sionista aveva colpito anche gli stessi Apostoli di Gesù. Essi attendevano, come tutti gli altri Ebrei, un Messia militare che avrebbe dovuto mettersi alla testa di un movimento sionista di liberazione, impegnandosi in una campagna espansionista violenta e armata contro i romani e i paesi vicini alla Palestina. Lo scopo di questo movimento messianico militare sarebbe stato la costituzione di un impero sionista. Questa è la ragione per la quale il Messia, invece di parlare loro di una gloria militare, li prepara gradualmente al pensiero della sua condanna a morte, sostituendo così una visione spirituale di salvezza alle loro ambizioni politiche e razziste.

Infatti, Gesù, dopo essersi assicurato che i suoi Apostoli credessero in Lui come Messia, rivelò loro il suo messianismo spirituale non politico con la sua messa a morte:

«Da allora Gesù cominciò a dire apertamente ai suoi discepoli che doveva andare a Gerusalemme e soffrire molto da parte degli anziani, dei sommi sacerdoti e degli scribi, e venire ucciso e resuscitare il terzo giorno.» (Matteo 16,21)

La reazione spontanea degli Apostoli fu di delusione; Pietro respinse questa visione non politica e si affrettò a dire:

«Dio te ne scampi, Signore; questo non ti accadrà mai.» (Matteo 16,22)

Il Messia, però, lo rimproverò e continuò a ripetere agli Apostoli che era necessario che Egli fosse crocifisso e messo a morte (Matteo 16,23 e Luca 9,22 / 9,44-45).

Lo spirito sionista aveva talmente invaso la mentalità ebraica, che gli Apostoli stessi provarono un’immensa difficoltà a liberarsene. Il Vangelo menziona che Gesù, anche dopo la sua morte e resurrezione, dovette apparire a due dei suoi discepoli per spiegare loro le profezie dell’Antico Testamento riguardanti le sue sofferenze. Egli disse loro:

«Sciocchi e tardi di cuore nel credere alla parola dei profeti! Non bisognava che il Cristo sopportasse queste sofferenze per entrare nella sua gloria? E cominciando da Mosé e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a Lui» (Luca 24,25-27)

Il Messia è entrato nella sua gloria, gloria spirituale, non mondana né politica, attraverso la porta del martirio. Il martirio per la giustizia è agli occhi di Dio una gloria e una dignità, non una vergogna, come pensano alcuni. Il Messia non ha affatto disprezzato il martirio, e chiunque lo consideri come un atto vergognoso non è guidato dallo Spirito Santo di Dio. Gli Apostoli impiegarono molto tempo a comprendere questa maniera di pensare, alcuni avevano perfino vergogna di quello che San Paolo, nella sua lettera, chiama «lo scandalo della croce» (Galati 5,11).

Molti hanno disprezzato Gesù a causa della sua crocifissione. Gli Apostoli, invece, non si sono vergognati per il modo in cui Egli è morto, perché il Messia, dopo la sua resurrezione, ha spiegato loro il senso profondo della Croce. Essi allora hanno compreso l’intenzione di Dio e la sua sapienza e vi si sono sottomessi. San Paolo scrive nella sua prima lettera ai Corinzi:

«Noi predichiamo Cristo crocifisso, scandalo per i Giudei, stoltezza per i pagani.» (1 Corinzi 1,23)

Dio ha voluto, con la morte del Messia, stabilire un criterio di fede per separare i veri credenti dai sionisti. Costoro si rifiutarono di seguirlo a causa del loro attaccamento alla politica e alla gloria temporale. Il Corano fa allusione a questi ultimi, che, dopo aver creduto in Gesù, come Messia sionista, rinunziarono a seguirlo dopo la sua morte, perché avevano compreso che Egli non avrebbe soddisfatto il loro sogno di dominio:

«Tra la Gente del Libro (degli Ebrei), alcuni hanno voluto credere in lui (nel Messia) prima della sua morte e il giorno della Resurrezione, Egli sarà testimone contro di loro.» (Corano IV; Le Donne,157)

Questo versetto dimostra chiaramente che il Messia è stato veramente messo a morte.

Se tale fu l’atteggiamento del popolo della Bibbia, di ebrei, scribi e Farisei già iniziati alle profezie davanti alla morte del Cristo, come, a maggior ragione, Dio doveva preparare gli Arabi di quei tempi, incapaci di assimilare questo fatto della Croce? Gli Arabi dell’epoca preislamica non potevano concepire né accettare un Messia apparentemente sconfitto, appeso a una croce e messo a morte da uomini, gli Ebrei, supposti essere suoi testimoni.

Perché il Messia doveva essere messo a morte? Per abolire lo spirito sionista nella mentalità dei suoi seguaci. Essi, vedendo sulla croce Gesù, che avevano creduto essere il Messia politico, compresero che il sionismo era un errore e un’illusione alla quale bisognava definitivamente rinunciare.

Se il Messia non fosse stato crocifisso, i suoi discepoli non avrebbero compreso il loro errore e avrebbero continuato a domandargli di stabilire il regno sionista d’Israele. Per mezzo della croce, il Messia ha messo fine al concetto sionista.

Gesù è il Salvatore, perché Egli salva coloro che credono in Lui non solo dalle catene sioniste, ma anche da ogni simile ideale illusorio, da ogni mentalità materialista, anche se questa si nasconde sotto un’apparenza religiosa, come è il caso dell’Islam e del Cristianesimo politico e nazionalista. Ogni tentativo di politicizzare la religione, qualunque religione, è un altro sionismo mascherato sotto un altro nome. Il Vaticano, proclamandosi «Stato» nel 1929, simile agli altri stati, è caduto nella stessa trappola del sionismo.

Come abbiamo già menzionato, era impossibile per gli Arabi dei tempi preislamici comprendere il messaggio di un Messia in apparenza vinto. Per ciò il Corano, da buon pedagogo, presenta loro gradualmente le verità e i fatti evangelici. Bisogna anche tenere conto del fatto che a quell’epoca gli Arabi valutavano l’uomo per la sua forza fisica, la sua valenza e la sua bravura nel maneggiare la spada, non per qualità quali la tenerezza, l’umiltà e il martirio per la Giustizia.

Questa mentalità prevale ancora oggi in molte società; moltissimi non hanno imparato niente dall’Ispirazione divina e continuano a disprezzare gli umili e i miti, trattandoli da deboli. Simili comportamenti caratterizzano lo spirito sionista, vinto da Gesù su un’umile croce.

Il Corano ha preparato gli Arabi con molto tatto e finezza a comprendere la saggezza del martirio del Messia. Ciò può essere scoperto solo dal ricercatore diligente e bene intenzionato. Giacché il Corano dice degli Ebrei, condannandoli:

«Essi hanno violato il loro Patto, hanno rinnegato i Segni di Dio, hanno ucciso i profeti ingiustamente. Inoltre, per la loro miscredenza, per avere essi pronunziato, riguardo a Maria, una grave calunnia, e per avere essi detto: ‘in verità, noi uccidemmo, il Messia, Gesù figlio di Maria, l’Apostolo di Dio’, mentre non l’hanno ucciso, né l’hanno crocifisso, bensì la cosa fu resa dubbia ad essi… Bensì Dio lo elevò a Sè.» (Corano IV; Le Donne,154-156)

Alcuni credenti superficiali si affrettano a pensare che questi versetti coranici neghino la crocifissione e l’uccisione fisica del Messia. Trascinati dal loro entusiasmo, si lanciano in un attacco in regola contro il Vangelo, affermando che questo, poiché racconta che Gesù fu crocifisso, sia falsificato. Con le loro conclusioni affrettate, essi contraddicono il Corano, che dice di confermare il Vangelo. Prendendo le distanze, per consultare con calma e senza fanatismo il Corano, avrebbero scoperto che esso parla, in un altro versetto, della messa a morte del Messia.

Qui, appare l’importanza della ricerca dell’unità dell’Ispirazione e la necessità di un approfondimento dello studio coranico per raggiungere l’intenzione divina. Così, guidati da «un Libro luminoso», potremo evitare la trappola dell’interpretazione letterale, che allontana dall’intenzione divina. Il Corano stesso ci incoraggia a seguire questo itinerario con una dichiarazione franca sulla morte del Messia nella quale Gesù Bambino dice:

«E la pace sia su di me il giorno in cui nacqui, il giorno in cui morirò, e il giorno in cui sarò resuscitato a vita!» (Corano XIX; Maria,34)

Il Corano parla dunque della morte del Messia e della sua risurrezione, confermando in questo il Vangelo. Certi credenti superficiali pensano che questi versetti riguardino il ritorno del Messia alla fine dei tempi. È solo allora che il Messia sarà, secondo loro, messo a morte. L’Ispirazione divina non fornisce alcun fondamento a queste elucubrazioni. Noi non comprendiamo affatto le ragioni per cui questi «credenti» accettino l’idea della morte del Messia alla fine dei tempi, mentre la rifiutino nella sua prima venuta. Il Corano menziona ugualmente la morte del Messia anche nei versetti seguenti, in cui Gesù, parlando a Dio dopo la sua morte, dice a proposito degli Ebrei che rinunciarono a Gesù dopo la sua morte:

«Finché fui tra di loro, Io fui testimone contro di loro, e, quando Tu Mi facesti morire, fosti Tu testimone contro di loro, poiché Tu sei Testimone di ogni cosa.» (Corano V; La Tavola,117)

Abbiamo già visto che il Corano condanna la gente del Libro (gli Ebrei) che cessarono di credere in Gesù dopo la sua morte:

«Tra la Gente del Libro, alcuni hanno voluto credere in Lui (Gesù) prima della sua morte e il giorno della Resurrezione, Egli sarà testimone contro di loro.» (Corano IV; Le Donne,157)

La morte del Messia è anche riferita nel versetto seguente, che dice a proposito degli Ebrei increduli:

«I Giudei tesero inganni contro Gesù (per ucciderlo), però Dio ne tese pure contro di loro, e Dio è il migliore fra quelli che ne tendono. Rammenta quando Dio disse: O Gesù, Io, invero, Ti farò morire (moutawaffica), Ti eleverò fin presso di Me, Ti libererò da coloro che non credono (dagli Ebrei che ti rinnegano) e collocherò quelli (gli Ebrei credenti) che ti avranno seguito, al di sopra di quelli che non hanno creduto, fino al Giorno della Risurrezione.» (Corano III; La Famiglia d’Imran,47-48)

NB: La parola araba «moutawaffica» che significa «Ti farò morire», è tradotta male con «Ti richiamerò a Me». Ciò è falso. Infatti, questa parola significa un decesso fisico, una messa a morte corporale.
Come conciliare i versetti coranici dove Dio Stesso annuncia l’uccisione di Gesù e quelli dove Gesù Stesso dichiara la Sua morte, con il versetto del Corano IV; Le Donne,156 che dice:

«Non l’hanno ucciso, nè l’hanno crocifisso; bensì la cosa fu resa dubbia a essi.» (Corano IV; Le Donne,156)

L’Ispirazione coranica si contraddice? Certamente no!

Coloro che si fermano all’interpretazione letterale traballano e, come dice il Corano, a proposito di quelli che adorano Dio alla lettera:

«Essi cadono a faccia in giù perdendo la vita terrena e quella futura. Tale è la perdizione evidente.» (Corano XXII; Il Pellegrinaggio,11)

Noi, elevandoci al livello dell’Intenzione divina nell’Ispirazione, per comprendere secondo lo Spirito e non secondo la lettera, non vedremo, nel versetto 156 della sura Le Donne (Corano IV) una negazione della crocifissione e della morte fisica del Messia. L’Intenzione divina è di farci comprendere che gli Ebrei, mettendo a morte il Messia, non hanno messo fine al suo messaggio. «Bensì la cosa fu resa dubbia a essi» perché uccidendolo avrebbero potuto fare abortire la sua missione appena nata. Il suo messaggio, invece, dopo la sua morte, si è sparso come il fuoco fra la paglia, fino ai confini della terra.

Gli Ebrei temevano il messaggio di Gesù, opposto al sionismo, ancora più che la sua Persona. Ora ecco invece il suo messaggio, che essi avevano preso di mira uccidendoLo, si spande nel mondo, proprio a causa di questa crocifissione. Così Dio, «il migliore tra quelli che tendono inganni», ha trionfato sugli inganni degli Ebrei (Corano III; La Famiglia d’Imran,47-48).

Alcuni pensano che «l’inganno» di Dio sia stato più fine di quello degli Ebrei sionisti perché Egli ha elevato fin presso di Sé il Messia evitandoGli la morte. Questa interpretazione contraddice, però, l’Ispirazione biblico-coranica e perciò non possiamo accettarla. Noi crediamo che «l’inganno» di Dio abbia trionfato su quello dei non credenti perché la morte del Messia è stata la causa della disfatta del sionismo. Dio, dopo la morte del Messia, L’ha fatto resuscitare e ascendere a Sé, mentre gli Ebrei pensavano di averLo fatto precipitare nel più profondo dell’inferno. La vittoria divina sugli Ebrei non si arresta con l’elevazione del Messia: Il Creatore confonde ancora più gli Ebrei elevando eternamente al di sopra di essi, i discepoli del suo Messia:

«Quando Dio disse: O Gesù, Io collocherò quelli che ti avranno seguito (gli Ebrei credenti), al di sopra di quelli che non hanno creduto (gli Ebrei sionisti), fino al Giorno della Risurrezione» (Corano III; La Famiglia d’Imran,48)

Niente giustifica coloro che negano la crocifissione del Messia con il pretesto di glorificarLo: Il martirio per la causa di Dio non è una vergogna. Così, Dio risponde nel Corano a tutti quelli che pensano di glorificare il Messia negando la sua crocifissione:

«Rispondi loro (Maometto): Chi potrebbe opporsi minimamente a Dio, se Egli volesse annientare il Messia, figlio di Maria, e sua madre e tutti quelli che sono sulla terra?» (Corano V; La Tavola,19)

Ora, come abbiamo visto precedentemente, la Bibbia ci rivela tramite il profeta Isaia, otto secoli prima di Gesù, che Dio aveva già deciso di annientare il Messia:

«…Fu eliminato dalla terra dei viventi, per l’iniquità del mio popolo fu percosso a morte… Al Signore è piaciuto prostrarlo con dolori.» (Isaia 53,8-10)

La nostra convinzione è ferma: Nessuno può arrestare il braccio di Dio che agisce secondo il suo piano e la sua sapienza, spesso incompresi dagli uomini. Dio ha veramente annientato fisicamente il Messia come era stato profetizzato nell’Antico Testamento e come il Messia stesso ha insegnato nel Vangelo. Il Corano non fa che certificarlo. Tuttavia, se Dio ha voluto annientare fisicamente il Messia, l’ha fatto allo scopo di glorificarLo spiritualmente ed eternamente. Ciò si realizzerà tramite la distruzione prossima e definitiva del sionismo incarnato oggi nello Stato d’Israele.

Credere che il Messia non sia stato messo a morte equivale a credere in un Messia politico e militare. Questa è un’altra forma di sionismo. Il Messia doveva passare attraverso la morte per cambiare la mentalità degli uomini di buona fede caduti nelle reti del materialismo.

In seguito a queste riflessioni, una conclusione semplice e veritiera s’impone: il credere nella crocifissione del Messia non contraddice il Corano quando i suoi versetti sono interpretati spiritualmente, secondo il nostro principio, valido per tutti i Libri ispirati. Viceversa, la negazione della crocifissione del Messia spinge gli interpreti del Corano a cercare spiegazioni contorte per adattarle ai versetti coranici che parlano della sua messa a morte. Essi finiscono con il contraddire il Vangelo, invece di confermarlo come vuole il Corano. Questo comportamento colpevole non è né «il Migliore dei Argomenti», né il «Retto Sentiero» prescritti dal Corano.

Morire martiri per Dio è una gloria infinita: Nessuno la potrà rapire al Messia Gesù, il Primo dei martiri. Chi coglierà questa verità cesserà di voler allontanare dal Messia la «vergogna» della croce. Morire per Dio, è vivere eternamente come rivela il Corano:

«Non dite, di coloro che furono uccisi combattendo nella via di Dio, che essi sono morti; poiché anzi essi sono vivi, però voi non ve ne avvedete.» (Corano II; La Vacca,149)

Il corano è logico con se stesso: non considera i martiri di Dio come morti, ma viventi. Perciò, dato che rispetta i propri principi, non si ferma alla condanna a morte del Messia, ma, come martire, Lo dichiara vivente in eterno. Gli Ebrei non l’hanno fatto morire, perché Dio, «il più fine degli astuti», L’ha fatto rivivere eternamente, ma essi «non lo capiscono». Il Corano dice anche, su questo punto:

«Né considerare quelli che sono stati uccisi nella via di Dio, come morti; no, essi sono vivi, presso il loro Signore, e sono ben mantenuti.» (Corano III; La Famiglia d’Imran,163)

Noi che crediamo nella crocifissione, morte e risurrezione del Messia, diciamo: «Il Messia è vivente, essi non L’hanno ucciso, non L’hanno crocifisso, ma questo è sembrato loro».

1.5. La falsificazione della Bibbia

1.5.1. Le prove coraniche dell’autenticità della Bibbia

Nel corso dei secoli, certi Ebrei hanno sparso la voce della falsificazione della Bibbia, e in particolare del Vangelo, ad opera dei Cristiani. Il loro scopo era di convincere che le profezie sulle quali si appoggiano i Cristiani per credere in Gesù come Messia fossero falsificate e che non esistessero nell’Antico Testamento, per lo meno nella forma presentata dai Cristiani. I Cristiani cioè avrebbero manipolato i testi biblici per adattarli a Gesù.

Molti hanno creduto a questa calunnia e l’hanno propagata fino ai nostri giorni, disprezzando così la Bibbia e in particolare il Vangelo. Certi Arabi arrivano al punto d’impedire che il Vangelo entri nei loro paesi e nelle loro case, mentre, paradossalmente, aprono le porte a libri e riviste immorali.

Sostenere che la Bibbia sia falsificata è un’eresia ispirata dal Diavolo che, come dice il Corano:

«Insinua il male nei cuori degli uomini.» (Corano CXIV; Gli Uomini,5)

Nel Corano non si trova nessun versetto che metta in guardia il credente dalle falsificazioni della Bibbia. Al contrario, il Corano dice che viene per certificare la Bibbia (Corano IV; Le Donne,50). Il Corano autenticherebbe forse un testo biblico falsificato?

Come potrebbe il Corano mettere in guardia contro la Bibbia, dato che l’Ispirazione è unica? Dio è Onnipotente per difendere la sua Ispirazione e non permette la falsificazione di un Libro che ha ispirato Egli stesso. Come potremmo, altrimenti, fare ricorso a un «Libro luminoso» che ci deve guidare nel Retto Sentiero? E che riferimenti avremmo? Chi diffama la Bibbia, sostenendo che è falsificata, diffama il Corano che ne certifica l’autenticità.

Una delle differenze fondamentali fra l’Ispirazione coranica e molti Mussulmani tradizionalisti risiede nel fatto che il Corano autentica la Bibbia mentre essi la calunniano. Il Corano dice:

«Quelli ai quali Noi (Dio) demmo il Libro (La Bibbia), Lo recitano come dev’essere recitato, quelli credono in esso; quelli invece che non credono in esso, quelli saranno i perditori.» (Corano II; La Vacca,115)

La spiegazione data da «Al-Jalalein» per l’espressione «Lo recitano come dev’essere recitato» è la seguente: «Ciò significa che lo leggono come Esso è stato ispirato». Noi adottiamo questa interpretazione corretta che ha il merito di esprimere l’Intenzione del Signore.

La testimonianza del Corano in favore dell’autenticità del Vecchio e del Nuovo Testamento rende inutile per noi ogni discussione. Noi ci domandiamo come certi possano sostenere di credere nel Corano, mentre affermano che la Bibbia sia falsificata. Calunniando la Bibbia essi dimostrano di non credere nel Corano, nonostante il Corano dica esplicitamente riguardo alla Bibbia che:

«Quelli invece che non credono in esso, quelli saranno i perditori.» (Corano II; La Vacca,115)

Il Corano, testimoniando il Vangelo, dice ancora:

«La gente del Vangelo giudichi quindi secondo ciò che Dio ha rivelato in esso, poiché quelli che non giudicano secondo ciò che Dio ha rivelato, quelli sono gli empi.» (Corano V; La Tavola,51)

Il Corano, dunque, incita le genti del Vangelo a giudicare in virtù di ciò che Dio ha ispirato in esso per guidarli, non è forse questa attestazione coranica in favore del Vangelo una testimonianza sicura della sua autenticità e del dovere di ricorrervi? Malgrado ciò, vi sono Ebrei, Mussulmani e Cristiani in gran numero che affermano il contrario. Quale sarà il giudizio di Dio su questi «empi», come li qualifica il Corano?

Coloro che sostengono che il Vangelo sia «falsificato» non manifestano certo una fede assoluta nel Corano, ma un cieco fanatismo. In realtà, quegli individui nascondono sotto una maschera il loro odio per ogni Ispirazione divina. La stessa osservazione vale per coloro che disprezzano il Corano sotto il pretesto di credere nel Vangelo.

Ogni Mussulmano che pensa che il Vangelo sia falsificato è contro il Corano. Ogni cristiano che combatte il Corano è contro lo spirito evangelico. Chiunque ha veramente compreso lo spirito del Vangelo non può che aderire al Corano.

Il Corano si appoggia incessantemente sulla Bibbia come su una referenza sicura e fedele. Infatti Dio consiglia a Maometto di rivolgersi ai lettori della Bibbia, se dubita delle parole divine che gli sono ispirate:

«Se tu sarai in dubbio riguardo a ciò che abbiamo rivelato a te, interroga quelli che leggono il Libro, inviato prima di te.» (Corano X; Giona,94)

Noi saremmo felici di vedere ogni Mussulmano mettere in pratica lo spirito del Corano e ogni Cristiano mettere in pratica lo spirito del Vangelo, al fine di spezzare le catene del fanatismo che conduce alla perdizione. Che ogni Mussulmano imiti dunque il Profeta dell’Islam che ha sempre riempito il suo cuore di espressioni di pietà e di rispetto per la Bibbia:

«Noi (Dio), invece, abbiamo rivelato il Pentateuco (Torah) in cui è guida e luce; i profeti che erano Muslim, giudicavano secondo esso… Sulle orme di essi facemmo camminare Gesù figlio di Maria, a conferma della Torah, rivelata prima di Lui, e Gli demmo il Vangelo, in cui è guida e luce, che è una conferma della Torah. La gente del Vangelo giudichi quindi secondo ciò che Dio ha rivelato in Esso» (Corano V; La Tavola,48-51)

C’è forse un solo versetto coranico che il credente nel Vangelo possa respingere con il pretesto che contrasti con il Vangelo? No. Non si trova nel Corano nessun versetto che contraddica il Vangelo e i suoi insegnamenti, a condizione tuttavia che l’interpretazione prenda in considerazione il «Migliore degli Argomenti», cioè quello che conferma il Vangelo e non quello che lo contraddice.

Ogni interpretazione coranica contraria al Vangelo è una falsa testimonianza rivolta contro il Corano. Noi siamo costernati davanti a quelli che presentano false interpretazioni coraniche e poi giustificano le loro affermazioni errate sostenendo che il Vangelo sia falsificato. Questa giustificazione è ancora più condannabile dello stesso errore. Il Corano stesso denuncia e giudica costoro.

Nello stesso modo, siamo costernati davanti a coloro che rifiutano il Corano con il pretesto che sia contrario al Vangelo. Quest’affermazione è falsa, giacché il Corano attesta il Vangelo e lo conferma. Perché, dunque, respingerlo con un falso pretesto? Non è, invece, più onesto e più semplice credere nel Corano, dato che esso testimonia in favore del Vangelo? Infatti il Corano dice ai popoli della Bibbia:

«O voi, ai quali è stato dato il Libro (la Bibbia), credete in ciò che abbiamo fatto scendere (il Corano) a conferma delle Scritture (la Bibbia) che sono presso di voi.» (Corano IV; Le Donne,50)

Per questo i popoli della Bibbia devono sforzarsi di cercare l’interpretazione coranica che confermi la Bibbia «che è presso di loro». Se agiranno con amore e saggezza, giungeranno a riunire le fila e a mettere fine all’odio confessionale.

Il Corano indirizza ugualmente i suoi comandamenti ai Mussulmani, dicendo:

«O voi che credete, credete in Dio, nel suo Apostolo (Maometto) e nel Libro che Dio ha fatto scendere al suo Apostolo (il Corano), e nel Libro che Egli ha fatto scendere precedentemente (la Bibbia); poiché chi non creda in Dio, nei suoi Angeli, nei suoi Libri (L’Antico, il Nuovo Testamento e il Corano), nei suoi Apostoli e nel Giorno Estremo, erra di errore grave.» (Corano IV; Le Donne,135)

Non appartiene a noi giudicare quelli che non credono nei Libri Santi dell’Antico e del Nuovo Testamento nel loro testo attuale, né a condannarli più fermamente di quanto abbia dichiarato Dio stesso nel Corano con la frase: «Errano di errore grave». Noi esortiamo dunque a credere nel testo attuale della Bibbia, perché è questo il testo che ha conosciuto il Profeta Maometto. L’Ispirazione divina nel Corano designa questo testo, perché le prove, anche scientifiche, della sua autenticità sono molteplici e distruggono ogni argomentazione contraria.

Non esiste, invece, nessuna prova scientifica della falsificazione della Bibbia. Se una persona convinta di questa falsificazione arriverà a presentare una prova scientifica di ciò che sostiene, gliene sarò molto grato e diventerò suo discepolo.

1.5.2. Le prove scientifiche dell’autenticità della Bibbia

Dio non ha ispirato la Bibbia per abbandonarla ai capricci e alle malizie degli uomini. Ecco le principali prove scientifiche, frutto dell’archeologia moderna, che insieme al Corano, attestano l’autenticità della Bibbia:

  1. I rotoli del «Mar Morto» scoperti nel 1947 a Qumran (vicino al Mar Morto) dimostrano l’autenticità dell’Antico Testamento. Gli studiosi hanno confrontato questi testi con quelli che noi attualmente possediamo e li hanno trovati identici. Questi testi del II secolo a.C., sono scritti su pelli di capra. Questi rotoli si trovano nel Museo Rockefeller di Gerusalemme. Altri musei internazionali hanno delle copie.
  2. Il papiro «Rylands», datato 125 d.C.; contiene una parte del capitolo 18 del Vangelo di San Giovanni. Esso concorda con il testo attuale.
  3. I papiri chiamati «Chester Beatty», contenenti molte parti del Nuovo Testamento, sono del III secolo d.C. Questo testo concorda ugualmente con l’attuale e si trova nel Museo del Michigan (U.S.A).
  4. La Bibbia detta «Vaticana» risalente al IV secolo d.C. contiene tutta la Bibbia in latino: si trova nel Museo del Vaticano.
  5. La Bibbia detta «Sinaitica», scoperta nel Convento di Santa Caterina sul monte Sinai, si trova nel British Museum. È la Bibbia in greco, risale anch’essa al IV secolo d.C.. Fu scoperta da un principe russo alla fine del XIX secolo.
  6. Una prova logica dell’autenticità della Bibbia: le molteplici confessioni cristiane hanno il medesimo testo biblico. Questo testo esiste in lingue differenti e concorda con i testi originali.
  7. Molti dotti Mussulmani negano che la Bibbia sia falsificata. I principali sono i due grandi cheikhs (defunti) ben conosciuti: Afghani e Mohammed Abdo.

Secondo una favola propagata da certi «credenti», il Vangelo sarebbe stato assunto in Cielo insieme al Messia e non si troverebbe più sulla terra. A queste persone noi rivolgiamo la seguente domanda: Quale parte di verità racchiudono questi discorsi, dato che il Corano dice di coloro che leggono la Bibbia «essi la recitano come dev’essere recitata?» Come potrebbero leggerla correttamente, se non si trovasse più sulla terra?

Queste elucubrazioni sono ancora più ridicole perché il Corano raccomanda alle genti del Vangelo di giudicare secondo ciò che Dio ha ispirato in esso. Può forse Dio, nel Corano, raccomandare di giudicare in base a un Libro che non esiste più?

Noi abbiamo dimostrato che il Corano è una lettura araba della Bibbia che, al tempo del paganesimo arabo, esisteva solo in tre lingue: l’ebraico, il greco e il latino. Questa è una prova inconfutabile, sostenuta dalle scoperte dell’archeologia moderna, della presenza sulla terra della Bibbia in quell’epoca. Dunque non era stata elevata in Cielo insieme al Messia! Le scoperte archeologiche già menzionate lo dimostrano.

La tradizione musulmana riporta ugualmente nelle «Nobili Discussioni» del Profeta Maometto un fatto d’importanza fondamentale.
[Queste discussioni (Hadith in arabo) sono riferite dallo studioso Bokhari.]

Dopo l’apparizione a Maometto dell’Angelo Gabriele che gli annunciava la sua missione, il Profeta fu turbato. Egli lasciò subito il suo luogo abituale di meditazione e raccontò il fatto a Kadigia, sua moglie. Per tranquillizzarlo, ella lo accompagnò direttamente a casa di Waraka Ibn Nofal, cugino di Kadigia e zio di Maometto. Bokhari informa che Waraka era uno scriba arabo convertito al cristianesimo, che redigeva «il Vangelo in ebraico». La Bibbia esisteva dunque «sulla Terra», ai tempi di Maometto, nella stessa penisola Araba.

Le prove scientifiche e scritturali presentate qui dimostrano l’autenticità della Bibbia. Manifestano da un lato l’abisso immenso fra le parole del Corano e del suo Profeta che concernono la Bibbia e dall’altro le calunnie di certi credenti tradizionalisti. Da parte nostra, prestiamo fede alla testimonianza del Corano e del suo Profeta in favore della Bibbia. E questa testimonianza ci basta.

Certuni credono che il Vangelo sia stato falsificato dopo l’Ispirazione coranica. Questo è il peggiore degli argomenti e rivela una cattiva fede. Noi abbiamo presentato delle prove scientifiche inconfutabili circa l’autenticità del testo evangelico di oggi, che è identico a quello ispirato nel passato prima di Maometto. Ed è in favore di questo medesimo testo che il Corano rende testimonianza.

Il «vangelo» di Barnaba

Molte persone in Oriente credono nello pseudo vangelo di Barnaba. Questo «vangelo» è una parodia della vita del Messia, accettata disgraziatamente da molti Mussulmani. Ogni Mussulmano degno di questo nome, però, non può fare a meno di rigettare questo «vangelo», per la semplice ragione che Gesù vi è presentato non come il Messia, ma come il predecessore del Messia. Secondo questo «vangelo» menzognero, il Messia sarebbe Maometto.
Ecco qui qualche estratto di questo «vangelo»:

«Il sacerdote disse a Gesù: Alzati Gesù, perché noi dobbiamo sapere di te chi tu sia; È scritto nel Libro di Mosé che Dio ci manderà il Messia che ci informerà riguardo la volontà di Dio. Per questo ti prego di dirci la verità. Sei tu il Messia che noi aspettiamo? Gesù rispose: É vero che Dio ci ha promesso questo, ma io non sono il Messia, perché egli é stato creato prima di me e verrà dopo di me.» (Capitolo 96,1-5)

Il capitolo 97,13-17 riporta allo stesso modo:
«Il sacerdote disse allora: E come si chiamerà il Messia? Gesù rispose: Il nome del Messia è ammirabile perché Dio stesso gli ha dato un nome quando creò la sua anima e lo pose in una beatitudine celeste. Dio disse: Aspetta, o Maometto! Il suo nome benedetto è Maometto.»

Questi versetti sono in flagrante contraddizione con l’Ispirazione divina che è nel Vangelo e nel Corano, che testimoniano entrambi che Gesù è veramente il Messia.

Inoltre, Maometto non ha mai preteso di essere il Messia, né ha detto che Gesù non lo fosse. Non ha mai dichiarato di essere stato creato prima di Gesù. Gli insegnamenti del Corano sono contrari alle volgari mistificazioni del «vangelo» di Barnaba e confermano che Gesù è il vero Messia di Dio.

Lo scopo degli autori di questo «vangelo», che nasconde male la mano sionista, era di suscitare una separazione fra Cristiani e Mussulmani, applicando il principio del «dividere per regnare». Essi hanno giocato sull’affetto dei Mussulmani per Maometto, presentandolo più grande di Gesù. I credenti superficiali sono caduti ciecamente in questa trappola senza cogliere il fondo del problema. Non hanno realizzato che, negando il messianismo di Gesù e attribuendolo a Maometto, si sono trasformati in testimoni avversi al messaggio coranico al quale invece pretendono tuttavia appartenere.

Il Corano parla forse di falsificazione?

I propagatori delle voci della falsificazione della Bibbia si appoggiano su alcuni versetti coranici. Essi dimenticano che il Corano si presenta come testimone della Bibbia. Noi menzioneremo alcuni versetti coranici ai quali si riferiscono gli adepti della falsificazione e dimostreremo che l’intenzione del Corano è denunciare coloro che falsificano l’interpretazione dei versetti biblici. Il Corano non denuncia i versetti biblici, ma la mala fede degli interpreti. Il Corano dice:

«Desiderate voi, o Mussulmani, che i Giudei divengano credenti per piacere a voi? Un certo numero di essi stettero ad ascoltare la Parola di Dio (nella Bibbia); però dopo averla compresa, l’alterarono scientemente.» (Corano II; La Vacca,70)

«Quelli ai quali demmo il Libro (la Bibbia), conoscono lui come conoscono i propri figli; però, invero, alcuni di essi tengono celata la verità, benché essi bene la conoscano.» (Corano II; La Vacca,141)

Questi interpreti malintenzionati alterarono scientemente, con piena coscienza di causa, il senso dei versetti biblici, «dopo averli compresi». Si è trattata di una falsificazione dell’interpretazione della Parola di Dio. Altrove il Corano rivela anche:

«Invero, alcuni di essi contorcono le parole del Libro con le lingue loro, perché voi crediate che esso faccia parte del Libro; esso invece non fa parte del Libro. Essi dicono: ‘Ciò viene da Dio’, mentre non viene da Dio, e dicono, scientemente, una menzogna contro Dio.» (Corano III; La Famiglia d’Imran,72)

Notate che quelle persone «contorcono con le loro lingue», essi non falsificano i testi biblici. «Contorcendo con le loro lingue», presentano delle interpretazioni false, che fanno comodo a loro, per far credere che ciò che dicono venga da Dio, «mentre non viene da Dio».

Tale è la nostra interpretazione dei versetti sopra citati, versetti che gente malintenzionata vuole «contorcere» per calunniare il Vangelo. Il Corano accusa specialmente gli Ebrei di aver fatto ricorso a questo genere di pratica:

«Di coloro che sono Giudei, alcuni alterano il significato delle Parole delle Scritture…» (Corano IV; Le Donne,48)

«Quelli che alterano il significato delle Parole delle Scritture», le deviano dal significato voluto da Dio, presentandone una falsa interpretazione. Il Corano dice ancora a questo proposito:

«Siccome però essi (gli Ebrei) hanno violato il loro patto, li abbiamo maledetti, abbiamo reso duri i loro cuori, sì che essi alterano le Parole delle loro Scritture spostandole dai loro luoghi, e dimenticarono una parte di quanto fu loro comunicato.» (Corano V; La Tavola,16)

È chiaro che «l’alterazione della Parola» mira, qui, alla falsa interpretazione dell’Intenzione divina.

Il Corano, però, non è il solo a denunciare gli scribi ebrei. Nell’Antico Testamento, il profeta Geremia era già insorto contro di loro per la medesima ragione:

«Come potete dire: Noi siamo saggi, la Legge del Signore è con noi? A menzogna l’ha ridotta la penna menzognera degli scribi!» (Geremia 8,8)

È importante meditare queste parole ispirate di Geremia per raggiungere l’Intenzione divina che vi è rivelata: smascherare gli scribi ebrei che sfigurano il messaggio biblico con la loro falsa interpretazione.

Noi abbiamo dimostrato che il testo biblico è autentico. Il testo attualmente nelle nostre mani corrisponde perfettamente al testo conosciuto prima del Messia. Questo testo è confermato dai Rotoli del «Mar Morto». Questo è il testo che hanno conosciuto il Messia e il Profeta Maometto. Nessuna falsificazione vi si trova. Nessuna mano umana può falsificarlo, perché Dio, nella sua infinita Sapienza, vuole che il testo intero dell’Ispirazione divina arrivi fino a noi. La ragione è che Dio vuole informarci del suo piano di salvezza in favore dell’umanità intera, così come dell’influenza nefasta dello spirito sionista sui capi e sugli scribi giudei.

Gli scribi, in effetti, trascrivendo la Bibbia, hanno aggiunto, in favore del piano sionista, molti testi falsamente attribuiti a Dio, come ha ben sottolineato il Corano. Questi testi si trovano ancora oggi nella Bibbia. Dio, nella sua Sapienza, ha permesso che vi rimanessero per rivelare la mano sionista che li ha introdotti allo scopo di giustificare, nel nome di Dio, tradizioni umane non volute da Dio. Questi versetti sono altrettanti parassiti facilmente individuabili da ogni persona preparata.

Gesù non ha mancato di denunciare questi scribi e questi farisei «ipocriti»:

«Perché voi trasgredite il comandamento di Dio in nome della vostra tradizione?… Così avete annullato la Parola di Dio in nome della vostra tradizione. Ipocriti! Bene ha profetato di voi Isaia, dicendo: Questo popolo mi onora con le labbra ma il suo cuore è lontano da me. Invano essi mi rendono culto, insegnando dottrine che sono precetti di uomini.» (Matteo 15,3-9)

Bisogna dunque sottolineare che la Bibbia stessa ci invita a discernere fra l’Ispirazione divina e l’ispirazione sionista che vi si trovano. Il credente non si deve allontanare dalla Bibbia a causa di questa infiltrazione sionista. Al contrario, questo stato di fatto deve incitare i cuori forti e valorosi a scrutare la Bibbia al fine di estrarne i tesori a dispetto degli impedimenti. È così che agirono Geremia, Gesù e Maometto.

Del resto, il rispetto del Profeta Maometto verso la Bibbia è una garanzia supplementare e sufficiente per tutti i Mussulmani che vogliano ricorrervi. Giacché Dio dice a Maometto, nel Corano:

«Dì (agli Arabi che disprezzavano la Bibbia): portate allora un libro da parte di Dio, il quale sia una guida migliore di Quei Due (la Torah e il Vangelo), sì che io lo segua, se siete veritieri» (Corano XXVIII; La Storia,49)

Quale migliore testimonianza in favore della Bibbia si può domandare a questo nobile profeta arabo? È chiaro che nella mentalità del Profeta dell’Islam, la Bibbia è davvero ispirata da Dio. Noi vogliamo precisare: La Bibbia nel suo testo attuale è proprio quel testo che Maometto aveva conosciuto.

Nel versetto citato sopra, Dio fa di Maometto l’Apostolo, non solo del Corano, ma anche della Bibbia, essendo il Corano un’Ispirazione araba della Bibbia. Questa è la ragione per cui Dio, nel Corano, chiede a Maometto di non esigere dai popoli della Bibbia di fare ricorso a lui come giudice, perché essi hanno la parola di Dio nella Bibbia:

«Però, come ti prenderebbero essi per giudice, mentre hanno la Bibbia, in cui è il giudizio di Dio…» (Corano V; La Tavola, 47)

«La gente del Vangelo giudichi quindi secondo ciò che Dio ha rivelato in esso, poiché quelli che non giudicano secondo ciò che Dio ha rivelato, quelli sono gli empi.» (Corano V; La Tavola,51)

Il profeta Maometto invita tutti i credenti arabi a seguire la via «di coloro che li hanno preceduti» nella fede, gli Ebrei e i Cristiani fedeli maturati nelle Acque spirituali della Bibbia. Il Corano dice:

«Vuole Dio manifestare a voi chiaramente la sua volontà, per le vie di coloro, i quali furono prima di voi…» (Corano IV; Le Donne,31)

«O voi che credete (Arabi), credete in Dio, nel suo Apostolo (Maometto) e nel Libro (il Corano) che Dio ha fatto scendere al suo Apostolo e nel Libro (Bibbia) che Egli ha fatto scendere precedentemente; poiché chi non creda in Dio, nei suoi Angeli, nei suoi Libri, nei suoi Apostoli e nel Giorno Estremo, erra di errore grave.» (Corano IV; Le Donne,135)

Tale è il comandamento del Corano: credere non solamente a Maometto e al Corano, ma anche alle Scritture ispirate da Dio prima del Corano: la Torah e il Vangelo nel loro testo attuale. Ogni vero credente, Giudeo, Cristiano o Mussulmano, non può che credere nella totalità dell’Ispirazione biblico-coranica.

Che Dio Onnipotente riunisca gli eletti, tutti i cuori sinceri, tutti gli uomini di buona fede, intorno alla Sua Ispirazione, unica e indivisibile, affinché essi formino una sola comunità di fronte alle potenze del male che cercano di frammentarla.

1.6. La vita del Profeta Maometto

Certi orientalisti rimproverano al Profeta Maometto la molteplicità delle sue mogli e il gran numero delle sue guerre. Noi vogliamo esporre le ragioni che giustificano questi comportamenti che, nella nostra epoca, appaiono inaccettabili e incompatibili con un profeta.

1.6.1. I matrimoni di Maometto

Uno dei rimproveri concerne il matrimonio di Maometto con Zaynab, figlia di Jahsh. Zaynab era la moglie di Zayd, il figlio adottivo di Maometto. Dopo il suo divorzio, Maometto ha dovuto sposarla. I Mussulmani non fanno alcuno sforzo per presentare la spiegazione migliore di questo matrimonio. Quella che noi daremo più avanti si adatta perfettamente al carattere e alla vita integra del Profeta Maometto. In effetti, certe interpretazioni islamiche ufficiali di questo matrimonio hanno per conseguenza l’allontanamento degli orientalisti, e di molti Cristiani, dal Corano e dal Profeta Maometto. I dotti Mussulmani l’interpretano così: «Dopo il matrimonio di Zaynab con Zayd, lo sguardo del Profeta si arrestò su Zaynab e l’amore per lei invase il suo cuore».

Questa spiegazione non è né certa, né definitiva: essa é frutto di una mentalità particolare degli interpreti arabi dell’epoca. Ora, la ricerca nel campo dell’interpretazione resta aperta. Questo tipo di ricerca è conosciuta nell’Islam sotto il nome di «Ijtihad» che significa «sforzo», perché si tratta di sforzarsi, come prescrive il Corano, di cercare la migliore interpretazione. È quello che noi abbiamo fatto e pensiamo di averla trovata. In seguito la spiegheremo, dopo avere esposto brevemente la vita del Profeta.

Maometto è nato nell’anno 570 della nostra era, a La Mecca. È morto l’otto giugno del 632. Suo padre, Abdallah, morì qualche mese prima della sua nascita e sua madre, Aména, morì quando egli aveva circa cinque anni. Orfano, fu preso in carico da suo nonno, Abd-El-Mutalleb. Quest’ultimo morì tre anni dopo, lasciandolo alle cure di suo figlio, Abi-Taleb, zio paterno di Maometto, che l’amava molto per la rettitudine dei suoi costumi. Abi-Taleb era padre di Alì, il cugino prediletto di Maometto e suo fedele amico per tutta la vita. Alì sposò poi Fatima, figlia prediletta di Maometto. Abd-El-Mutalleb, nonno di Maometto, era un notabile della famiglia di Bani-Hashim della tribù di Quraish di La Mecca. Aveva dieci figli, fra cui Abdallah (padre di Maometto), Abi-Taleb (lo zio che lo ospitò e lo adottò), Hamza (che credette in Maometto), Abu-Lahab (che lo combatté).
Aména, la madre di Maometto, era la sorella di Waraka-Ibn-Nofal, del quale abbiamo già parlato. Quest’ultimo era cugino di Khadija, la prima moglie di Maometto. Maometto passò la sua giovinezza a La Mecca e fu conosciuto per la sua integrità, la sua castità e la rettitudine dei suoi costumi. Amava l’isolamento e la meditazione e non condivideva con gli altri giovani della sua età il gusto per la vita mondana. Gli abitanti di La Mecca lo chiamavano «l’Onesto», (in arabo: «El Amin») a causa della sua fedeltà e della sua onestà. Il suo amore per la preghiera e la meditazione lo conducevano spesso nelle grotte delle montagne sovrastanti La Mecca, dove egli fuggiva il tumulto della città per approfondire la ricerca della spiritualità.

Ciò non gli impediva, però, di partecipare alla vita commerciale di La Mecca. Si occupava delle carovane dei mercanti che transitavano fra lo Yemen e la Siria. Maometto era impiegato presso sua cugina Kadigia, vedova di un ricco commerciante meccano, che si occupava delle carovane dirette in Siria, per il commercio. Ella fu attirata dalla sua onestà senza cedimenti e gli mandò Abi-Taleb (lo zio di Maometto che l’ospitava) per parlagli di matrimonio. Maometto accettò. Aveva allora 25 anni e Kadigia ne aveva 40.

Il loro matrimonio fu felice fino alla fine. Essi ebbero tre figli, morti in tenera età e quattro figlie: Rokaya, Zeinab, Om-Kalthoum e Fatima, la favorita di Maometto.

Durante i suoi numerosi viaggi in Siria, Maometto conobbe molti monaci cristiani, fra cui il famoso monaco Bohaira al quale Maometto si legò con una profonda amicizia. Bohaira aveva ammirato l’alta moralità di Maometto e gli parlava spesso dei profeti e del Messia. Così Dio preparava già Maometto, a sua insaputa, a una grande missione.

Quando l’anima di Maometto fu resa matura dalla contemplazione, all’età di 40 anni, il Cielo gli si manifestò. L’Angelo Gabriele gli apparve mentre stava in solitudine in una grotta presso La Mecca chiamata «Harraa». Il Profeta, terminata la visione, corse inquieto dalla sua sposa Kadigia e le raccontò il fatto. Questi versetti si trovano in Corano XCVI; Il grumo di Sangue,1-3. Noi riproduciamo qui la storia così come l’ha raccontata Bokhari:

«Gabriele si presentò a me e mi disse: Leggi (la Bibbia)! Io risposi: Non so leggere (Maometto era analfabeta). L’Angelo mi prese e mi tenne coperto finché ritrovai la calma, poi mi disse. Leggi! Io risposi: Non so leggere. Egli mi prese, mi coprì una seconda volta finché non ritrovai la calma e mi disse: Leggi! Io risposi: Non so leggere. Egli mi coprì una terza volta e mi lasciò andare dicendo: Leggi, in nome del tuo Dio che ha creato. Egli creò l’uomo dal sangue coagulato. Leggi, poiché Dio è generoso. E il Profeta tornò con queste parole impresse dentro di sé e con il cuore tremante da Kadigia figlia di Khowaylid e le riferì tutto ciò che era successo. Le disse: Ho avuto paura per la mia persona.»

Questa fu la prima visione di Maometto. Egli tremò come avevano tremato prima di lui Mosé, Geremia, Daniele ed altri profeti. Kadigia decise di andare con Maometto a casa di Waraka-Ibn-Nofal, suo cugino, che era Cristiano e trascriveva testi biblici. Waraka lo tranquillizzò dicendogli che questo corrispondeva al messaggio di Mosè, al messaggio biblico. Bokhari racconta la storia così:

«Maometto si recò dunque con Kadigia a casa di Waraka-Ibn-Nofal che era divenuto vecchio e cieco. Kadigia gli disse: Cugino ascolta ciò che tuo nipote (Maometto) desidera comunicarti. Waraka gli disse: Nipote mio, cosa c’è? Il Profeta allora lo informò della sua visione. Waraka gli disse: Ma è la Legge di Mosè che Dio ha fatto discendere su di te. Ah! Perché non posso restare in vita per partecipare a questa missione. Perché non posso rimanere in vita quando il popolo ti rinnegherà. E il profeta Maometto esclamò: Mi rinnegherà? Egli rispose: Sì, nessun uomo può donare ciò che tu stai per donare senza avere dei nemici. Se ciò mi sarà concesso, io ti sosterrò fino alla tua vittoria. Waraka non tardò a morire.»

Così, Waraka confermò l’autenticità della visione e gli certificò che il suo messaggio era biblico. Il messaggio è dunque uno e la missione è la medesima. È importante che ciò sia messo in rilievo. La profezia di Waraka si compì, perché gli abitanti di La Mecca, la cui tribù principale era la tribù di Quraish, combatterono ferocemente il Profeta.

Da principio, e per molto tempo, solo un piccolo gruppo aveva creduto in Maometto. Kadigia, sua moglie, fu la prima dei credenti. La nuova religione che cominciava a sorgere a La Mecca inquietò i mercanti di idoli e i potenti della città, che esigevano tasse e approfittavano dei pellegrinaggi pagani che vi giungevano. La fede monoteista rappresentava un gran danno per il loro commercio, il loro potere e la loro egemonia. Essi si trasformarono perciò in nemici giurati di Maometto e dei suoi discepoli e li perseguitarono fortemente.

Il Profeta sopportò coraggiosamente i pesi dolorosi della sua missione e seppe pazientare, benché ciò gli costasse denaro e fatica. Rifiutò di opporsi con le armi ai suoi nemici armati, astenendosi perfino dal portare una spada per difendersi. Consigliò ai suoi discepoli di fuggire da La Mecca e di trasferirsi in Etiopia, paese cristiano. Dodici dei suoi discepoli si recarono dal Negus, l’imperatore d’Etiopia, che li accolse concedendo loro il diritto di rifugio e assicurandogli un soggiorno tranquillo.

Per dieci anni Maometto sopportò la persecuzione a La Mecca, predicandovi invano il monoteismo e non avendo intorno a sé che un numero ristretto di fedeli. L’opposizione della tribù Quraish aumentava con violenza al punto da minacciare la vita di Maometto e dei suoi discepoli. Ci fu più di un attentato contro la sua vita. Maometto dovette in fine rassegnarsi a fuggire da La Mecca, si recò a Yathreb che in seguito prese il nome di «Al Medina», che in arabo significa «La Città», cioè La Città del Profeta.

Maometto aveva lasciato La Mecca segretamente, di notte, essendo stato avvertito di una cospirazione contro di lui ordita per ucciderlo. Quella medesima notte, Alì, suo cugino, si era sostituito a lui in casa e perfino nel letto, per simulare la sua presenza, salvandogli così la vita. In questa città, numerosi seguaci lo proteggevano, solo gli Ebrei di Yathreb costituivano un minaccia per lui.

Prima della fuga a Yathreb, due avvenimenti dolorosi colpirono Maometto: la morte dello zio che lo aveva protetto, Abu-Taleb (questo precipitò la cospirazione contro di lui), e quella della cara moglie Khadigia, compagna fedele della sua vita, della sua missione. Ella era il suo appoggio spirituale, l’aveva rafforzato nella sua fede e gli aveva dato fiducia in se stesso. L’anno della morte di queste due persone care a Maometto fu detto «l’Anno della Tristezza».

La gente della tribù di Quraish, spinta dal notabile Abi-Sifian, tentò di corrompere Maometto. Essi mandarono una delegazione a suo zio Abi-Taleb, poco prima che morisse, quando era già a letto malato, per ottenere il suo intervento presso il nipote. Essi proposero a Maometto denaro, gloria e perfino la corona reale, a condizione che rinunciasse al monoteismo. Gli dissero: «Se la tua intenzione nella predicazione è il denaro, noi te lo daremo: metteremo insieme il nostro denaro, in modo che tu sia il più ricco fra noi. Se desideri l’onore, ti eleggeremo come capo e niente si farà senza il tuo consenso. Se vuoi il regno, ti faremo nostro re, ma quanto al Dio unico: No!»

Ascoltando queste parole, il Profeta si attaccò ancora di più alla sua missione e disse: «Per Dio, anche se mi date il sole nella mano destra e la luna nella sinistra per farmi rinunciare a questo compito io non vi rinuncerei». Con la morte di suo zio Abi-Taleb, che cercava di mitigare le questioni fra la gente della tribù di Quraish e Maometto, la tensione arrivò all’apice.

Poco prima della sua fuga a Yathreb, Maometto visse il miracolo del Viaggio Mistico riferito nella sura XVII, chiamata «Il Viaggio Notturno». Quest’esperienza mistica e storica é molto importante nella vita di Maometto e dei suoi discepoli; costituisce il crocevia della sua missione. In quella notte, Maometto era in casa di sua cugina Hind, sorella di Alì, figlio di Abi-Taleb. Egli vide l’Angelo Gabriele presentarsi a lui per portarlo in visione su un cavallo chiamato «Al Boraq» (il fulmine) sul monte Sinai, là dove Dio parlò a Mosé. Poi lo portò a Betlemme, culla del Messia e poi a Gerusalemme, nel luogo del Tempio. Da lì lo innalzò al Cielo, poi lo riportò a Gerusalemme, dove egli riprese il suo cavallo, per tornare nella casa di sua cugina Hind. La sura incomincia così:

«Lode a Colui il quale trasportò il suo servo, di notte, dal sacro tempio di La Mecca, al tempio più remoto di Gerusalemme; del quale benedicemmo il recinto per mostrare a lui alcuni dei nostri segni.» (Corano XVII; Il Viaggio Notturno,1)

Gli abitanti di Quraish si rifiutarono di credere a questa visione. Perfino molti dei suoi discepoli rifiutarono di prestargli fede e rinunciarono a seguirlo. Dopo questa esperienza, l’animosità a La Mecca aumentò ancora nei suoi riguardi e l’isolamento del Profeta divenne quasi totale. Il 24 Settembre 622, Maometto decise di fuggire da La Mecca per andare a Yathreb. Questa fuga segnò l’inizio del calendario dell’Egira (da hijra = partenza, fuga, emigrazione).
Dopo la sua partenza, Maometto prese molte mogli, non per amore delle donne, come pensano molti orientalisti, ma per unificare le tribù arabe con legami di parentela. La prima sposa di Maometto fu Sawda, vedova di uno dei suoi dodici discepoli partito per l’Etiopia su richiesta di Maometto, per fuggire alla persecuzione. Sawda non era più giovane ed era madre di parecchi bambini. Maometto la sposò per riconoscenza, per proteggerla e per aiutarla a mantenere i bambini, perché ella e suo marito erano stati fra i suoi primi discepoli.

Sposò ugualmente anche Aysha, la figlia di uno dei suoi primi discepoli, Abu-Bakr, per rinforzare i legami con quest’amico intimo e fedele. Aysha non aveva che sette anni, ma rimase nella casa di suo padre due anni, prima di far parte della casa del Profeta. È durante questi due anni che sposò Sawda. Maometto sposò anche Hafsa, figlia di Omar Ibn-El-Khattab, il secondo dei quattro Califfi che gli succedettero dopo la morte.

Sempre per la preoccupazione di unificare le tribù arabe, il Profeta diede in matrimonio le sue figlie a uomini scelti. Osman-Ibn-Hafan, uno dei suoi fedeli discepoli, che divenne il terzo Califfo, sposò le sue figlie Rokaya e Om-Kalthoum. Alì, suo cugino, sposò Fatima, la figlia prediletta di Maometto. Egli poi diede sua figlia Zeinab in matrimonio a Khaled-Ibn-El-Walid, uno degli ufficiali nemici, che l’aveva vinto nella battaglia di Uhud, ma che in seguito divenne credente. Maometto a sua volta sposò la zia di Khaled per rinforzare, per mezzo di legami matrimoniali, la comunità dei primi credenti. Maometto sposò inoltre due donne di una certa età, Zaynab e Salma, perché erano vedove di due martiri caduti in combattimento.

Quanto al matrimonio di Maometto con Zaynab, figlia di Jahsh, che prima era stata sposa del suo figlio adottivo Zayd, gli interpreti mussulmani, a nostro avviso, fanno un errore presentando questo fatto come legame d’amore umano.

Noi citiamo qui i versetti coranici su questo argomento, aggiungendo il commento di «Jalalein», interpretazione ufficiale e generalmente ammessa che noi disapproviamo. Poi presentiamo la nostra interpretazione che dimostra la nobiltà dell’intenzione del Profeta nello sposare Zaynab. Il Corano dice a questo proposito:

«Non conviene a un credente o ad una credente, quando Dio e il suo apostolo abbiano decretato qualcosa, che essi abbiano libertà di scelta, per proprio conto; e chi disubbidisce a Dio e al suo apostolo, erra di un errore evidente.» (Corano XXXIII; I Confederati,36)

Interpretazione di «Jalalein»:

Questo versetto è stato ispirato a proposito di Abdallah-Ibn-Jahsh e di sua sorella Zaynab. Il Profeta aveva intenzione di dare Zaynab come sposa a suo figlio adottivo Zayd. Quando, però, arrivarono a casa del Profeta, Abdallah e Zaynab furono delusi apprendendo l’intenzione di Maometto, perché avevano creduto che egli stesso volesse sposare Zaynab e non che volesse darla a suo figlio adottivo. Tuttavia, si sottomisero al giudizio del Profeta, dopo che gli fu ispirato questo versetto: «Chi disubbidisce a Dio e al suo apostolo, erra di un errore evidente».

Il Profeta diede Zaynab in sposa a Zayd, ma in seguito il suo sguardo si fermò su di lei e il suo cuore s’infiammò d’amore per lei e Zayd la prese in odio. Egli disse al Profeta: «Voglio divorziare da lei». Il Profeta gli rispose: «Conserva la tua sposa presso di te».

Nostra interpretazione:

Il profeta Maometto non provò un amore passionale per Zaynab. Per questo, non volle che Zayd divorziasse, tanto più che Maometto stesso aveva invitato Zaynab e suo fratello alla celebrazione del matrimonio di Zaynab con Zayd. Questo matrimonio ebbe luogo, nonostante l’obiezione iniziale di Zaynab e di suo fratello. Accettarono solo dopo l’ispirazione del profeta. In seguito, l’intenzione di divorziare di Zayd metteva il Profeta in un evidente imbarazzo ed esponeva Zaynab al disonore e all’infamia. La gente avrebbe detto: «Il figlio del Profeta l’ha ripudiata». Era come metterla al bando dalla società con la conseguenza di un’inimicizia fra Maometto e tutta la parentela della famiglia Jahsh. Non restava a Maometto che una via di uscita: sposare, a malincuore, Zaynab, affinché si dicesse: «Maometto l’ha sposata». Era un modo per elevarla di dignità invece che abbassarla.

Maometto temeva tuttavia l’incomprensione della società. Molti avrebbero detto che aveva sposato la moglie di suo figlio essendo stato sedotto da lei. Questa fu la ragione per cui aveva insistito presso Zayd per impedire il divorzio. Se fosse stato innamorato di lei, avrebbe apprezzato e anche desiderato il divorzio.

Zayd era uno schiavo, prima di conoscere Maometto. Questi lo liberò prima di cominciare la sua missione e Zayd, poi, credette nell’Islam. Dunque, gli era stata accordata una doppia grazia: quella dell’affrancamento e quella della fede. Per questa ragione Dio, dopo il versetto 36, prosegue dicendo a Maometto:

«Quando dicesti a colui (Zayd), al quale Dio aveva accordato un favore (per mezzo dell’Islam), e che tu pure avevi favorito (affrancandolo): Trattieni presso di te tua moglie e temi Dio, tenendo nascosto nell’animo tuo, ciò che Dio stava per rendere palese.» (Corano XXXIII; I Confederati,37)

Interpretazione di «Jalalein»:

«Tieni nascosto nell’animo tuo» l’amore per Zaynab e l’intenzione di sposarla se Zayd la ripudia.

Nostra interpretazione:

Il Profeta non nasconde nel suo cuore l’amore per Zaynab, ma nasconde la sua preoccupazione, essendo cosciente della gravità della situazione. Capisce che in caso di divorzio da Zayd, sarebbe stato obbligato a sposarla egli stesso per non disonorarla. D’altronde, la gente non avrebbe capito la sua profonda intenzione, avrebbe interpretato male il suo gesto: ma soprattutto avrebbe pensato, che l’avesse sposata per amore, come certuni pensano ancora oggi. Questa è la ragione per la quale Dio incitò Maometto a comportarsi secondo la propria coscienza, indipendentemente da ciò che avrebbe pensato la gente: «E tu temi gli uomini (perché possono dire che ha sposato la moglie di suo figlio). È Dio, piuttosto che devi temere.»

Interpretazione di «Jalalein» a proposito di questo versetto:

«Sposala dunque senza curarti dei discorsi della gente.»

Nostra interpretazione:

Il Profeta deve agire saggiamente davanti a Dio, ignorando le dicerie della gente. Maometto deve modellare il suo comportamento in funzione del meglio, non cercare il modo di piacere agli uomini, nemmeno se dovesse essere calunniato di avere sposato Zaynab per passione. Il Profeta deve tenere conto solo del giudizio di Dio che conosce la sua intenzione nascosta: sposare Zaynab per evitarle il disonore e per evitare che sorgano discordie fra gli Arabi.
La nostra interpretazione si armonizza con tutta la vita del Profeta, particolarmente con ciò che concerne le motivazioni nobili e profonde dei suoi matrimoni.

1.6.2. Le principali battaglie del profeta Maometto

A «Al Medina», la «Città del Profeta», la «Città Luminosa», come fu chiamata in seguito, Maometto aveva molti discepoli fra i quali le due tribù «Al Aws» e «Al Khazraj». Come nemici non aveva che gli Ebrei che si erano alleati con gli idolatri di La Mecca. È la ragione per la quale il Corano dice:

«Tu, per certo, troverai che i più violenti nell’inimicizia contro coloro che credono, sono i Giudei e i politeisti (di La Mecca) e troverai, che quelli che sono più vicini per affetto a quelli che credono (nel Corano) sono coloro che dicono: ‘Noi siamo Cristiani’; ciò perché di essi alcuni sono preti e monaci, ed essi non sono orgogliosi.» (Corano V; La Tavola,85)

Dopo la sua fuga ad Al Medina, gli Ebrei di questa città incitarono gli idolatri di La Mecca a continuare a combattere Maometto. Il Profeta, fino a quel momento, si era rifiutato di portare armi, ma questa persecuzione lo obbligò a ricorrervi, per legittima difesa. Aveva il dovere di difendere i suoi discepoli, la prima comunità di credenti, e la propria vita contro i nemici che attaccavano Al Medina. Essi avevano già invaso le case dei credenti a La Mecca e li avevano costretti all’esilio. Il Corano allude a ciò nel versetto seguente:

«E che sono stati scacciati dalle loro dimore, senza diritto alcuno, se non perché dicevano: ‘Il nostro Signore è Dio’.» (Corano XXII; Il Pellegrinaggio,41)

Per questa ragione Maometto giudicò che bisognava difendersi a Al Medina. La legittima difesa è non solo un diritto, ma anche un dovere. Dio autorizza, dunque, il suo Profeta a combattere:

«Dio ha permesso a quelli che hanno subito un’ingiustizia di combattere i loro nemici. Dio è capace di dar loro la vittoria» (Corano XXII; Il Pellegrinaggio, 41)

«Combatteteli, finché non vi sia più opposizione e il culto sia totalmente di Dio» (Corano VIII; Il Bottino,40)

Prima di parlare delle battaglie, è importante sottolineare che Maometto, secondo i versetti coranici citati, non prese mai l’iniziativa di una battaglia, ma si trovò sempre in situazioni di difesa. In certe circostanze Maometto fu accusato di aver preso l’iniziativa, ma si trattò dell’inseguimento del nemico, un combattimento che ne completò un altro.

L’invasione di Badr

Durante questa prima battaglia, i Mussulmani affrontarono, in numero di 300 solamente, gli idolatri della tribù di Quraish di La Mecca, che erano 1000. Malgrado il loro numero ridotto, i Mussulmani trionfarono sugli idolatri e questo fu per loro una gran gioia e un grande segno. Questa battaglia ebbe luogo nell’anno II dell’Egira.

L’invasione di Uhud

Gli idolatri della tribù di Quraish di La Mecca, incitati dagli Ebrei di Al Medina, attaccarono Maometto a Uhud, un sobborgo di Al Medina. I Quraishiti, forti di un’alleanza segreta con gli Ebrei, erano condotti dal capo dell’armata, Khaled-Ibn-El-Walid che, in seguito, si convertì all’Islam e sposò Zaynab, la figlia di Maometto. Questa battaglia terminò con la disfatta dei Mussulmani e con la morte di Hamza, lo zio prediletto di Maometto. Durante quest’invasione il Profeta prese coscienza dell’alleanza segreta tra gli Ebrei di Al Medina e gli idolatri di Quraish e decise di porre fine alla potenza ebraica.

L’invasione delle «Trincee»

Quest’invasione fu chiamata così perché fu scavata una trincea intorno ad Al Medina, per impedire ai Quraishiti di potervi entrare. Gli Ebrei, di nuovo, esortarono gli idolatri di La Mecca a combattere contro i Mussulmani. Quelli di La Mecca accerchiarono, così, Al Medina con un esercito considerevole: 10.000 uomini. Maometto aveva al suo fianco un ex-guerriero persiano, Salmane. Egli era un militare cristiano, esperto nel combattimento. Egli consigliò a Maometto di scavare una trincea attorno ad Al Medina, così i cavalli dei Meccani non riuscirono ad invadere la città. Questo salvò Maometto e i suoi. Questa battaglia ebbe luogo nell’anno V dell’Egira (627 d.C.). I Meccani avevano creduto in una vittoria facile, invece furono bloccati nel deserto con i viveri che diminuivano e un freddo glaciale. Furono, perciò, costretti a ritirarsi.

L’invasione di Bani-Qorayza

L’invasione del villaggio ebreo di Bani-Qorayza fece seguito alla guerra delle Trincee. Maometto aveva nel frattempo scoperto il complotto degli Ebrei contro di lui e il loro ruolo determinante nell’invasione delle Trincee. Maometto decise di inseguirli. Gli Ebrei erano fuggiti nel villaggio di Bani-Qorayza dove egli li attaccò e li sconfisse. I sopravvissuti raggiunsero la città di Khaybar, una fortezza ebraica, il loro ultimo rifugio nella penisola araba. Fu in questo luogo che si svolse l’ultimo combattimento di Maometto contro gli Ebrei.

Dopo le invasioni delle Trincee e di Bani-Qorayza, le posizioni dell’Islam nella penisola Araba furono consolidate e Maometto conobbe un periodo di pace. Gli Arabi cominciarono a temerlo e cercarono di stabilire dei legami pacifici con lui.

Il patto di Hudaybiyya

Sei anni dopo la partenza del Profeta e dei suoi discepoli da La Mecca, questi ultimi vollero ritornarvi in pellegrinaggio. Il Profeta si mise alla testa di una marcia pacifica verso La Mecca. Essi si fermarono in un luogo nei dintorni di La Mecca, chiamato Hudaybiyya. La gente di Quraish rifiutò ai Mussulmani il permesso di entrare come pellegrini a La Mecca. Furono organizzate delle trattative che si conclusero con il «Patto di Hudaybiyya» in virtù del quale fu proclamata una tregua di dieci anni. Questo patto permetteva ai Mussulmani di andare in pellegrinaggio a La Mecca l’anno seguente e per un periodo di tre giorni solamente.

I pellegrini e Maometto, dunque, ritornarono tre settimane più tardi a Al Medina. Il patto di Hudaybiyya permise a Maometto di spargere il suo messaggio in tutta la penisola Araba e contribuì a diffondere il volto pacifico dell’Islam. Un buon numero di Arabi abbracciarono la religione monoteista e si affiancarono al Profeta. In questo tempo l’alto ufficiale Khaled-Ibn-El-Walid, convertitosi all’Islam, sposò Zaynab, figlia del Profeta, dopo aver combattuto i Mussulmani a Uhud. A sua volta, Maometto sposò Maymouna, la zia di Khaled, consolidando in tal modo l’unità fra di loro.

Emissari di Maometto ai Re

Poiché la situazione nella penisola Araba si era calmata, Maometto inviò degli emissari con lettere ai principali sovrani, domandando loro di aderire alla fede mussulmana e al suo messaggio. I re interpellati furono: Eracle, il re bizantino, Serse, il re persiano, il Negus «Ahmassa» di Etiopia e infine il Capo della comunità Copta in Egitto. Nel capitolo IV, riproduciamo il contenuto della lettera inviata al re Eracle.

L’invasione di Khaybar

La pace si era estesa in tutta la Penisola Araba, non restava davanti a Maometto che una minaccia condotta dagli Ebrei ritiratisi a Khaybar. Un mese dopo la pace di Hudaybyya, Moametto stesso uscì alla testa di un’armata mussulmana e accerchiò la città e la fortezza. I Mussulmani si lanciarono valorosamente nella battaglia senza paura della morte e trionfarono dopo un combattimento accanito e feroce. Era il settimo anno dell’Egira, 629 d.C..

Dieci anni dopo l’Egira, la luce dell’Islam si era sparsa nella totalità della penisola Araba dove Mussulmani e Cristiani vivevano in pace. Maometto fece un’entrata trionfale e pacifica a La Mecca senza incontrare resistenza. Entrò nella «Kaaba» e ne distrusse gli idoli. Pronunciò allora queste parole:

«E dì: è venuta la verità ed è scomparsa la falsità; certo la falsità è precaria.» (Corano XVII; Il Viaggio Notturno,83)

Maometto perdonò generosamente i suoi nemici, Abi Sifian e tutti quelli che avevano preso la testa della resistenza contro di lui, e non cercò di vendicarsi.

Questo nobile Profeta morì nell’undicesimo anno dell’Egira, nel 632 della nostra era, a Al Medina, dove si trova attualmente la sua tomba.