Sguardo di Fede sul Corano

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1. I principi dello studio

Il nostro studio dell’Ispirazione divina è fondato sui seguenti principi immutabili:

  1. Il ritorno al testo coranico stesso.
  2. La ricerca del senso spirituale del testo.
  3. La pedagogia divina dell’Ispirazione.
  4. L’unità dell’Ispirazione.

Rispettando questi principi nello studio dell’Ispirazione biblico-coranica, giungeremo a penetrare l’Intenzione divina per finalmente scoprire l’unità delle due ispirazioni.

1.1. Il ritorno al testo coranico

Dio esige dai credenti la prudenza nella ricerca delle verità spirituali. Egli domanda loro di appoggiarsi sempre sui Libri ispirati e di ignorare le dicerie propagate dai creatori di disordini. Dio mette in guardia dicendo:

«Vi sono degli uomini che discutono di Dio senza averne conoscenza, senza aver ricevuto nessuna direttiva, senza essere guidati da un Libro luminoso.» (Corano XXII; Il Pellegrinaggio,8)

Il Libro luminoso al quale noi siamo ricorsi per comprendere lo spirito del Corano è il Corano stesso, sostenendo i nostri argomenti per mezzo di questo Libro ispirato e per mezzo della Bibbia, allo scopo di manifestare l’unità che esiste fra i Libri ispirati. È intenzionalmente che noi non prestiamo nessuna attenzione alla vane proteste di coloro che si compiacciono di controversie superficiali, risparmiando così il loro tempo e il nostro.

Questa necessità di ricorrere a un Libro luminoso fu sentita dagli stessi Apostoli del Messia, per convincere gli Ebrei che Gesù era veramente il Messia annunciato dai profeti dell’Antico Testamento. Infatti, l’Ispirazione evangelica dice che gli Ebrei che hanno creduto al Messia hanno:

«…accolto la Parola (annunciata dagli Apostoli) con grande entusiasmo, esaminando ogni giorno le Scritture per vedere se le cose stavano davvero così.» (Atti 17,11)

Il Messia aveva agito nello stesso modo con i suoi Apostoli dopo la sua resurrezione:

«Cominciando da Mosè e da tutti i profeti spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a Lui.» (Luca 24,27)

Il credente avveduto deve dunque costantemente riferirsi ai Libri luminosi se cerca una direzione sicura per fondare la sua fede sulla conoscenza, secondo l’esempio degli Apostoli, suoi predecessori.

1.2. La ricerca del senso spirituale del testo

Dio ci ha comandato di cercare sempre il senso spirituale dei testi ispirati, mettendoci in guardia contro la trappola dell’interpretazione letterale e ristretta che devia dall’Intenzione divina. L’Ispirazione divina ha lo scopo di infiammare i nostri cuori e stimolare il nostro interesse per la vita spirituale eterna che supera senza paragoni la vita corporale. Per questo il Corano, dopo il Vangelo e la Torah, ci incita e ci sensibilizza ad attaccarci allo spirito attraverso la lettera. Il Corano dice infatti:

«Vi sono alcuni che servono Dio, ma alla lettera. Se tocca loro un bene, prendono coraggio, ma se tocca un male, cadono faccia a terra, perdendo questo mondo e l’altro. Ecco manifestamente i perdenti.» (Corano XXII; Il Pellegrinaggio,11)

Ritroviamo il medesimo avvertimento nel Vangelo in uno stile differente:

«…Dio ci ha resi ministri adatti di una Nuova Alleanza, non della lettera ma dello Spirito; perché la lettera uccide, lo Spirito dà vita.» (2 Corinzi 3,6)

Il Messia ci raccomanda di non comprendere l’Ispirazione alla lettera, di non attardarci sul senso letterale, ma di elevarci verso l’intenzione divina che si manifesta nelle parole profetiche:

«È lo Spirito che dà la vita, la carne non giova a nulla; le parole che io vi ho detto sono spirito e vita.» (Giovanni 6,63)

Anche l’Antico Testamento ci invita a superare la lettera per raggiungere lo Spirito. Citiamo come esempio la circoncisione e il digiuno. Il profeta Geremia (VI secolo a.C.) disse a proposito della circoncisione:

«Circoncidetevi per Yahvè, circoncidete il vostro cuore.» (Geremia 4,4)

Questo grande profeta aveva, dunque, capito che l’intenzione divina a proposito della circoncisione mirava alla purificazione del cuore, non all’asportazione del prepuzio: un atto spirituale, non fisico, che lava l’anima dai pensieri e dalle tendenze impure. È perciò che San Paolo ha detto a questo proposito:

«La circoncisione non conta nulla, e la non circoncisione non conta nulla; conta invece l’osservanza dei comandamenti di Dio.» (1 Corinzi 7,19)

In effetti, coloro che osservano i comandamenti di Dio sono stati

«circoncisi, di una circoncisione però non fatta da mano di uomo, mediante la spogliazione del nostro corpo di carne.» (Colossesi 2,11)

Tale è la circoncisione spirituale operata per mano di Dio per purificare l’anima con il pentimento e la grazia. Questa non può essere paragonata alla circoncisione fisica fatta da mano d’uomo, incapace di lavare l’anima dalle sozzure.

La circoncisione, il digiuno, i sacrifici, il pellegrinaggio… ecc… sono tutti dei simboli «allegorici» che evocano realtà spirituali; fanno parte delle «allegorie» che bisogna interpretare spiritualmente, non letteralmente, come continuano a fare «coloro nel cui cuore è deviamento, seguono quel che vi è di ambiguo (allegorico), per desiderio di scisma e anche per desiderio di falsa interpretazione, però nessuno conosce la vera interpretazione di essi, se non Dio; i saldi nella scienza diranno: ‘crediamo in esso; esso tutto viene da parte del nostro Signore’; però non riflettono su di ciò se non i dotati di intelletto» (Corano III; Famiglia d’Imran,5).

L’interpretazione delle «allegorie» è conosciuta solo da Dio come rivela il Corano. Come dunque certuni osano interpretarle in una maniera e in uno stile che suscitano la zizzania e la divisione tra fratelli? Quanto a noi però, non presentiamo un’interpretazione personale, ma abbiamo fatto ricorso alla Parola di Dio nella Bibbia, e particolarmente nei libri del Vangelo. Lì abbiamo trovato l’interpretazione di Dio stesso concernente le «allegorie» e ciò dal suo stesso «Verbo, che Egli gettò in Maria» (Corano IV; Le Donne,169). Il Verbo di Dio s’incarnò in Lei per illuminare il mondo riguardo le intenzioni di Dio nella sua Ispirazione. Questo Verbo benedetto non sbaglia mai, supera e confonde ogni interpretazione umana. Però, «non riflettono su di ciò se non i dotati di intelletto», questi che sono aperti liberamente e senza contenzione all’insieme dell’Ispirazione biblico-coranica, riusciranno a istruirsi di questa Parola Divina. Tutti coloro che si sono lasciati prendere nelle reti del fanatismo possono liberarsi da questa schiavitù infernale se si lasciano guidare dalla Parola totale di Dio. Eviteranno così il giudizio severo di Dio e glorificheranno allora la sua santa Ispirazione biblico-coranica ripetendo con il Corano:

«Crediamo in esso; esso tutto viene da parte del nostro Signore.» (Corano III; Famiglia d’Imran,5)

Quanto al digiuno, il profeta Isaia (VIII secolo a.C.) l’aveva da tempo spiegato dicendo che l’intenzione divina non mirava al bere e al mangiare, ma alle opere di giustizia:

«Non è piuttosto questo il digiuno che voglio: sciogliere le catene inique, togliere i legami dal giogo, rimandare liberi gli oppressi e spezzare ogni giogo? Non consiste forse nel dividere il pane con l’affamato, nell’introdurre in casa i miseri, senza tetto, nel vestire uno che vedi nudo, senza distogliere gli occhi da quelli della tua carne?» (Isaia 58,6-7)

Sì, in effetti, noi crediamo che il vero digiuno sia trattenere la lingua dalle parole vane, dalle calunnie che portano danno agli uomini, astenersi dal divorare i beni altrui. Questo è il nutrimento dal quale bisogna astenersi, come aveva detto il Cristo:

«Ascoltate e intendete! Non quello che entra nella bocca rende impuro uomo, ma quello che esce dalla bocca rende impuro l’uomo! Dal cuore, infatti, provengono i propositi malvagi, gli omicidi, gli adultèri, le prostituzioni, i furti, le false testimonianze, le bestemmie. Queste sono le cose che rendono immondo l’uomo.» (Matteo 15,10-20)

Il Corano, ispirato per confermare il Vangelo, conferma queste parole sconvolgenti di Gesù. Infatti, nella Sura della Famiglia d’Imran sono riportate le parole indirizzate da Gesù agli ebrei:

«Io sono venuto per confermare ciò che, prima di me, fu rivelato dalla Torah e permettervi l’uso di certe cose, che vi erano state interdette; io vengo a voi con un Segno da parte del vostro Signore» (Corano III; La Famiglia d’Imran,44)

I discepoli di Dio capirono che nessun cibo è vietato né considerato impuro da Dio. La Torah e il Corano menzionano questi divieti solo per preparare al concetto del puro e dell’impuro nelle azioni e nei comportamenti umani, indirizzandosi a degli uomini che ignoravano Dio, il bene e il male. È per questa ragione che Dio ritorna su questo soggetto e chiarisce la sua intenzione sul puro e sull’impuro nella Sura La Tavola, spiegando che:

«Oggi vi sono permesse le cose sane; gli alimenti di coloro cui é stato dato il Libro (la Bibbia) sono leciti anche a voi, come i vostri alimenti sono leciti anche ad essi.» (Corano V; La Tavola,7)

Dio conferma ancora questa intenzione più avanti nella stessa Sura:

«O voi che credete, non interdite le cose buone, di cui Dio vi ha permesso l’uso, e non andate oltre questo limite, poiché Dio non ama coloro che oltrepassano i limiti. Nutritevi degli alimenti che Dio vi fornisce alimenti leciti e sani.» (Corano V; La Tavola,89-90)

Bisogna constatare che questo comandamento si indirizza a coloro che credono affinché essi lo pratichino: «O voi che credete», e non ai non credenti che trasgrediscono la volontà di Dio non praticandolo. Siamo di quelli che credono alle parole di Gesù che ha dichiarato «permesso l’uso di certe cose, che erano state interdette», del cibo, come precedentemente spiegato. Non siamo dei trasgressori. Noi crediamo anche in Maometto, il suo compagno di missione celeste, che fu inviato per confermare il Vangelo e le parole di Gesù che vi si trovano.

In virtù di questa fede che è la nostra, siamo decisi a non vietare ciò che Dio dichiara lecito, perché Dio dice ancora nella Sura La Tavola:

«Non vi è alcuna colpa per quelli che credono e fanno opere buone riguardo a cibi che abbiano preso, quando temano Dio, credano e pratichino le opere buone.» (Corano V; La Tavola,94)

Fare il bene! È questo il puro che Dio prescrive. Fare il male! Ecco l’impuro che Dio proibisce. Così nella Sura VI; Il Gregge, Dio chiede a Maometto di dire:

«Venite, perché io reciti a voi ciò che il vostro Signore vi ha proibito, di non associargli alcuna cosa (altri dei)… Di non accostarvi alle turpitudini manifeste e segrete, e di non uccidere un altro uomo che Dio ha proibito di uccidere, se non per una giusta causa, questo Dio vi comanda di fare, affinché voi possiate comprendere. Non toccate le sostanze dell’orfano… Date la misura esatta e il peso secondo giustizia… Quando pronunciate un giudizio, siate giusti, anche se si trattasse di un parente; osservate il patto di Dio; ciò Dio vi comanda, perché voi riflettiate. E Sappiate che questo è il mio Sentiero; esso è Retto; seguitelo…» (Corano VI; Il Gregge,152-154)

Da notare che non è una questione di cibo puro e impuro in queste prescrizioni divine del Retto Sentiero. Bisogna dunque attualmente superare queste proibizioni culinarie e materiali, per mettere in pratica ciò che Gesù dice nel Vangelo di Matteo e nella Sura La Famiglia d’Imran. Solo un cuore maturo nella fede sana, all’ascolto delle direttive di Dio giunge a liberarsi delle catene della lettera per lanciarsi in questo «Retto Sentiero» dello spirito prescritto dal Corano.

Questo si applica anche al digiuno del Ramadan. Questo digiuno non è obbligatorio come pretendono i fanatici poiché, come prescrive il Corano stesso, «a quelli poi che potendo fare il digiuno, lo romperanno, toccherà, come espiazione, di nutrire un povero» (Corano II; La Vacca, 180). Il vero digiuno è dunque di non «divorare ciò che è lecito (degli altri)» come prescrive il Corano qui di seguito. Quelli che conducono una vita molto regolare, ben equilibrata in ogni cosa sono quelli che digiunano durante la loro vita.

Abbiamo visto persone che digiunavano per poi gettarsi sul cibo come belve su tavoli molto guarniti e finire per vomitare dopo i loro pasti pantagruelici, sregolati, dalla sera all’alba…

Beati coloro che comprendono l’intenzione divina e praticano l’equilibrio e il dominio di sé in ogni cosa.

Questa è la ragione per cui il Corano prescrive:

«Non vi sia costrizione alcuna nella religione» (Corano II; La Vacca,257)

Questo si applica anche, certamente, al digiuno.

L’ispirazione coranica sottolinea anche il fatto che il digiuno consiste nell’astenersi dall’ascoltare menzogne e dal divorare ciò che è lecito degli altri:

«Coloro di cui Dio non vuole purificare i cuori, ad essi toccherà ignominia in questo mondo e un castigo grande nell’altro. Essi prestano orecchio alla menzogna, divorano ciò che è lecito» (Corano V; La Tavola,45 e 46)

Dio dice anche nel suo Libro Santo:

«Non consumate fra voi le vostre sostanze in cose vane, né offritele ai giudici per appropriarvi e consumare parte delle sostanze degli altri ingiustamente, sapendo il peccato che commettete.» (Corano II; La Vacca,184)

Da questi versetti appare chiaro che la purificazione voluta è quella del cuore, e che il digiuno è astenersi dall’ascoltare le menzogne e dal «divorare» il denaro ingiustamente senza mai saziarsi e non di astenersi dal mangiare cibi materiali per un tempo limitato.
Mosè ha dato agli Ebrei una Legge, la Torah. Certuni si ostinano, ancora oggi, a comprendere questa Legge alla lettera, rifiutando di aprirsi all’intenzione divina. Questa chiusura li ha isolati da Dio; è la ragione principale del rifiuto di Gesù da parte degli Ebrei. Questi attendevano un Messia guerriero, un politico autoritario e un economista geniale. Invece il Messia è venuto a parlare loro di pentimento, d’amore verso gli altri, non di combattimento armato, del disprezzo delle ricchezze, non della loro importanza. Egli ha inoltre spiegato il concetto spirituale dell’abluzione (purificazione fisica per mezzo dell’acqua), del digiuno, del riposo sabbatico e della legge mosaica in generale. I giudei fanatici, però, si sono aggrappati alla lettera della Legge, non al suo spirito, e rifiutarono di riconoscere il Messia che li invitava a lavarsi alla sorgente delle Acque spirituali, non materiali, le sorgenti del pentimento, le sole capaci di purificare il cuore dalle impurità reali.

Ecco perché Dio ci invita nel Corano a un serio esame di coscienza. Questo giustifica o condanna ciascuno di noi:

«Dì loro: che pensate voi? Degli alimenti che Dio ha fatto scendere per voi, voi ne avete dichiarato alcuni leciti e altri illeciti; dì: ve ne ha dato permesso (di dire questo) Dio? O, invece, inventate ciò, contro Dio? Ma che penseranno il giorno della Resurrezione, quelli che inventano menzogne contro Dio? Certamente, Dio è il Signore della grazia verso gli uomini, ma i più di essi non gli sono riconoscenti.» (Corano X; Giona,60-61)

Questi versetti sconvolgenti rivelano che è stato l’uomo, nella sua sciocchezza, che ha distinto «contro Dio» il proibito e il permesso. Quale sarà la risposta di ognuno di noi a questa domanda fatta dal Corano: È Dio che distingue fra ciò che è permesso e ciò che è proibito nei beni che Egli stesso ci dispensa, o è la gretta mentalità dei cattivi credenti che attribuisce questa menzogna a Dio?

D’altronde, e in ogni modo, il Corano rivela che Dio è libero di cancellare ciò che Egli vuole nei Libri rivelati:

«Ogni epoca ha un Libro. Dio cancella ciò che vuole o lo conferma e presso di Lui è la Madre del Libro.» (Corano XIII; Il Tuono,38-39)

Così, abbiamo visto che il Messia ha dichiarato «mondi tutti gli alimenti» (Marco 7,19). In seguito, a proposito di tutti gli animali, Dio ripeté a Pietro per tre volte:

«Ciò che Dio ha purificato, tu non chiamarlo più profano.» (Atti 10,15-16)

Paolo, a sua volta, ha chiarito la questione sul puro e sull’impuro in questi termini:

«Non distruggere l’opera di Dio per una questione di cibo! Tutto è mondo, d’accordo…» (Romani 14,20)

Egli conferma ancora questa verità al suo discepolo Tito:

«Tutto è puro per i puri; ma per i contaminati e gli infedeli nulla è puro; sono contaminate la loro mente e la loro coscienza. Dichiarano di conoscere Dio, ma Lo rinnegano con i fatti…» (Tito 1,15-16)

Il conflitto fra l’interpretazione letterale e quella spirituale è permanente. Dio non ci domanda di avere semplicemente fede nella sua ispirazione, ma buona fede: quella che si sottomette alla sua Intenzione. Dio è spirito e desidera l’elevazione del nostro spirito. Senza ciò noi non potremmo, qualsiasi cosa facessimo per purificare il corpo, elevarci verso Dio. L’abluzione fisica fa parte delle «allegorie» e non è che il simbolo della necessità di una purificazione spirituale, ma essa è incapace di produrla. Questa purificazione si ottiene tramite la fede e le opere buone.

I credenti che cercano il senso spirituale dell’Ispirazione raggiungeranno il sommo della vita spirituale; al contrario, coloro che si attaccano al significato letterale sono dei nani menzionati dal Corano nel versetto seguente:

«Fra gli uomini ce ne sono che servono Dio alla lettera (harf). Se accade loro qualcosa di buono si rallegrano rassicurati. Se accade loro qualche avversità, cadono a faccia in giù perdendo la vita terrena e quella futura. Tale è la perdizione evidente.» (Corano XXII; Il pellegrinaggio,11)

La parola «harf» in arabo ha un primo significato preciso di «lettera». Ora, alcuni traducono questa parola con «margine», che è il suo secondo significato. Se l’intenzione divina fosse stata «margine», la parola araba più precisa sarebbe stata «hâfat». L’intenzione divina qui mira manifestamente a coloro che credono con uno spirito timoroso, attaccato «alla lettera» per paura del castigo, senza cercare di capire l’intenzione dello Spirito Santo per amore di Dio. Ora «la lettera uccide», dice il Vangelo. «Lo Spirito dà vita» (2 Corinzi 3,6).

Come fa, dunque, il credente attaccato al significato letterale a non cadere «a faccia in giù», confuso e sconvolto, quando due frasi della medesima ispirazione sono contraddittorie? In verità, questa contraddizione è solo apparente e resta sul piano letterale, ma questi stessi testi concordano sul piano spirituale e nell’intenzione divina.

Così, elevarsi verso l’intenzione spirituale è una necessità di salvezza, senza la quale si è immersi nel pantano del significato letterale, infangandosi nell’impurità del fanatismo e dell’ignoranza, come è il caso, ahimè, di molti. Questa necessità di elevarsi all’intenzione divina e al senso spirituale dei testi compare in due passaggi sulla creazione apparentemente dissimili:

«…Egli ha creato il cielo e la terra e ciò che è fra di essi, in sei giorni, e poscia si assise sul suo Trono.» (Corano XXV; Al Furquan, 60)

Qui si parla di una creazione in sei giorni. In un altro capitolo, però, troviamo:

«Dì loro: Non credete voi, dunque, in Colui che ha creato la terra in due giorni…» (Corano XLI; Furono Esposti Chiaramente,8)

Le interpretazioni che si sforzano di conciliare la creazione in sei giorni con quella in due giorni sono interpretazioni comiche e fantasiose. Aggrovigliando vani ragionamenti diventano più oscure e non riescono a convincere l’uomo riflessivo, dotato di una mentalità matura e accorta. Esse si allontanano certamente dall’intenzione di Dio nella Sua Ispirazione.

Anche nell’Antico Testamento si trovano due storie sulla creazione. Il primo racconto parla della creazione in sei giorni, dove Dio creò l’uomo e la donna il sesto giorno, dopo aver creato gli animali e le piante (Genesi 1). Il secondo racconto dice esattamente il contrario: Dio creò Adamo da principio e lo pose nel paradiso da solo, poi creò il resto degli animali e infine creò Eva da una costola di Adamo. Il racconto non fa menzione di nessun numero di giorni per la creazione (Genesi 2).

Dunque, c’è contraddizione nell’Ispirazione? No! L’Ispirazione divina non si contraddice mai: ci fa comprendere che Dio, per mezzo di questi racconti, vuole semplicemente rivelare all’uomo politeista l’esistenza di un Creatore unico. Questa semplice verità, da sola, ha suscitato l’odio contro coloro che l’hanno predicata. Lo scopo dei testi è di rivelare agli uomini la conoscenza dell’unico Creatore e di mettere fine alla vana adorazione di idoli e al culto offerto ai molteplici dei della mitologia.

Questo Dio unico invita, con la diversità dei racconti sulla creazione, a oltrepassare la lettera e a elevarsi per raggiungere lo Spirito. L’importante non è sapere come fu creato l’universo, ma è sapere che c’è un solo Dio creatore da adorare. Non si tratta di soddisfare una curiosità scientifica, ricercando nei testi sacri verità di ordine numerico e temporale (numero di giorni della creazione, ecc…), ma di comprendere il messaggio spirituale: l’esistenza di un Dio unico e del giusto modo di adorarLo. È proprio questo che l’Ispirazione vuole rivelarci.

1.3. La pedagogia divina nell’ispirazione

Dio, come un padre verso i suoi figli, ha sempre fatto ricorso alla pedagogia nell’Ispirazione per guidare i credenti, conducendoli gradualmente dal punto in cui si trovano fino alla maturità psicologica e spirituale dove Egli li vuole. Ogni credente accorto e perspicace constata che, nel Corano, Dio usa una pedagogia verso gli Arabi del VII secolo d.C.. Questa stessa pedagogia fu applicata da Dio agli Ebrei e ai Cristiani nell’Antico e nel Nuovo Testamento.

Gli Arabi della penisola Araba non conoscevano la vita spirituale a causa della loro ignoranza sulle verità divine rivelate. Prima dell’apparizione del profeta Maometto, essi adoravano a La Mecca più di 360 idoli riuniti nella Qàaba, monumento cubico che contiene la «Pietra Nera», che gli Arabi credono essere discesa dal Cielo.

Questi dei della mitologia araba mangiavano, si sposavano tra di loro e procreavano. Gli Arabi credevano dunque in una mitologia paragonabile a quella dei Greci prima della penetrazione del Cristianesimo in Europa.

Non era possibile dare agli Arabi la pienezza della luce in un solo momento, a causa della loro lontananza totale dalla Verità divina. Nello stesso modo non è possibile all’occhio umano, rimasto a lungo nell’oscurità, aprirsi subito alla luce del sole senza esserne abbagliato, ossia accecato. Analogamente, occorreva dare gradualmente la Luce divina a costoro che erano rimasti per tanto tempo nelle tenebre.

Dio, secondo la sua abitudine, agisce con saggezza per rivelarSi agli Arabi, non solo «in lingua araba chiara», ma anche progressivamente. Fa come il maestro che istruisce il suo allievo a scuola, guidandolo attraverso le elementari, le medie, fino ai diplomi superiori.

Il Creatore aveva seguito questo stesso metodo con Abramo, Mosè e gli Ebrei della Torah, poi con i Cristiani nel Vangelo, rivelando a poco a poco l’essenza del suo Essere unico e spirituale. Questa pedagogia si ritrova nel Corano dove Dio rivela agli Arabi le verità bibliche con una finezza e una delicatezza infinite, come un padre che educhi suo figlio verso la maturità. Per spiegare questo, esporremo due esempi della pedagogia divina, uno sui sacrifici degli animali e l’altro sul matrimonio.

1.3.1. I sacrifici

Al tempo di Mosè, gli Ebrei erano corrotti in Egitto dall’idolatria. Adoravano gli dei egiziani e offrivano loro sacrifici su sacrifici. Per allontanarli da queste pratiche pagane alle quali si erano abituati durante più di quattro secoli e per riavvicinarli gradatamente al Dio unico, Mosè, nella Torah, diede loro un culto. Esso consisteva in sacrifici offerti, non agli dei egiziani, ma al Dio unico che essi avevano dimenticato. Lo scopo di questi sacrifici non era di accontentare Dio, ma di allontanare i Giudei dall’adorazione degli idoli. Fu il primo passo che doveva avvicinarli alla vera adorazione.

Mosè non era capace né di annullare bruscamente e definitivamente la pratica dei sacrifici, né di convincere gli Ebrei della loro incapacità a ottenere la misericordia divina. Essi, a quei tempi, non potevano comprendere l’essenza del pentimento, che consiste nell’avvicinarsi a Dio col perdono e non con i sacrifici. Dio permise, dunque, questi sacrifici come un primo passo per avvicinarli a Lui.

Il secondo passo ebbe luogo più di cinque secoli dopo la partenza degli Ebrei dall’Egitto. Dio ispirò ai suoi profeti la vanità dei sacrifici e degli olocausti di animali, dichiarando che l’unico sacrificio gradito a Lui era il sacrificio spirituale di se stesso. La vera offerta che è gradita a Dio è un’anima pentita che si rassegna interamente alla Volontà divina. Davide, il re profeta, si rivolge così a Dio nel Salmo 51 (50):

«Signore, apri le mie labbra e la mia bocca proclami la Tua lode; poiché non gradisci il sacrificio e, se offro olocausti, non li accetti. Uno spirito contrito è sacrificio a Dio, un cuore affranto e umiliato, Dio, tu non disprezzi.» (Salmi 51 (50), 17-19)

In un altro Salmo Dio dice ancora:

«Mangerò forse la carne dei tori, berrò forse il sangue dei capri? Offri a Dio un sacrificio di lode e sciogli all’Altissimo i tuoi voti; invocami nel giorno della sventura: ti salverò e tu mi darai gloria.» (Salmi 50 (49), 13-15)

Nella Bibbia, Dio dichiarò per bocca del Profeta Geremia (VI secolo a.C.) che Egli non aveva mai preteso sacrifici e olocausti, ma che desiderava che si seguissero i suoi comandamenti. Infatti, Geremia così dice ironicamente agli Ebrei:

«Così parla il Signore degli eserciti, Dio di Israele: Aggiungete pure i vostri olocausti ai vostri sacrifici e mangiatene la carne! In verità Io non parlai né diedi comandi sull’olocausto e sul sacrificio ai vostri padri, quando li feci uscire dal paese d’Egitto. Ma questo comandai loro: Ascoltate la mia voce! Allora Io sarò il vostro Dio e voi sarete il mio popolo; e camminate sempre sulla strada che vi prescriverò, perché siate felici.» (Geremia 7,21-23)

Anche il profeta Michea, nel VIII secolo a.C., aveva denunciato la vanità dei sacrifici e proseguiva dicendo:

«Uomo, ti è stato insegnato ciò che è buono e ciò che richiede il Signore da te: niente altro che praticare la giustizia, amare con tenerezza, camminare umilmente con il tuo Dio.» (Michea 6,6-8)

Il Corano a sua volta ci invita a superare i sacrifici di animali e a comprendere la reale intenzione di Dio. Parlando dei sacrifici, esso dice:

«Mai la loro carne e il loro sangue giungeranno fino a Dio, giungerà invece accetta a Lui la vostra pietà…» (Corano XXII; Il Pellegrinaggio,38)

A dispetto di ciò, vediamo i «credenti» accorrere a milioni verso quei luoghi di pellegrinaggio dove sono offerti un numero incalcolabile di montoni e di altri animali a Dio che non è toccato «mai dalla loro carne e dal loro sangue». Questo costume è piuttosto di natura sociale che spirituale e mira molto spesso a soddisfare una società ipocrita che disprezza ogni vera pietà nella vita quotidiana.

1.3.2. Il matrimonio

Il matrimonio poligamico, presso gli Arabi dell’Antichità era anarchico, allo stesso modo del divorzio. Dominato dal capriccio degli uomini e dai loro istinti, il matrimonio esponeva la donna alla più grande insicurezza e a molti pericoli: poiché il divorzio era libero, la donna non riceveva nessuna indennità. Il ruolo indegno della donna negli harem dell’Oriente arabo antico dispensa da ogni commento.

Il Corano dunque in una prima tappa, riduce il numero delle mogli e impone una legge sul divorzio, in virtù della quale l’uomo deve risarcire la donna divorziata. Il matrimonio è limitato a quattro mogli legittime, a condizione tuttavia che il marito sappia essere equo verso esse, diversamente l’uomo ne sposi una sola. Qui appare la pedagogia divina, perché la limitazione del matrimonio è in sé una grande evoluzione per l’uomo arabo dell’epoca, evoluzione attraverso la quale erano già passati i popoli della Bibbia. Il Corano dice:

«Se temete di non agire con equità verso gli orfani, allora, fra le donne che vi piacciono, sposatene due o tre o quattro; e, se voi temete di essere ingiusti (verso esse), sposatene una sola… date alle donne (mogli) la loro dote, come dono spontaneo.» (Corano IV; Le Donne,3)

Si noti che il primo versetto comincia con l’attirare l’attenzione dell’uomo verso gli orfani, aprendo così una via verso l’altruismo. Poi, parlando del matrimonio, il Corano non solo lo limita, ma impone altresì all’uomo una dote da dare ad ogni sposa. Da una parte, questo fatto non incoraggia la poligamia, dall’altra innalza il rango della donna esigendo una dote dal marito, non dalla moglie, come si praticava da lungo tempo anche nell’occidente cristiano. Il Corano permette alle mogli di rinunciare liberamente a questa dote, in favore del marito:

«Date alle donne la loro dote, come dono spontaneo; se però a esse piace di cedere a voi qualcosa di essa, di spontanea volontà, godetene in modo piacevole e salutare.» (Corano IV; Le Donne,3)

Dopo aver limitato il matrimonio, il Corano raccomanda la monogamia. Riprendendo più tardi lo stesso soggetto, esso presenta la monogamia come il solo mezzo per evitare ogni ingiustizia verso le spose:

«Voi non potrete agire equamente con le vostre mogli, anche se lo desideraste.» (Corano IV; Le Donne,128)

È chiaro che Dio, tramite questo versetto, invita l’uomo alla monogamia. Dopo averlo progressivamente condotto dall’unione senza regola con la donna, passando attraverso il matrimonio condizionato, all’uguaglianza verso le quattro mogli, Dio alla fine gli prescrive la monogamia perché non potrà agire equamente verso più mogli, «anche se lo desiderasse». Ogni credente sincero, che cerca di piacere a Dio, e non di soddisfare i propri desideri, comprenderà questa pedagogia divina, se è maturo nella fede.

Così, è con molta finezza e delicatezza che il Creatore introduce la monogamia nelle mentalità arabe. Tuttavia, la prima impressione, che resta ancora predominante in molti Mussulmani, è che la poligamia sia permessa dal Corano. In verità, è solo tollerata, finché l’uomo non raggiunga una certa maturità psicologica e spirituale. Dio concede così all’uomo, questa creatura che egli sa tanto fragile, il tempo sufficiente per comprendere, con l’esperienza, l’importanza della monogamia nella vita spirituale e temporale.

Osservando la società araba moderna, constatiamo la riuscita del piano pedagogico di Dio nella pratica della monogamia. Oggi, la grande maggioranza degli Arabi ha una sola moglie e la poligamia è screditata. Parimenti, il divorzio è disprezzato nella maggior parte delle famiglie arabe, costituisce generalmente l’ultimo rimedio nei casi molto gravi e seri. Grande è la differenza fra la società islamica di oggi e la società preislamica, dopo il passaggio del soffio vivificante del Corano.

Anche il Vangelo adotta lo stesso atteggiamento pedagogico verso il matrimonio e il divorzio: i Farisei che praticavano liberamente il divorzio, interrogarono il Messia a questo proposito, per metterlo alla prova:

«È lecito ad un uomo ripudiare la propria moglie (divorziare) per qualsiasi motivo?. Ed egli rispose: Non avete letto che il Creatore da principio li creò maschio e femmina e disse: Per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una carne sola? Così che non sono più due, ma una carne sola. Quello dunque che Dio ha congiunto, l’uomo non lo separi. Gli obiettarono: Perché allora Mosè ha ordinato di darle l’atto di ripudio e mandarla via? Rispose loro Gesù: Per la durezza del vostro cuore Mosè vi ha permesso di ripudiare le vostre mogli, ma da principio non fu così…» (Matteo 19,3-8)

Bisogna sottolineare l’atteggiamento sconcertato degli stessi Apostoli quando ascoltarono le parole del Maestro e gli dissero:

«Se questa è la condizione dell’uomo rispetto alla donna, non conviene sposarsi. Egli rispose loro: Non tutti possono capirlo, ma solo a coloro ai quali è stato concesso. Vi sono infatti eunuchi che sono nati così dal ventre della madre; ve ne sono alcuni che sono stati resi eunuchi dagli uomini e vi sono altri che si sono fatti eunuchi per il Regno dei Cieli. Chi può capire capisca!» (Matteo 19,10-12)

Da questa storia risultano due fatti importanti: il primo è che fu Mosé a permettere di dare l’atto di divorzio, non Dio. Mosé autorizzò questo come un passo pedagogico, una concessione temporanea, a causa dell’immaturità psicologica degli uomini di quel tempo, concessione che bisognava superare più tardi per ritornare allo stato d’origine voluto da Dio come ha spiegato il Messia. Gli Ebrei, però, attaccati alle tendenze umane, si aggrapparono alla lettera della Legge, rifiutando di elevarsi fino all’intenzione divina.
Il secondo fatto da ricordare è che il Messia, partendo dal suo discorso sul matrimonio e sul divorzio, è andato più lontano, lodando la castità di coloro «che si sono resi eunuchi da soli per possedere il Regno di Dio». Questa espressione non implica un’operazione chirurgica né un celibato perpetuo, ma un matrimonio fedele improntato su sentimenti profondi e spirituali. Non si tratta più di appagare gli istinti puramente sessuali, ma di dominarli, fino all’incontro con il compagno o la compagna scelto/a da Dio. Essi si fanno così spiritualmente «eunuchi», che significa casti e fedeli nel matrimonio unico per tutta la loro vita.

Anche il Corano parla della castità dicendo:

«Quelli che non trovano un partito, si mantengano casti, finché Dio non li arricchisca della sua grazia (mandando lo sposo o la sposa).» (Corano XXIV; La Luce,33)

Gli Arabi al tempo dell’anarchia disprezzavano la continenza e la castità prematrimoniale. Questa virtù era ignorata, ossia disprezzata, al punto che quelli che la praticavano erano accusati di mancanza di virilità. È il caso, ancora oggi, nei paesi cosiddetti cristiani.

Gli insegnamenti coranici hanno portato i loro buoni frutti nei cuori di molti Arabi. Il Corano è l’istigatore dell’evoluzione della società islamica anche se alcuni dei suoi insegnamenti sono rimasti infruttuosi presso parecchi Mussulmani che si sono chiusi allo spirito coranico. Ugualmente, il Vangelo non ha portato i suoi frutti nel cuore dei molti Cristiani che hanno disprezzato la castità e la santità del matrimonio.

1.4. L’unità dell’ispirazione

L’ispirazione nella Bibbia e nel Corano è unica. Essa proviene da un solo Dio che ha rivelato Se stesso, manifestando la sua esistenza nei libri dell’Antico e del Nuovo Testamento e nel Corano. È ciò che il Corano afferma, dicendo al popolo della Bibbia:

«Il nostro Dio e il vostro Dio sono un Dio Unico, e noi a lui siamo sottomessi (Mussulmani)…» (Corano XXIX; Il Ragno,45)

Da un unico Dio emana un’unica Ispirazione immutabile e senza falsificazioni. Chi afferma il contrario è un bestemmiatore.

Per scoprire l’unità dell’Ispirazione dei versetti biblici e coranici, bisogna superare le espressioni e gli stili letterali diversi per cogliere il significato profondo spirituale, penetrando così nello Spirito di Dio. Avendo compreso questo punto importante, potremo allora essere testimoni del monoteismo, perché non è né logico, né conveniente testimoniare l’esistenza di un solo Dio senza essere testimoni dell’unità dell’Ispirazione.

I fanatici cercano di dividere quest’Ispirazione, spargendo voci che mirano a suscitare odio e contrasti. Le principali dicerie sono le seguenti:

  • Il Corano non è ispirato da Dio
  • Il Corano abolisce la Bibbia
  • Il Vangelo è falsificato
  • Il Vangelo si contraddice a causa di pretese differenze fra i quattro Vangeli, ecc…

Queste calunnie non hanno alcun fondamento nel Corano. Molti studiosi onesti hanno denunciato queste voci. Fra questi, il defunto Sceicco Mohamed Abdo, antico capo della moschea El-Azhar in Egitto. Egli certificò più di una volta l’autenticità del testo biblico.

Per scoprire l’unità dell’Ispirazione bisogna rispettare due principi:

  1. Ricollocare l’ispirazione nel suo contesto storico, geografico e sociale
  2. Discutere per mezzo del «migliore» argomento, come dice il Corano.

Le migliori interpretazioni del Corano sono quelle che confermano la Bibbia. Tale è il «Retto Sentiero» (Corano I; La Aprente il Libro,5). Per contro, le interpretazioni coraniche che contraddicono lo spirito biblico devono essere respinte, perché sono in contraddizione con il Corano che proclama autentiche le Scritture bibliche apparse prima di Lui. Queste false interpretazioni sono la strada tortuosa che prendono coloro «che, errando, attirano l’ira di Dio».

1.4.1. Ricollocare l’ispirazione nel suo contesto

Per comprendere un’ispirazione, sia biblica, sia coranica, bisogna conoscere il profeta al quale Dio ha ispirato il messaggio, la ragione per la quale questo messaggio è stato dato e il suo contesto sociale e storico. Infatti, Dio dice nel Corano:

«Non mandammo mai alcun apostolo, che non abbia parlato nella lingua del proprio popolo perché dichiarasse loro la verità.» (Corano XIV; Abramo,4)

Perciò bisogna conoscere il popolo, il tempo, la lingua di ogni profeta e la società in mezzo alla quale fu mandato, come pure il contesto storico, per comprendere la portata del messaggio ispirato.

Nel caso del Corano l’Ispirazione fu data nella penisola Araba, per informare i suoi abitanti dell’esistenza di un Dio unico e dell’inesistenza dei loro dei mitologici. Il Corano annuncia agli Arabi che quello stesso Dio si era fatto conoscere precedentemente ai popoli della Bibbia e che, tramite il Corano, Egli si presenta a loro e gli presenta questa Bibbia in «lingua» o «lettura araba chiara», perché essi seguano lo stesso cammino dei loro predecessori (Ebrei e Cristiani):

«Vuole Dio manifestare a voi queste cose, dirigervi per le vie di coloro, i quali furono prima di voi…» (Corano IV; Le Donne,31)

Il cammino dell’Islam è dunque quello della Bibbia. Perciò Dio invita gli Arabi a credere non solo nel Corano, ma anche nella Bibbia. Qui si manifesta l’unità dell’Ispirazione:

«Credete in Dio, nel suo apostolo (Maometto) e nel Libro che Dio ha fatto scendere (Il Corano) al suo apostolo e nel Libro che Egli ha fatto scendere precedentemente (La Torah e il Vangelo)…» (Corano IV; Le Donne,135)

Credere nella Bibbia e nel Corano è una condizione per la fede monoteista e per realizzare l’unificazione dell’Ispirazione. È credendo nell’autenticità della Bibbia che scopriamo l’interpretazione corretta del Corano, poiché questo attesta l’autenticità della Bibbia.

Come certuni vogliono affermare che la Bibbia e in particolare i Vangeli siano falsi, mentre il Corano stesso afferma il contrario? Infatti il Corano segnala:

«Quelli ai quali demmo il Libro (La Bibbia) e lo recitano come dev’essere recitato, quelli credono in esso; quelli invece che non credono in esso, quelli saranno i perditori…» (Corano II; La Vacca,115)

La nostra convinzione nell’unità dell’Ispirazione divina e nella protezione di Dio ci impone una fede nella Bibbia e nel Corano che deriva da essa. Gli adepti della falsificazione della Bibbia contraddicono il Corano. Infatti, come abbiamo visto, Dio dice:

«Quelli invece che non credono in esso, quelli saranno i perditori.» (Corano II; La Vacca,115)

Attiriamo l’attenzione del lettore sul fatto che il Corano testimonia in favore della lettura del Vangelo «come dev’essere letto», cioè «come è stato ispirato», secondo l’interpretazione coranica del «Jalalein». Il fatto che il profeta arabo Maometto abbia sempre fatto ricorso a «coloro che leggono le Scritture» (La Bibbia), quando dubitava sulla sua missione, aumenta ancora la nostra fede e il nostro attaccamento a queste Sante Scritture. Dio stesso lo guidava verso «i popoli della Bibbia»:

«Ora, se tu (o Maometto) sarai in dubbio riguardo a ciò che abbiamo rivelato a te, interroga quelli che leggono il Libro, inviato prima di te; ora la verità è venuta a te, da parte del tuo Signore; non essere quindi di quelli che dubitano.» (Corano X; Giona,94)

Noi abbiamo provato a limitarci al Corano nella nostra ricerca della Verità, ma esso ci invita e ci spinge a riferirci al Vangelo, dicendo:

«Dì: O gente del Libro (Bibbia), Voi non vi appoggiate su nulla di solido, finché non vi atterrete alla Torah, al Vangelo.» (Corano V; La Tavola,72)

Partendo dalla testimonianza del Corano in favore della Bibbia ci siamo fissati come obiettivo manifestare l’unità dell’Ispirazione in questi due Libri ispirati. Ci siamo sforzati senza tregua di trovare il punto d’incontro fra il Corano e la Bibbia e, grazie a Dio, ci siamo riusciti.

1.4.2. La discussione per mezzo del «migliore» degli argomenti

Nel corso del nostro studio, siamo giunti alla seguente conclusione: ogni interpretazione coranica contraria alla Bibbia si oppone allo spirito del Corano e deve essere scartata, poiché il Corano viene per confermare la Bibbia e non per contraddirla.

Nel Corano si trovano 15 versetti che rivelano che il Corano fu ispirato per confermare la Bibbia. Eccone due esempi:

«Credete a ciò che ho fatto scendere a conferma di quanto è presso di voi (La Bibbia).» (Corano II; La Vacca,38)
(Vedere anche Corano II; La Vacca,85, 91, 93, 99)

«Egli ha fatto scendere a te, secondo verità, il Libro che conferma ciò che egli ha fatto scendere prima di esso (Bibbia); ha fatto scendere il Pentateuco (Torah) e il Vangelo, prima del Corano, come direzione degli uomini…» (Corano III; La Famiglia d’Imran,2)
(Vedere anche Corano III; 78 / IV; 47 / V; 48 / VI; 92 / X; 38 / XII; 2-3 / XXXV; 28 / XLVI; 11, 29)

La nostra linea di condotta si ispira al comandamento coranico luminoso: «Discutere per mezzo del migliore argomento» (Corano XXIX; Ragno,45). Ora il «migliore» degli argomenti è quello che dimostra che il Corano conferma la Bibbia e risiede nella scoperta dell’unità dell’Ispirazione biblico-coranica. Tale è il «Sentiero Retto» degli eletti (Corano I; La Aprente il Libro,5) e «l’Ansa Saldissima» (Corano II; La Vacca,257). Inoltre, ci siamo sforzati di trattare i soggetti con amore e con la massima circospezione per non cadere nella trappola delle controversie per mezzo del peggiore degli argomenti, come fanno molti. Costoro sono responsabili dell’allontanamento di molte persone dal Corano a causa dei loro comportamenti insensati e fanatici. Essi sfigurano il vero volto e la purezza dell’Islam e si caricano della responsabilità del traviamento delle anime e della divisione dei ranghi. Questi dovranno rispondere del loro atteggiamento colpevole nel Giorno del Giudizio davanti al Trono di Dio, essendosi lanciati nel cammino tortuoso che prendono coloro «che, errando, attirano l’ira di Dio».

1.5. Commento

Il Corano ripete con forza il comandamento biblico indirizzato alla gente della Bibbia, Ebrei e Cristiani, per diffondere la conoscenza della Bibbia e non per soffocarla:

«E quando Dio ricevette il Patto di quelli ai quali fu dato il Libro (La Bibbia), dicendo: ‘Voi dichiarerete esso agli uomini e non lo terrete nascosto’, essi lo gettarono dietro le loro spalle e lo vendettero per un prezzo meschino; però ben triste è ciò che essi hanno acquistato.» (Corano III; La Famiglia d’Imran,184)

Le guide dei popoli della Bibbia hanno trascurato di diffondere la sua Luce divina. Hanno mantenuto questo messaggio divino chiuso ermeticamente, non spiegato, così che il popolo credesse ciecamente, senza comprendere le ragioni della sua fede, ignorando le profezie e la loro stessa esistenza. Il Corano, naturalmente, dopo la Bibbia, condanna queste guide traditrici, ebraiche e cristiane, e rivela la loro negligenza.

Tuttavia, che cosa pensare di capi mussulmani e arabi che esiliano la Bibbia fuori dalle loro frontiere mentre il Corano, fortunatamente, è accolto ovunque? Il Corano esige, però, anche da essi (si suppone che essi lo sappiano) che anche il Messaggio Biblico sia rivelato chiaramente a tutti gli uomini e diffuso nel mondo intero, minacciando coloro che ne soffocano la Luce dei peggiori castighi:

«Quanto a coloro che tengono celato quel che facemmo scendere dei Segni evidenti e della direzione dopo che ne facemmo dichiarazione agli uomini del Libro, quelli Dio li maledirà e li malediranno pure tutti quelli che sanno maledire.» (Corano II; La Vacca,154)

«Coloro che tengono celata la rivelazione contenuta nel Libro e ottengono con ciò un vantaggio infimo, quelli non introducono nei loro ventri se non il fuoco; Dio non parlerà loro, il Giorno della Resurrezione (del Giudizio), né li purificherà e ad essi toccherà un castigo doloroso» (Corano II; La Vacca,169)

Ogni ulteriore commento è superfluo.